Quanto dobbiamo preoccuparci per la variante brasiliana (P1) del virus?

La variante brasiliana del virus SARS-CoV-2 è già disponibile in Italia, ma le certezze sono poche. Ecco cosa emerge dagli studi in Brasile.

La variante brasiliana del virus, nota anche come variante di Manaus o P1, sta circolando in Italia ormai da qualche settimana e l’unica fotografia scattata dall’Istituto Superiore di Sanità ci dice che al 16 febbraio scorso le regioni più colpite erano l’Umbria con un’incidenza del 36,2% e la Toscana al 23,8%. Presente anche nel Lazio (13,2%) e nelle Marche (7,9%).

Al contrario della variante inglese, al centro della prima e della seconda indagine lampo condotta dall’ISS, non abbiamo dati per capire quanto velocemente la variante P1 si stia diffondendo in Italia. Ci dirà di più la terza indagine dell’ISS, non ancora annunciata, ma in attesa della disponibilità di nuovi dati per fare un confronto possiamo andare a guardare là dove questa variante ha avuto origine: il Brasile, più precisamente la città di Manaus, capitale dello Stato di Amazonas e la sua città più popolosa.

Tutto è iniziato a Manaus, in Brasile

Sono tre gli studi condotti in Brasile, ma non ancora pubblicati, in grado di darci qualche informazione più precisa su questa variante scoperta per la prima volta alla fine di dicembre e diventata il ceppo dominante nella città di Manaus. Ma facciamo un passo indietro, come fatto dallo studio condotto dal virologo Nuno Faria dell’Imperial College di Londra.

La pandemia è esplosa in Brasile la scorsa primavera e la città di Manaus è stata colpita in modo particolare con le conseguenze che abbiamo visto anche in altre parti del Mondo: ospedali e terapie intensive al collasso ed enormi fosse a cielo aperto nel principale cimitero della città in cui accatastare le bare dei decessi a causa del COVID. Poche settimane dopo il peggio sembrava passato, al punto che per Manaus si stava iniziando a parlare di immunità di gregge dopo che, analizzando gli anticorpi di una banca del sangue di Manaus lo scorso ottobre si era stimato che almeno tre quarti dei 2 milioni di residenti della città avesse contratto l’infezione da virus SARS-CoV-2.

La variante brasiliana e l’alta capacità di reinfezione

Alla fine del 2020, però, i casi di COVID sono tornati a salire, toccando vette non raggiunte dalla prima ondata. Di fronte a quei dati, mentre la variante B.1.1.7 si stava diffondendo in diverse aree del Brasile, il dottor Nuno Faria si è messo alla ricerca della variante inglese anche a Manaus, senza successo. Il team di scienziati, però, si è trovato davanti ad una nuova variante, identificata nello stesso periodo anche in Giappone dopo che quattro turisti avevano fatto ritorno nel Paese dopo un viaggio in Amazzonia.

La variante P1, è emerso da analisi di laboratorio, condividerebbe con la variante inglese la capacità di diffondersi più rapidamente, ma un’altra mutazione permetterebbe al virus di ignorare gli anticorpi di altri coronavirus. Questo significa che la variante P1 del virus SARS-CoV-2 sarebbe in grado infettare chi ha già contratto l’infezione in passato. Su 100 persone positive al virus in Manaus lo scorso anno, è quanto ipotizza lo studio condotto dal professor Faria, tra le 25 e le 61 potrebbero contrarre di nuovo l’infezione se esposte alla variante P1.

Questo spiegherebbe perché, nonostante l’ampia diffusione del virus a Manaus lo scorso anno, migliaia di cittadini stanno contraendo l’infezione per la seconda volta. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet il mese scorso si concentra proprio su questa inusuale nuova ondata di casi a Manaus e offre diversi scenari possibili, a cominciare dalla possibilità che l’immunità di gregge, che secondo gli esperti potrebbe esser stata raggiunta nella città dopo l’esplosione dei casi lo scorso aprile, potrebbe non avere efficacia sul lungo periodo. E questo, si legge nelle conclusioni, potrebbe avvenire anche in altri zone del Mondo.

L’altra possibile spiegazione è legata proprio alla variante P1, con conclusioni simili a quelle a cui è arrivato il virologo Faria: la capacità della mutazione di evadere l’immunità generata dalla risposta a precedenti infezioni. Lo studio, però, evidenzia che per avere elementi più precisi è necessario potenziare l’attività di contact tracing, impossibile in situazioni in cui il virus circola in modo così importante.

I vaccini sono meno efficaci contro la variante brasiliana?

Così come la variante P1 sarebbe in grado di ignorare gli anticorpi sviluppati in seguito all’infezione con altri ceppi del virus, secondo gli studi condotti in laboratorio dal professor Faria potrebbe rendere meno efficace il vaccino cinese CoronaVac, da settimane in uso in Brasile. Non ci sono certezze su questo punto, dal momento che le analisi sono state condotte in laboratorio analizzando gli anticorpi di 8 persone già vaccinate col CoronaVac.

La realtà dei fatti, spiega lo studio, potrebbe essere diversa da questa prima conclusione a cui si è arrivati in laboratorio. E, particolare non di poco conto, gli esperti hanno effettuato delle prove soltanto col CoronaVac e non con gli altri vaccini disponibili altrove, da quelli a mRNA di Pfizer/BioNTech e di Moderna a quello di AstraZeneca in uso in Europa.

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