COVID-19, scoperta anche una variante italiana. Cosa sappiamo?

Il virus SARS-CoV-2 è mutato anche in Italia, ma una variante italiana in particolare ha attirato l’attenzione degli esperti. Cosa sappiamo?

Dopo la variante inglese del coronavirus, ecco arrivare la variante italiana. Dopo dieci mesi di pandemia abbiamo capito più o meno tutti, anche i meno esperti, che il virus SARS-CoV-2, come tutti i virus, è soggetto a continue mutazioni più o meno importanti. Dall’inizio della pandemia ad oggi ne sono state identificate a migliaia, nessuna per fortuna mutata in modo sostanziale al punto da compromettere l’efficacia dei vaccini già messi a punto e quelli ancora in via di definizione.

Se la cosiddetta variante inglese del virus ha provocato un vero e proprio caos in Europa, con quasi tutti i Paesi che si sono affrettati a chiudere tutti i collegamenti col Regno Unito salvo poi scoprire, come era ampiamente prevedibile, che anche quella mutazione del virus era già in circolazione da settimane, oggi AdnKronos Salute annuncia la scoperta di una nuova variante tutta Italia.

Nulla di nuovo o preoccupante, a dir la verità, almeno allo stato attuale delle cose. A comunicare l’esistenza di questa variante ad oggi sconosciuta, seppur simile per molti aspetti a quella inglese, è stato il professor Arnaldo Caruso, presidente della Società Italiana di Virologia e direttore del Laboratorio di microbiologia dell’Asst Spedali Civili di Brescia.

Secondo l’esperto questa variante sarebbe in circolazione nel nostro Paese almeno dal mese di agosto e la sua diffusione nel Nord Italia potrebbe spiegare il perché della più alta incidenza dell’infezione tra il Piemonte e la Lombardia.

In cosa consiste la mutazione di questa variante italiana del virus?

L’esperto ha spiegato nel dettaglio che la mutazione identificata in Italia sarebbe simile a quella scovata qualche settimana fa nel Regno Unito: “Ha diversi punti di mutazione nella proteina Spike, l”uncino’ che il virus usa per attaccare il recettore presente sulle cellule bersaglio nel nostro organismo. Come quella inglese, anche la variante italiana ha una mutazione in un punto nevralgico dell’interazione Spike/recettore cellulare, più precisamente in posizione 501“.

Non solo. La variante italiana avrebbe anche una seconda mutazione “in posizione 493, che rende la sua proteina Spike leggermente diversa da quella del virus pandemico che tutti oggi conosciamo“.

Come è stata scoperta la variante italiana del virus?

Il professor Caruso ha dichiarato ad AdnKronos Salute che la scoperta è stata del tutto casuale. Tutto è partito da un paziente che aveva contratto l’infezione da COVID-19 ad aprile, ma per mesi è rimasto positivo:

A novembre ci siamo decisi a sequenziare il virus per capire il perché di questa persistenza, e con nostra sorpresa ci siamo resi conto di avere identificato una nuova variante, simile ma non identica alla variante inglese che iniziava a circolare anche in Italia. A questo punto abbiamo sequenziato anche un campione dello stesso paziente ottenuto ad agosto.

Non è chiaro, al momento, se la cosiddetta variante inglese e questa nuova variante italiana siano in qualche modo collegate e forse non è neanche così importante accertarlo. Non sappiamo neanche quanto rapidamente si sia diffusa questa variante né se davvero sia collegata al picco di contagi nel Nord Italia.

Quanto si è diffusa questa nuova variante del virus?

Tutto è ancora da chiarire. L’unica certezza al momento è che questa mutazione del virus è stata identificata in un paziente di Brescia, ma ora che è stata isolata sarà possibile fare tutti gli accertamenti del caso, anche se l’Italia è profondamente indietro rispetto al Regno Unito sul sequenziamento virale. Lì, già nei primi mesi della pandemia, è stato messo in piedi un consorzio con l’obiettivo di studiare il virus e le sue mutazioni, mentre l’Italia è rimasta a guardare.

Ora, però, dagli scienziati italiani sta arrivando la volontà di fare qualcosa di simile, come dichiarato dal professor Caruso:

Insieme a tanti colleghi che utilizzano sistemi molecolari cercheremo di costituire un Consorzio sul modello Gb, perché in Italia si inizi un’attività di sequenziamento virale cruciale per prevenire il diffondersi di varianti di Sars-CoV-2 sempre più temibili per la nostra salute e possibilmente capaci di vanificare l’efficacia di farmaci e vaccini. […] Spero che tanti colleghi possano aderire a questa iniziativa e che questa possa trovare un valido supporto e un consenso da un Governo oggi più attento e preparato a rispondere a questa importante esigenza.

Dobbiamo preoccuparci?

Come accaduto per la variante inglese, anche in questo caso saranno gli approfondimenti già in corso a rassicurarci sull’efficacia dei vaccini contro il COVID-19, ma gli esperti si sono già espressi e il responso è stato pressoché unanime: no, i vaccini già esistenti e quelli in via di sviluppo non dovrebbero in alcun modo perdere di efficacia di fronte a questa variante del virus.

Più che ottimista anche lo stesso Arnaldo Caruso:

Il vaccino genera una risposta complessa verso tante aree della proteina Spike. Anche se vi fossero alcuni anticorpi non in grado di riconoscere una zona mutata come quella in posizione 501 o 493, ce ne sarebbero sicuramente altri in grado di legarsi a porzioni non mutate della proteina. Il loro legame sarebbe sufficiente a impedire l’interazione tra Spike e recettore cellulare, anche solo per una sorta di ‘ingombro sterico’ che gli anticorpi creerebbero sulla superficie del virus. In poco tempo avremo comunque una risposta certa a questa domanda.

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