Caso McKinsey: 10 domande al governo Draghi.

La società di consulenza statunitense avrà un ruolo importante nella scrittura del Recovery Plan del governo Draghi: sappiamo davvero tutto?

Il 5 marzo Radio Popolare pubblica uno scoop secondo cui la società di consulenza aziendale statunitense McKinsey “sta lavorando al Recovery Plan italiano”. Nel giro di qualche ora, la notizia viene riportata anche da altri media, che la confermano suscitando la pubblica polemica. Quasi immediatamente scoppia la polemica. Politici e opinionisti si chiedono per quale motivo il governo Draghi “che avrebbe dovuto scrivere con le sue mani il PNRR” – come twitta l’ex ministro Provenzano – si affida a una società esterna per svolgere questo compito.

Di fronte alla bufera scatenata dalla notizia, in meno di 24 ore dal Mef parte una nota per cercare di fare chiarezza sulla questione.

“In merito ad articoli di stampa relativi ai rapporti in essere con la società McKinsey, – si legge – si precisa che la governance del PNRR italiano è in capo alle Amministrazioni competenti e alle strutture del MEF che si avvalgono di personale interno degli uffici. McKinsey, così come altre società di servizi che regolarmente supportano l’Amministrazione nell’ambito di contratti attivi da tempo e su diversi progetti in corso, non è coinvolta nella definizione dei progetti del PNRR. Gli aspetti decisionali, di valutazione e definizione dei diversi progetti di investimento e di riforma inseriti nel Recovery Plan italiano restano unicamente in mano alle pubbliche amministrazioni coinvolte e competenti per materia”.

E poi, soprattutto: “L’Amministrazione si avvale di supporto esterno nei casi in cui siano necessarie competenze tecniche specialistiche, o quando il carico di lavoro è anomalo e i tempi di chiusura sono ristretti, come nel caso del PNRR. In particolare, l’attività di supporto richiesta a McKinsey riguarda l’elaborazione di uno studio sui piani nazionali “Next Generation” già predisposti dagli altri paesi dell’Unione Europea e un supporto tecnico-operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano. Il contratto con McKinsey ha un valore di 25mila euro +IVA ed è stato affidato ai sensi dell’art. 36, comma 2, del Codice degli Appalti, ovvero dei cosiddetti contratti diretti “sotto soglia”. Le informazioni relative al contratto saranno rese pubbliche, come avviene per tutti gli altri contratti del genere, nel rispetto della normativa sulla trasparenza”.

Il comunicato, invece che gettare acqua sul fuoco, riesce solamente a far sembrare più confusa la situazione. Nell’ultima settimana, in tanti tra giornalisti e commentatori hanno messo a fuoco le criticità della nota: noi le abbiamo raccolte (e ne abbiamo aggiunta qualcuna) ponendole sotto forma di domanda, perché pensiamo che sia giusto porle pubblicamente a chi deve dare delle risposte.

1. Abbiamo davvero bisogno di McKinsey?

La prima domanda è posta da Luca Solari su Huffington post, in un articolo dal titolo “Abbiamo davvero bisogno (ancora una volta) di McKinsey?”. Nel pezzo, il docente ordinario di Organizzazione aziendale presso l’Università degli Studi di Milano si chiede a sua volta se è davvero così difficile radunare – per questa circostanza straordinaria – i “moltissimi dirigenti e quadri validi nella PA, solo che sono dispersi tra vari enti”. E propone “creiamo le task force a partire da lì”. Continuando, Solari afferma “non si capisce bene quale sia la competenza distintiva di una società che usa il passato e le best practice (facendo indagini di percezione e non ricerca). Abbiamo decine di migliaia di giovani ricercatori tra dottorati e posizioni iniziali nelle università. Affidiamo a loro questo compito. Ci costeranno molto meno e suppongo che ci daranno una qualità ben superiore”.

2. Cosa vuol dire “Supporto tecnico operativo di project management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano?

