Perché la variante brasiliana del Covid porta ad un aumento dei casi

Tutto sulla variante brasiliana del Covid, che potrebbe anche richiedere un “aggiustamento” del vaccino attualmente a disposizione

La variante brasiliana del Covid-19 continua a tenere banco nel dibattito scientifico. Nei giorni scorsi ci sono stati pareri contrastanti, tra chi sostiene che non ci si debba preoccupare più di tanto e chi invece ne sottolinea la pericolosità superiore (in termini di contagiosità) rispetto alle altre. A al proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiesto alla comunità scientifica di raccogliere le sequenze genetiche delle nuove varianti, in modo da standardizzarne la classificazione senza riferimenti geografici. Si evita così di creare allarmismi e al contempo di avere un quadro maggiormente chiaro delle stesse varianti.

Tutto sulla variante brasiliana del Covid-19

Isolata lo scorso 6 gennaio da parte dell’Istituto nazionale giapponese per le malattie infettive (NIID), la variante brasiliana del coronavirus nasce da 12 mutazioni concentrate sulla proteina Spike e tra queste ci sono le due mutazioni già note come N501Y e E484K e che sarebbero responsabili della maggiore contagiosità del virus. Ed è proprio questo che genera maggiore apprensione, perché pur non essendo maggiormente pericolosa in termini di conseguenze per gli individui, si trasmette comunque più rapidamente rendendo più difficile il contenimento.

Lo spiega chiaramente all’Adnkronos Mauro Minelli, specialista in Immunologia clinica e Allergologia e co-coordinatore della Scuola di specializzazione medica in Scienze dalla nutrizione – Dipartimento di Studi europei Jean Monnet. La variante brasiliana, sottolinea, “indiscutibilmente genera preoccupazione perché contiene un nucleo di mutazioni genetiche uniche, alcune delle quali rendono la proteina d’aggancio del virus alla cellula umana ‘invisibile’ agli anticorpi che l’uomo può avere prodotto, e d’altro canto ha evidentemente portato a un cospicuo incremento dei casi nei luoghi della sua identificazione”. Insomma, questa variante “aggirerebbe” gli anticorpi, aumentando la contagiosità anche tra chi ha già avuto il covid.

“Gli anticorpi umani prodotti contro la forma originaria del virus – continua Minelli – non riescono a neutralizzare questa nuova variante che riesce a eludere l’azione di blocco esercitata dalle cellule immunizzanti che, pur essendoci, non risultano pienamente efficaci”. Insomma, gli attuali vaccini in circolazione potrebbero non essere sufficienti a contrastare questa variante. Potrebbe essere necessaria una “ricalibrazione” dei vaccini, ma è comunque importante somministrare ugualmente quelli attualmente a disposizione. “Quindi bisognerà applicarsi per cercare nel più breve tempo possibile di individuare le misure più adeguate per la protezione umana. Intanto continuiamo con l’immunizzazione verso ciò che è certo funzioni”, ha concluso l’esperto.

Il vaccino per ora regge, ma può essere “aggiustato”

Al momento, comunque, la comunità scientifica rimane convinta che il vaccino riesca a difendere anche dalle varianti recenti del coronavirus, anche perché fornisce una immunità più alta rispetto a quella che viene sviluppata dopo un infezione naturale. Comunque sia, come aggiunge il microbiologo Rino Rappuoli al Corriere della Sera, “se sarà necessario abbiamo le tecnologie per “aggiustare” i vaccini in breve tempo, quelli sintetici a Rna che stiamo utilizzando attualmente in Italia possono essere rimodulati nel giro di due mesi”.

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