Covid: in Irlanda un piano di 6 mesi, in Italia un DPCM a settimana

Mentre in Italia si va verso un nuovo DPCM, l’Irlanda ha approvato fino a marzo 2021 un piano semestrale per la convivenza col virus

L’Irlanda è passata alla fase 5 del piano di convivenza con il coronavirus, in Italia si va verso nuove misure restrittive dopo quelle dello scorso weekend. È vero, gli irlandesi sono finiti di nuovo in lockdown, esattamente come ci finiremo con ogni probabilità noi nel giro di qualche settimana, ma non è questo l’argomento dell’articolo. Il focus è rappresentato dalla differenza tra un governo che è stato in grado di stilare un piano semestrale e uno che invece vive alla giornata, emanando un DPCM a settimana, senza analizzare i numeri nei micro o macro cicli, ma facendosi prendere dal panico dell’aumento quotidiano dei positivi.

Che ci sarebbe stata una seconda ondata di Covid-19 ce lo dicono già da quando eravamo in lockdown. Virologi, immunologi e gli stessi politici italiani ci hanno messo in guardia per mesi, anche quando, con l’arrivo dell’estate, ormai il virus sembrava essersi messo lì in un angolino. Mentre ci mettevano in guardia, però, cosa si faceva per fronteggiare l’atteso ritorno dei focolai e per convivere con il coronavirus? A giudicare da quanto stiamo vivendo sulla nostra pelle in questi giorni molto poco. Non c’è stata evidentemente una strategia per i mezzi pubblici, che continuano ad essere affollati e carichi ben oltre l’80% previsto dai decreti. Le scuole, riaperte da poco, stanno per essere richiuse. Il contact tracing è fallito completamente, affidato ad un’app, Immuni, che è stata sì scaricata da 9 milioni di italiani, ma non essendo stata supportata dalle Asl con l’inserimento dei codici dei positivi si è rivelata fin qui quasi completamente inutile.

Seconda ondata di Covid-19: in Italia si vive alla giornata

L’Italia, che pure bene aveva fatto nella risposta immediata alla prima ondata di virus, si è presentata praticamente impreparata al ritorno del Covid-19, che si sta abbattendo praticamente su tutto lo Stivale come la Cavalcata delle Valchirie. Sì, l’Irlanda va in lockdown esattamente come ci andremo noi, ma ci va pronta ad affrontare le sfide che aspettano i cittadini irlandesi da qui al 21 marzo 2021. Il governo locale ha infatti realizzato e approvato lo scorso 15 settembre un piano semestrale di cinque fasi, mentre da noi ci si prepara a vivere il balletto delle autocertificazioni, con un nuovo modellino al giorno da scaricare e stampare per giustificare i movimenti.

I DPCM – spesso anticipati da veline incomplete che hanno comunque l’obiettivo di tastare il polso e le reazioni – sembrano ormai le disposizioni del maestro Miyagi nel film “Karate Kid”: “Dai la cera, togli la cera”, “aggiungiamo questo alle chiusure, togliamo quest’altro, anzi accorciamo l’orario dei ristoranti alle 22, anche no allunghiamolo fino alla mezzanotte”. Un atteggiamento tutt’altro che serio nei confronti di una pandemia, che comunque, in questa seconda ondata, non ha ancora fiaccato il sistema sanitario come nel primo caso. Si fanno molti più tamponi e le terapie intensive solo ad 1/4 dei posti occupati a marzo. Eppure non si riesce a valutare la situazione con raziocinio e senza farsi prendere da ansia e panico.

Il piano di convivenza semestrale dell’Irlanda

In Irlanda è stato stilato un “piano di convivenza con il Covid-19” che tutti i cittadini possono consultare direttamente su una pagina dedicata del sito del governo. Il piano consta di 5 livelli e per ciascuno di essi sono specificate, in soldoni, le cose che si possono fare, i servizi di cui i cittadini possono ancora fruire e quant’altro. I livelli più bassi, sottolinea la guida per i cittadini e gli operatori, sono attivati in caso di bassa incidenza dei contagi e focolai circoscritti, mentre i livelli più alti, come quello attuale, scattano nel caso di massima emergenza.

Insomma, sulla base del livello dichiarato dal governo, da qui al 31 marzo 2021 i cittadini irlandesi sanno esattamente come comportarsi e non ci sono deviazioni rispetto a questo rigido protocollo, né la possibilità che autorità locali divergano dallo stesso con ordinanze e altri provvedimenti ad hoc. Una linea unica che si contrappone al caos italiano in cui al DPCM possono seguire ordinanze regionali e comunali che magari si discostano dalla linea governativa. Si poteva programmare anche in Italia lo strumento per le decisioni e gli spettri delle stesse per un periodo più o meno lungo? La risposta è ovviamente sì, ne abbiamo gli strumenti, le capacità, le autorità preposte a farlo. Perché non lo si è fatto? Qualcuno ci dovrà dare risposta, sia dal mondo tecnico-scientifico, sia da quello della politica. È facile prendersela con gli italiani che non avrebbero rispettato i protocolli, ma sono stati gli stessi italiani ad impedire, a chi deve prendere le decisioni, di programmare un piano e attrezzare il Paese ad una risposta alla seconda ondata del virus?

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