“Questa casa non è una scuola”: la protesta dei genitori contro la chiusura delle scuole

Dopo l’ordinanza del ministero della Salute, la didattica a distanza torna a essere l’incubo di tante famiglie italiane e soprattutto dei loro bambini.

Cristina C. è una mamma bolognese di professione avvocato. Come tantissimi altri genitori d’Italia, da qualche giorno è costretta a fare nuovamente i conti con la chiusura delle scuole.

Dopo l’ordinanza del ministero della Salute che ha portato anche l’Emilia Romagna in zona arancione rafforzato, anche la sua bambina sarà costretta a rimanere in casa per un tempo imprecisato.

Un anno dopo l’inizio della pandemia, la gestione degli istituti scolastici è ancora il più grande problema di qualsiasi governo che si trovi a fronteggiare il Coronavirus.

Cristina, assieme ad altre migliaia di genitori, da qualche giorno protesta davanti alle scuole chiuse in tantissime città italiane, rivendicando il diritto dei loro figli di fare lezione in classe.

“Noi genitori non protestiamo perché con le scuole chiuse non sappiamo dove lasciare i nostri bambini – dice –, noi protestiamo perché vengano rimesse al centro le loro ragioni. Dopo più di dodici mesi dall’inizio dell’emergenza, non è più accettabile che rinuncino al loro diritto all’istruzione, alla socialità e alla crescita”.

Secondo il comitato “Priorità alla scuola”, un movimento nato in maniera spontanea, diffusosi in quasi tutte le regioni italiane e che oggi conta più di 20.000 iscritti su Facebook, questi sono i tre temi di cui i governi d’emergenza non hanno tenuto conto nell’ultimo anno.

Dal loro punto di vista, non si è stati in grado di gestire le vite degli studenti in pandemia, dai più piccoli ai più grandi, scegliendo sempre come unica soluzione la chiusura totale. In barba a qualsiasi idea di strategia di prevenzione.

Alessandra P. è un’altra mamma del bolognese. Impiegata amministrativa, è madre di due figli che frequentano la scuola elementare di Zola Pedrosa, nella città metropolitana di Bologna.

“È evidente che quella in cui ci troviamo è una situazione critica – afferma – e nessuno di noi si aspetta che venga risolta in due giorni. Ma quello che continuiamo a chiederci è perché dopo un anno di convivenza con la pandemia la prima soluzione sia sempre quella di chiudere le scuole”.

Il disappunto di questi genitori, poi, dipende dal fatto che, con gli ultimi provvedimenti, il principio delle chiusure mirate è stato ampiamente disatteso. “Noi come scuola siamo stati sempre attenti e anche fortunati – dice -. Quando nella classe di mio figlio è stata riscontrata una positività, tutti i nostri figli sono stati sottoposti a tamponi e sono rientrati a scuola dopo due giorni. E la cosa funzionava”.

Inoltre, la costola emiliano-romagnola del comitato lamenta il fatto che nel momento in cui si doveva scegliere le categorie a cui somministrare i vaccini, non si è pensato immediatamente agli insegnanti, che hanno cominciato le vaccinazioni qualche settimana fa.

“Però – continua Alessandra – quando si deve scegliere cosa chiudere e cosa no, le scuole sono sempre in testa”.

LA PROTESTA DI “PRIORITÀ ALLA SCUOLA”

L’hanno definita “una settimana di obiezione di coscienza”: boicottare la didattica a distanza, svuotare ogni classe virtuale per rivendicare i diritti dei loro figli. Non una classica protesta messa in atto dagli studenti, ma una scelta fatta da genitori che si sentono in dovere di “aiutare” la scuola: “fermiamola oggi per tornarci domani”, dicono (come riporta l’articolo di BolognaToday).

La loro ribellione è anche visiva: propongono di appendere striscioni a ogni finestra, recanti le parole “la scuola a scuola”, e di pubblicare foto dei bambini davanti al pc con la scritta “questa non è una scuola”.

“L’invenzione della zona arancione rinforzato – dicono i loro rappresentanti – per chiudere le scuole ripropone in modo drammatico lo scenario di un anno fa. L’ordinanza di Bonaccini è ingiustificata e miope, e il rischio a cui andiamo incontro è che venga prorogata ad oltranza. Se accettiamo la Dad ora non è improbabile che quest’anno i bambini non tornino più a scuola. Se accettiamo la Dad ora le Istituzioni potranno continuare a raccontare che la scuola non si è mai fermata”.

“Gli insegnanti – afferma il comitato – non possono esimersi dall’attivare il canale della didattica online, ma noi genitori possiamo fare qualcosa, tutti insieme. E se non lo facciamo, ancora una volta bambini e ragazzi torneranno ad essere invisibili e saranno i primi e gli unici a pagare. L’ondata di novembre ha dimostrato che è possibile fare scuola in presenza e in sicurezza, il picco di contagi non è attribuibile alle scuole aperte, men che meno alle scuole primarie. Nel momento in cui accetteremo silenziosamente di mettere i nostri figli davanti al computer essi diventeranno dei fantasmi. Se la crisi necessita la chiusura allora che si chiuda tutto, ma la scuola deve essere l’ultima a chiudere e la prima a riaprire”

IL CASO FRANCESE

Si tratta evidentemente di un tema spinoso, perché se da un lato non ci sono evidenze scientifiche che le scuole siano il luogo del contagio, quelli in cui realmente aumentano i numeri, dall’altro non esiste ancora una soluzione comprovata che consenta di lasciarle aperte.

Se prendiamo ad esempio il caso francese, non si può non dire che la loro scelta di lasciare aperti gli istituti scolastici in tutti questi mesi ha favorito gli studenti, ma i loro numeri sono stati sempre parecchio più alti di quelli italiani.

Il problema evidente è dato dal fatto che in pieno regime di lockdown, la responsabilità della gestione degli studenti torna a gravare sulle famiglie, e non tutti i genitori hanno la possibilità di godere di congedi parentali.

“Per mia figlia – conclude Cristina – vivere la quotidianità scolastica è fondamentale. E quando ha saputo che «per un po’» avrebbero chiuso le scuole ha subito espresso la sua paura di non potere più rivedere le sue maestre e i suoi compagni, come già successo lo scorso anno. Noi vogliamo impedire questo”.