Rischio calcolato per le riaperture? L’economia vince sulla salute degli anziani

Mario Draghi e il “rischio calcolato” per le riapertura anticipata: per la prima volta ci si affida alla speranza che tutto andrà bene.

L’Italia inizierà a riaprire dal 26 aprile. Lo ha annunciato ieri il premier Mario Draghi parlando in un “rischio calcolato”, un rischio che secondo l’infettivologo Massimo Galli è stato “calcolato male”. Il perchè di questo giudizio è presto detto: sul fronte dell’epidemia l’Italia è tutt’altro che pronta alla ripresa delle attività. Lo dimostrano i dati che ogni giorno ci dicono che il contagio è sì in calo, seppur lento, e lo dimostra anche l’occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive da parte di pazienti COVID-19.

E lo dimostra, soprattutto, lo storico della pandemia in Italia. La prima riapertura del Paese risale al 4 maggio scorso, quando le persone ricoverate con sintomi da COVID erano 16.823 e i pazienti in terapia intensiva appena 1.479. In quella stessa data le persone positive erano 99.980. Anche quella fu una riapertura graduale che proseguì per circa un mese, fino a quando il 12 giugno 2020 fu decisa anche la ripresa di discoteche e sale da ballo.

Abbiamo visto tutti quello che è successo. Oggi abbiamo qualche strumento in più per proteggerci dal virus e il piano per la riapertura messo a punto dal governo di Mario Draghi terrà conto anche degli errori commessi lo scorso anno, dalla libera circolazione tra le Regioni alla riapertura proprio delle discoteche.

Quello, però, non è l’unico esempio diretto su cui può contare il nuovo esecutivo. A fare da monito c’è anche la Regione Sardegna, tornata velocemente in zona rossa dopo solo tre settimane di quasi liberi tutti, quella zona bianca che da moltissimi è stata vista come un momento per dare sfogo alla propria libertà dopo mesi di chiusure e limitazioni.

Il rischio calcolato suscita l’ilarità di Twitter

Se in tantissimi stanno già guardando al 26 aprile come la data del ritorno alla vita – ed è lo stesso promotore di questa riapertura anticipata, Matteo Salvini, a sottolinearlo parlando di “liberazione” e “ritorno alla vita” – sono altrettanti quelli che guardano a questo rischio calcolato con una certa ilarità.

L’opinione più diffusa è che Draghi non avrebbe potuto fare altrimenti. Dall’inizio della pandemia si è sempre cercato di mettere la salute dei cittadini, e in particolare delle persone più a rischio, al primo posto, anche a discapito dell’economia. Migliaia di cittadini hanno perso la vita, molti meno di quanti sarebbero deceduti senza le chiusure e le misure restrittive, ma la disoccupazione è aumentata, la povertà è aumentata e le proteste delle categorie più colpite sono aumentate, fomentate anche da quello stesso centrodestra che se avesse potuto avrebbe aperto tutto già a Natale.

Rischio calcolato? Ci si affida alla speranza, non al Ministro Speranza

Da un lato c’è il fronte rigorista guidato da Speranza e supportato dai dati scientifici, dall’altro c’è quel centrodestra che guarda a Speranza come se fosse il nemico e ignora i dati e quello che l’Italia ha già passato. Al centro c’è Mario Draghi, che stavolta ha preferito affidarsi alla speranza e non al Ministro Speranza.

La speranza che i cittadini usino il buonsenso, la speranza che la campagna vaccinale metta davvero il turbo, la speranza che il contagio non riprenderà anche se la storia e quello che sta succedendo in altri Paesi ci dice che sarà inevitabile, la speranza che di fronte ad una nuova chiusura anche a chi adesso si dichiara aperturista nonostante i dati si potrà dire “abbiamo fatto a modo tuo, ecco cosa è successo”, e la speranza che le categorie più a rischio abbiano imparato a proteggersi da sole.

Perché di questo si tratta. Conosciamo bene i dati del contagio e quelli della vaccinazione. Se nel maggio scorso l’avvio della ripresa avevamo quasi 100mila positivi, 16.823 pazienti ricoverati e 1.479 in terapia intensiva, oggi abbiamo 500mila persone positive, quasi 25mila ricoverati con sintomi e 3.366 pazienti in terapia intensiva. E una media di 300-400 decessi al giorno.

Non solo. Le categorie più a rischio sono tutt’altro che protette. Oltre due terzi degli over 70 non ha mai visto neanche la prima dose di vaccino, e appena il 15% dei cittadini tra i 60 e i 70 anni ha ricevuto soltanto la prima dose. Se è vero che la campagna di vaccinazione sta per premere sull’acceleratore, sarebbe stato sufficiente attendere ancora 2-3 settimane e proporre lo stesso programma di riaperture con maggiore sicurezza. Le pressioni, però, sono state troppo forti e per la prima volta dopo oltre un anno di pandemia, la salute dei più anziani e delle categorie a rischio passa in secondo piano rispetto all’economia. È giusto? È sbagliato? Per citare il fautore di questa riapertura anticipata, “il tempo sarà galantuomo”.

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