La seconda questione è posta in essere da Giulio Gambino, direttore di The Post International. Nel suo articolo, il giornalista mette a fuoco “3 motivi per cui la consulenza a McKinsey è tutto fuorché ininfluente”, come titola, e, cosa più importante di tutte, chiede: “Cosa vuol dire “Supporto tecnico operativo di project management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano?”. La domanda è tutt’altro che retorica, perché per quanto sia chiaro il fatto che l’aiuto richiesto dal Mef sia legittimato dall’urgenza con la quale si deve presentare il piano, non si capisce bene cos’è che concretamente l’azienda dovrà fare. A questo proposito è bene precisare che negli scorsi giorni il ministero dell’Economia ha pubblicato la “determina a contrarre” con la società di consulenza: il contratto. In questo vengono definiti anche i compiti che l’azienda dovrebbe svolgere: il primo è l’elaborazione di uno studio comparativo tra i piani dei vari paesi UE per l’utilizzo dei fondi del Recovery Fund; il secondo è un’attività finalizzata ad assicurare il rispetto delle scadenze delle consegne dei piani da parte delle varie amministrazioni pubbliche; il terzo è l’”Accesso su richiesta dell’Amministrazione a documentazione, dati o contatti con esperti di settore nell’ambito del network internazionale McKinsey per la finalizzazione dei progetti di investimento e riforma predisposti dalle Amministrazioni nel Recovery Plan”. Lo stesso ministro Franco, in audizione alla Camera, ha detto che l’incarico “riguarda aspetti metodologici nella redazione del piano, aspetti più editoriali che di sostanza e senza nessuna intromissione nelle scelte. L’importo è del resto coerente con un lavoro di questo tipo. […] Questo perché le strutture pubbliche a volte hanno bisogno di input specialistici per affrontare alcuni specifici lavori, tipicamente se uno deve fare delle presentazioni di slides a volte ci sono persone molto più efficaci a farlo di quanto possano esserlo dirigenti o funzionari pubblici che hanno altre competenze e qualità”. Al netto delle semplificazioni, per una politica che ora più che mai dovrebbe farsi capire dalla gente, queste precisazioni servono a poco.

3. Perché questa consulenza costa così poco?

E questo ci porta al terzo quesito: per quanto sia uso comune fare ricorso a privati per affrettare le tempistiche di operazioni come quella del Recovery Plan, quello che questa volta fa discutere è l’esiguo prezzo di questa consulenza. Stando alla nota, si tratta di 25.000 euro + Iva: un po’ poco per un’azienda leader nel mondo con un fatturato annuo superiore ai 10 miliardi all’anno. Secondo l’articolo di Repubblica firmato da Roberto Mania e Tommaso Ciriaco “dalla consulenza, McKinsey dovrebbe ricevere soltanto una sorta di rimborso spese”. Secondo i giornalisti, “i ritorni per la società di consulenza potrebbero esserci a valle dell’operazione, quando bisognerà mettere a terra tutti i progetti approvati”. Se davvero sarà così, non è dato sapersi.

4. Per quale motivo si è scelto di agire con un contratto “sotto soglia”?

Quello che è certo, come recita il comunicato, è che “Il contratto con McKinsey ha un valore di 25mila euro +IVA ed è stato affidato ai sensi dell’art. 36, comma 2, del Codice degli Appalti, ovvero dei cosiddetti contratti diretti “sotto soglia”. Come dice Stefano Feltri su Domani, “quella cifra irrisoria, 25mila euro, garantisce l’assenza di trasparenza: il ministero non deve neppure comunicare se ha preso in considerazione offerte concorrenti e non deve giustificare la decisione. Poi, certo, è un po’ ironico che al comma 1 di quell’articolo del Codice si spieghi che gli appalti sotto soglia con procedura semplificata servono, tra l’altro, ad assicurare “l’effettiva possibilità di partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese”. I giganti della consulenza globale con 10 miliardi di fatturato non sono menzionati”. Niente da aggiungere.

