Enrico Letta e la suggestione di un nuovo Ulivo

La rifondazione del centrosinistra passa prima di tutto dalle elezioni amministrative del prossimo autunno e dal destino di Roma

Ripercorrendo le mosse del suo primo mese da segretario del Partito Democratico, una cosa appare evidente: Enrico Letta sembra avere un piano.

Nelle ore in cui incassa i sì dei leader dei partiti riformisti e progressisti per discutere la nuova alleanza allargata nel centrosinistra, piano piano sembra scorgersi qualcosa all’orizzonte.

Dopo il colloquio degli scorsi giorni con l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, oggi leader in pectore del MoVimento 5 Stelle e dopo quello con Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, ieri pomeriggio è stato il turno di Luigi di Maio.

Ed è proprio al termine di quello che è stato considerato un incontro proficuo, in cui i toni tra i due sono stati quelli di una “forte intesa”, che negli occhi dei nostalgici è tornato a fare capolino un ricordo: il vecchio Ulivo di Romano Prodi.

Sentire i due leader affrontare temi come l’impatto sociale ed economico che la pandemia sta avendo sul Mezzogiorno, il Next Gen Eu e la cura “per una democrazia malata”, ha fatto venire gli occhi lucidi a molti.

D’altronde, Letta, come lui stesso ha tenuto a ripetere nel corso di queste prime settimane da segretario, sta inseguendo il tentativo di diventare il federatore di un’alleanza che possa davvero creare un nuovo centrosinistra. Proprio come tentò di fare a sua volta l’ex presidente della Commissione europea.

Per farlo, però, Letta ha bisogno dei numeri e delle idee del movimento, soprattutto se guidato da un uomo con la popolarità di Giuseppe Conte.

Proprio come dovette fare Prodi, che nel 2006 vinse (per un soffio) la competizione elettorale contro il centrodestra di Silvio Berlusconi, oggi l’ex direttore di Science Po ha il compito di mettere insieme forze apparentemente distanti in un unico contenitore.

Eppure, quella di creare un’alleanza che vada da Liberi e Uguali di Speranza e Bersani fino ad Azione di Carlo Calenda, per poi agganciare i 5S, potrebbe essere qualcosa di più di una romantica suggestione.

E se chiamare Arnold Schwarzenegger come “incaricato speciale” per rinsaldare le anime del partito è stata una battuta – che ha comunque suscitato l’irritazione di Andrea Marcucci, ormai ex capogruppo al Senato del partito -, la sfida delle elezioni amministrative è realtà.

Per un’alleanza che possa davvero dirsi strutturale, l’appuntamento elettorale del prossimo autunno, in cui si deciderà il destino di numerose città italiane di primissimo piano, sarà essenziale.

Com’è noto, la sfida principale è quella di Roma. Qui, se diventa sempre più difficile per i grillini evitare la ricandidatura di Virginia Raggi, è altrettanto complesso per il Pd trovare il suo candidato al Campidoglio.

Di nomi ce ne sono, ma la modalità con cui sceglierli è tutto tranne che chiara. Come ha tenuto a precisare nelle scorse ore, Calenda ha presentato la sua candidatura già lo scorso ottobre, e la sua campagna contro l’operato di Virginia Raggi è in uno stato più che avanzato.

Nel frattempo, lo stesso Letta – che si dice un sostenitore delle primarie – deve fare i conti con la questione Roberto Gualteri. Candidato dalla frangia romana del partito ad appena qualche ora dall’elezione del nuovo segretario, l’ex ministro dell’Economia è stato immediatamente congelato in attesa di una decisione.

Nelle ultime ore, poi, in seguito alla polemica attorno ai volti femminili del partito, sembra essere spuntato il nome di Marianna Madia. E questa, che si tratti di una voce di corridoio o di un’ipotesi concreta, potrebbe davvero rivelarsi la mossa che consentirebbe a Enrico Letta di imprimere al partito quella svolta di cui – secondo lui – ha così disperatamente bisogno. Per provare davvero a immaginare un nuovo Ulivo.

 

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