Crisanti: “Vera sfida è come evitare la terza ondata, da giugno fatto poco o nulla”

Network testing è il modello proposto dal professor Crisanti: “Possiamo investire quanto vogliamo negli ospedali ma non fermeremo così la terza ondata”

Contro il coronavirus “la vera sfida è come evitare la terza ondata. E se si continua su questa strada, temo sarà inevitabile”. Così il professore Andrea Crisanti, audito oggi in video collegamento, in via informale, dalla Commissione Affari sociali di Montecitorio.

Secondo il docente di microbiologia all’università di Padova e direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’ospedale di Padova: “Possiamo investire in tutte le terapie intensive che vogliamo, su tutti gli ospedali, ma sicuramente non fermeremo così la terza ondata”.

L’esperto ha fornito un modello che considera efficace nel contrasto al Covid-19, basato sul network testing: “Chiaramente ci vogliono figure che conoscono i sistemi complessi e sanno farli funzionare. Ci vogliono professionalità che non vedo presenti nel Cts ora. Ci vuole il contributo anche di ingegneri dei sistemi, matematici, informatici, immunologi per creare una struttura che ci porti fuori da questa epidemia”.

Network Testing

Crisanti fa l’esempio di Vo’ Euganeo durante la prima ondata, per far capire qual è la strategia da adottare: “A Vo’, durante l’epidemia (prima fase di marzo-aprile, ndr) si è interrotta la trasmissione di Sars-CoV-2. Noi adesso sappiamo che se avessimo fatto solo il contact tracing, avremmo lasciato circa il 60% delle persone infette a ‘piede libero’, creando un ulteriore carico di infezione”.

Questo avrebbe comportato – spiega ancora Crisanti – che “dopo 20 giorni il 50% della popolazione di Vo’ sarebbe rimasta infetta. Il messaggio di questo studio è che il contact tracing è inefficiente, non è scalabile e non è lo strumento giusto per bloccare la trasmissione. Lo strumento giusto è il network testing. Per ogni persona infetta, cioè, bisogna testare sistematicamente tutta l’area di relazione”.

Realizzare un modello di network testing che funzioni a livello nazionale è impegnativo, avverte il microbiologo, perché serve: “Una capacità di fare test diagnostici affidabili che non si lascino scappare casi con falsi negativi. C’è bisogno di una rete informatica, in cui anche l’App Immuni trova una collocazione, che sia in grado di ricostruire i cluster in maniera spazio-temporale e prevedere le regioni che sono a rischio; e poi c’è bisogno della logistica per portare i test dove c’è bisogno”.

Ma da giugno a oggi, ammonisce Crisanti, non è stato anticipato nulla di tutto questo: “Io penso che siamo in questa situazione perché da giugno a oggi non abbiamo fatto nulla o abbiamo fatto molto poco”.

Il modello Vo’ Euganeo

Tornando al modello Vo’ Euganeo, con il Network testing venne testata l’86% della popolazione del piccolo centro in provincia di Padova. Il primo tampone registrò il 3% di positivi, 88 persone in tutto. A quel punto il comune ha chiuso i confini, sono scattate le quarantene per i positivi e i loro familiari, ma non è stato impedito agli altri residenti di circolare nel territorio comunale.

Al secondo tampone i positivi al Covid-19 erano 28. Il risultato è che il 2 marzo Vo’ Euganeo aveva 88 positivi su 273 totali in Veneto, ma tre mesi dopo (al 30 maggio) i casi a Vo’ erano invariati, mentre in tutto il Veneto i contagi erano arrivati a quota 20mila.

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