Il vaccino di Pfizer è meno efficace contro la variante sudafricana?

Un studio in Israele ci fornisce qualche dettaglio in più sull’efficacia del vaccino di Pfizer contro la variante inglese e sudafricana.

Come se la sta cavando il vaccino di Pfizer contro la variante inglese e quella sudafricana del virus SARS-CoV-2? La campagna di vaccinazione contro il COVID-19 in Israele prosegue a ritmo serrato. Al 9 aprile scorso, con 10,2 milioni di dosi somministrate, il 54,3% della popolazione di Israele poteva dirsi vaccinata contro il coronavirus. Questa è un’ottima notizia non soltanto per Israele, che ha già introdotto una sorta di passaporto vaccinale e si avvia verso un ritorno ad una semi-normalità, ma anche per il resto del Mondo.

Il successo della campagna vaccinale, basata quasi esclusivamente sul vaccino anti-COVID messo a punto da Pfizer/BioNtech, ci permette di avere dei dati reali non soltanto sull’efficacia del vaccino, ma anche sulla tanto sognata immunità di gregge e su come si comporterà il virus, con le sue varianti in circolazione, in una situazione di semi-normalità con gran parte della popolazione già immunizzata e la ripresa delle attività con sempre meno limitazioni.

Sappiamo ormai da mesi il vaccino a mRna di Pfizer/BioNtech ha un’efficacia dichiarata dall’azienda del 95%. I dati diffusi da Pfizer si riferivano però alla fase 3 della sperimentazione clinica e la velocità con cui Israele sta vaccinando i suoi cittadini ci ha già confermato, nel febbraio scorso, un’efficacia reale del 93%. A poche settimane di distanza, però, Israele è in grado di fornire anche qualche dettagli in più sulla protezione del vaccino contro le varianti del virus più diffuse.

Pfizer e la variante sudafricana. Cosa ci dicono da Israele

Uno studio pubblicato oggi in Israele, condotto dall’Università di Tel Aviv e dall’Istituto Clalit, anticipa che la variante sudafricana (B.1.351) del virus SARS-CoV-2, ancora poco diffusa nel Paese, dove è stata quella inglese ad imporsi con un’incidenza superiore al 90%, potrebbe essere in grado di superare la protezione offerta dal vaccino di Pfizer/BioNtech.

Il condizionale è d’obbligo per due motivi: lo studio è stato condotto su 300 cittadini, la metà dei quali non ha ancora ricevuto il vaccino anti-COVID, e non è stato ancora approvato dalla comunità scientifica. Quello che ha scoperto il team di esperti guidato dalla dottoressa Adi Stern è stata una prevalenza della variante sudafricana del virus nei soggetti che, pur avendo ricevuto entrambe le dosi del vaccino, hanno contratto l’infezione.

Il confronto è stato fatto con l’incidenza della variante B.1.351 nella popolazione non ancora vaccinata: 150 persone positive al COVID-19 dopo aver ricevuto entrambe le dosi del vaccino di Pfizer/BioNtech e 150 persone positive al COVID-19 e non ancora vaccinate. La variante sudafricana del virus è stata otto volte più alta tra i 150 cittadini vaccinati, ma parliamo di numeri davvero bassi, il 5.4% del totale contro lo 0.7% del campione di non vaccinati.

Campione troppo piccolo, servono ulteriori approfondimenti

Sulla base del pattern nella generazione generale ci saremmo aspettati di trovare solo un caso di variante sudafricana, ma ne abbiamo trovati 8.

Lo ha spiegato la dottoressa Adi Stern, precisando però che questo studio non è in grado di fornire un’indicazione precisa della protezione del vaccino contro la variante sudafricana del virus perchè la sua prevalenza in Israele è dell’1% del totale dei casi.

Il professor Ran Balicer dell’Istituto Clalit ha definito questo studio molto importante perché si tratta del primo studio basato su dati del mondo reale che mostrerebbe una minor efficacia del vaccino di Pfizer contro la variante sudafricana del virus rispetto al ceppo originale o alla variante inglese:

Questi risultati preliminari necessitano di ulteriori approfondimenti ed enfatizzano la necessità di un monitoraggio epidemiologico e un sequenziamento sistematico in Israele così da contenere l’eventuale diffusione della variante sudafricana del virus.

Se sul fronte della variante B.1.351 è necessario condurre analisi più approfondite, lo studio pubblicato oggi ci dà una buona notizia: la variante inglese del virus ha la stessa capacità di infettare i cittadini già vaccinati rispetto al ceppo originale.

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