Perché nessuno (Irlanda a parte) ha un piano di convivenza con il virus?

Mal comune mezzo gaudio? Anche no, perché le potenze dell’Europa Occidentale non riescono a realizzare un piano di convivenza col virus?

2 Novembre 2020 10:38

“Noi ci siamo adeguati, voi cosa avete fatto?”. Prendo spunto dal cartellone di uno dei manifestanti di Rieti contro i DPCM, per fare eco ad un bell’articolo pubblicato sul Financial Times. Il primo lockdown, che ha comportato sacrifici per tutti in Italia come in Europa, è stato completamente vanificato da quanto accaduto nei mesi successivi e tutti devono prendersi le proprie responsabilità. Mezza Europa è praticamente in “lockdown 2”, resosi indispensabile per la seconda ondata di covid-19. Una seconda ondata della quale esperti e politici parlano praticamente sin dal periodo più duro della prima. Proprio per scongiurarla, sono stati chiesti sacrifici ai cittadini, adeguamenti a chi ha un’attività commerciale, per poi annunciargli dopo solo un paio di mesi dalle riaperture: “Spiace, c’è troppa gente in giro, vi dobbiamo richiudere in casa”. La domanda sorge spontanea (fermo restando che una piccola percentuale di trasgressori delle regole c’è stata, c’è e ci sarà ancora): la gente in giro chi ce l’ha rimessa dopo il primo lockdown?

Ci è stato detto fin dal principio che con il virus avremmo dovuto convivere per lungo tempo, un anno almeno, o forse di più. Per questo motivo mi pare lecita la domanda che si pone il Financial Times: “Perché non sono stati disposti piani a lungo termine per la convivenza col coronavirus?”. L’unico esempio che abbiamo in controtendenza è quello dell’Irlanda, che a settembre ha approvato un piano semestrale che scadrà il 21 marzo 2021. Il Paese è arrivato in lockdown come altri nei giorni scorsi, ma quantomeno lo affatto in un percorso chiaro e lineare, con i cittadini che hanno saputo sin dall’inizio a cosa sarebbero andati incontro. Nel resto dell’Europa Occidentale, invece, si vive alla giornata con provvedimenti emanati con scadenze di 15 giorno o addirittura un mese, ma che però vengono annullati e sostituiti dopo pochi giorni da nuove misure. Non si attende nemmeno di capire se le misure adottate abbiano effetto, che le si cambia in corsa, a conferma che forse nemmeno i Comitati tecnico-scientifici, quelli composto da medici ed esperti, riescano a fare valutazioni a lungo termine.

Quanti altri lockdown ci aspettano in attesa del vaccino?

Male, perché mai come in questo periodo la politica pende dalle loro labbra e anche loro dovranno dare conto di quanto sta accadendo in queste settimane, con la curva dei contagi con sale in maniera esponenziale. Nei prossimi mesi, inevitabilmente, la curva calerà per via delle nuove chiusure, ma senza un piano di convivenza e in attesa del virus c’è il forte rischio di assistere ad un film già visto: dopo il lockdown 2 ci sarà la riapertura e il rischio di un nuovo aumento di contagi che ci porterebbe dritti verso un lockdown 3 in primavera, quando dovrebbero essere disponibili in grandi quantità i vaccini attualmente in fase di sperimentazione (sempre che siano immediatamente efficaci).

Il problema politico è che dopo 9 mesi il virus viene trattato ancora come un’emergenza, ma considerato che dovremo farvi fronte ancora per un periodo più o meno lungo, non sarebbe meglio cercare un nuovo equilibrio? Le misure progressive “alla giornata” in Inghilterra, Francia, Italia, Spagna, Germania e Portogallo non hanno fatto abbassare il tasso di contagiosità, il cosiddetto RT, portando ad una nuova stretta con tutto ciò che ne consegue anche in termini economici. Il lockdown 2 (e l’eventuale lockdown 3) non avranno di certo la stessa risposta in termini di aiuti del primo e il rischio è quello di devastare l’economia per tanto tempo oltre che la psiche di chi, vedendosi senza lavoro e senza soldi, non riesce a trovare una ragione di vita.

Diversi studi hanno confermato che durante il lockdown 1 gli stati d’ansia e i disturbi del sonno sono aumentati durante la prima fase della pandemia. In Italia, sostiene uno studio condotto all’Università di Torino, ne ha sofferto 1 italiano su 4 e la percentuale è destinata ad aumentare con le imminenti nuove chiusure. Cosa si sta facendo anche per questo aspetto, che rappresenta un fattore tutt’altro che da sottovalutare per quella che dovrebbe essere prima o poi la ripartenza?

Conte annunciava a maggio “il piano di convivenza col virus”: dov’è?

In questo senso i governi delle principali potenze europee sembrano essere allineati: si vivrà ancora alla giornata, guardando i numeri dei contagi quotidianamente fino a quando non sarà a disposizione il vaccino. Esattamente sei mesi fa, il premier Giuseppe Conte annunciava: “Domani comincerà la fase 2 dell’emergenza, quella della convivenza con il virus. Sarà una nuova pagina che dovremo scrivere tutti insieme, con fiducia e responsabilità”. Qual è stato il piano per la convivenza col virus in Italia se oggi ci ritroviamo punto e a capo? È stato chiaro fin dall’inizio che le riaperture avrebbero comportato nuovi rischi per la trasmissione ed è stato chiaro fin da subito che mezzi pubblici, uffici, scuole e altri posti al chiuso senza una dovuta areazione, sarebbero stati i luoghi maggiormente pericolosi.

Eppure, non c’è stato alcun piano per ripensare gli spostamenti in vista dell’inizio dell’anno scolastico e della ripresa di tante attività produttive. Si è imposto, con vigilanza praticamente zero e senza prevedere alternative, la riduzione della capienza dei mezzi all’80%. Il risultato sono bus e vagoni della metropolitana carichi come carri bestiame. E a nulla è servita l’app Immuni, che seppur scaricata da 10 milioni di italiani, non è stata accompagnata da un protocollo sanitario unico in tutto il territorio, né dall’inserimento tempestivo dei dati dei positivi. Si sono elargiti agli italiani bonus per la mobilità su monopattini e bici elettriche, oltre che incentivi per andare in vacanza, muoversi e far ripartire l’economia. E ora ci viene detto che dobbiamo richiuderci perché ci siamo mossi troppo?

L’esempio dell’Aids

Purtroppo occorre mettersi in testa che non ci si libererà del virus dall’oggi al domani e le conseguenze le pagheremo per un bel po’ di anni. L’esempio fatto dal FT mi sembra particolarmente calzante: dal 1981 abbiamo imparato a convivere con l’Aids, una malattia che ha cambiato per sempre alcune delle nostre abitudini. Dai profilattici, agli aghi, passando per le donazioni di sangue per le trasfusioni. Si è stilato un protocollo valido per sempre, fino a quando questo male non sarà debellato del tutto. Possibile che non si riesca a dare la stessa risposta al Covid-19 e si debba continuare a vivere alla giornata? Fino a quando potremo farlo?

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