Un partito in cerca di idee: il difficile compito di Enrico Letta

La ricostruzione del Partito Democratico passa da una certa idea di mondo.

Se si pensa al MoVimento 5 stelle, si pensa al reddito di cittadinanza. Se si pensa alla Lega, si pensa ai decreti contro l’immigrazione. Se si pensa al Partito Democratico, oggi, si pensa al nulla.

Quando alle 11.45, Enrico Letta, seduto alla scrivania della sala stampa del Nazareno aprirà la sessione dei lavori che lo porterà a essere il prossimo segretario del Pd, dovrà tenere a mente questo.

Prendere in mano le redini di quello che è stato definitoil più grande partito riformista d’Europa” significa prima di tutto mettersi alla ricerca della sua identità.

Un compito ingrato, parlando di quello che Massimo D’Alema, uno dei suoi fondatori, ha definito “un’esperienza non riuscita” solo lo scorso ottobre.

Eppure, non tutto è ancora perduto.

Ciò che di sicuro Enrico Letta sa è che un partito che si dice di sinistra, oggi, deve avere una certa idea di mondo, quella che nel ‘900 si sarebbe chiamata ideologia, e che ha il dovere di pensare davvero alle nuove generazioni.

Essere di sinistra, oggi, vuol dire prima di tutto guardare all’ambiente e alla transizione ecologica in modo diametralmente opposto rispetto a come lo si è fatto negli ultimi 20 anni, quando li si menzionava semplicemente per allungare il programma elettorale.

Significa prestare attenzione a quel milione e 800 mila persone che teme di perdere il proprio posto di lavoro, e a quei 788 mila nella fascia tra i 20 e i 64 anni che invece lo hanno perso nel 2020.

Essere di sinistra nel 2021 vuol dire occuparsi della cosiddetta “she-cession”, la recessione che riguarda solamente l’occupazione femminile, che nel solo mese di dicembre 2020 ha fatto registrare la perdita di occupazione per 99mila donne su un totale di 101mila posti.

Significa guardare a una forma di reddito universale non solo come misura di contrasto alla povertà assoluta ma come strumento per conferire libertà e dignità alle persone.

Vuol dire andare in contro a quell’8% di bambini e ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado che è rimasto escluso da una qualsiasi forma di didattica a distanza nell’anno della pandemia a causa del cosiddetto digital divide.

Essere di sinistra oggi vuol dire arginare quella che l’ultimo Rapporto Svimez etichetta come la “fuga di cervelli” di 2 milioni di emigrati meridionali verso il Nord Italia e l’estero negli ultimi 15 anni, a causa della disoccupazione e del precariato.

E poco dovrebbe importare a Enrico Letta di cosa faranno i renziani nel suo partito, se lo tradiranno come fatto con la maggioranza Bersani, poi rifatto con la congiura dei 101 che doveva portare al Quirinale Romano Prodi e forse ora con le dimissioni di Zingaretti. Poco importa se lui, Letta, non ha una sua corrente di riferimento interna al partito, quella ditta che lo ha prima osannato e poi pugnalato alle spalle nel 2014.

Il compito di Enrico Letta, da domani, sarà guidare quella svolta che deve consentire al Partito Democratico di iniziare a combattere le battaglie proprie di un partito di sinistra. Per dimostrare una volta per tutte di esserlo.

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