5. Cosa ci guadagna davvero McKinsey?

Quello che poi c’è da chiedersi nuovamente, sulla scia di Repubblica, è: cosa ci guadagna realmente McKinsey? Da questo punto di vista, un suggerimento arriva dall’altra parte dell’Atlantico (ma non solo). Tralasciando il fatto che, all’inizio della pandemia la società di consulenza si è messa a disposizione del governo americano e ha spuntato un contratto da 12 milioni di dollari per l’assistenza completa nel management dell’emergenza, pur non avendo competenze specifiche in campo sanitario, la domanda rimane. Ancora Feltri dice: “In un’inchiesta dei mesi scorsi ProPublica ha scritto che […] ‘L’azienda riesce a vendere i dati che ottiene da un progetto governativo ad altre agenzie. Costruisce un database centrale con lavori anonimizzati, così che i futuri team di consulenti possano usarli per cominciare progetti simili’. Tradotto: poiché non c’è un vero coordinamento tra i ministeri e i settori della pubblica amministrazione, quel servizio lo offre McKinsey. Ora entra al ministero dell’Economia per gestire il Recovery Plan, un domani potrà farsi assumere dal ministero dello Sviluppo per migliorare le sue interazioni con quello dell’Economia o dall’Anas o Autostrade per interagire meglio con quello delle Infrastrutture. Perché McKisney diventa l’unico soggetto ad avere sia la visione d’insieme che la conoscenza di dettaglio dei singoli progetti e dei funzionari che li gestiscono”.

6. Le valutazioni – anche se fatte da tecnici – hanno come fine ultimo quello di orientare le decisioni politiche. Perché far finta che non sia così?

C’è in tutta questa storia un vizio che è sia di forma che di sostanza. Nei giorni in cui si stava discutendo se il governo Draghi sarebbe stato tecnico o politico, qualche mosca bianca ha tenuto a precisare che nessuna decisione governativa – anche se presa da dei tecnici – non può non essere anche politica. Se scelgo di destinare una determinata somma (soprattutto nell’ambito di una manovra da 200 miliardi di euro quale sarò il Next Gen EU) a un provvedimento piuttosto che a un altro, faccio comunque una scelta politica. Nel caso della consulenza di McKinsey, il modo in cui leggerà e paragonerà i dati da presentare ai decisori (politici, stando a quanto dice la nota e lo stesso ministro Franco) orienterà per forza di cose le decisioni politiche. Senza giudicare il merito della cosa, che si sia a favore o contro il ruolo dei privati nella gestione della cosa pubblica, questo è un dato.

7. Cosa c’è di diverso tra questa scelta del governo Draghi e quella simile paventata dal governo Conte?

La gestione del Recovery Plan è precisamente il punto su cui è caduto il governo Conte. All’ex premier si attribuiva la colpa di aver messo su una sorta di stato parallelo con una struttura piramidale che faceva capo a lui. La governance di questi fondi è stato il casus belli di una crisi di governo che tutti quanti – forse anche l’attuale premier – si sarebbero risparmiati. Oggi, venire a sapere che probabilmente parte della responsabilità della gestione di questi fondi è delegata a un’azienda privata (autorevole, internazionalmente riconosciuta per il suo prestigio, ma comunque privata) deve quantomeno far riflettere. In tanti hanno tenuto a precisare che anche il governo Conte si era affidato alle cosiddette big four per la scrittura del piano. Luciano Capone su Il Foglio, in particolare, sottolinea che “Cassa depositi e prestiti si è affidata a […] PricewaterhouseCoopers (PwC). E la multinazionale britannica, che lavora a questo progetto con un team di circa 10 persone senior e junior, si occupa da mesi proprio del contenuto dei progetti da inserire nel Pnrr: accesso alle informazioni, preparazione dei documenti, verifica della cantierabilità dei progetti e della congruità rispetto agli obiettivi; riscrittura dei progetti in caso di criticità. Data l’importanza del lavoro, l’impiego di risorse umane e la durata dell’incarico, nel caso di PwC parliamo di un contratto che ha sicuramente un costo di un ordine di grandezza superiore ai 25 mila euro di McKinsey”. Altri, poi, hanno tenuto a precisare che il supporto di aziende esterne alla scrittura dei progetti del Recovery è stato limitato solamente nella cosiddetta fase di “bottom up”. Vero, il dato però è che quanto questo supporto sia costato alla pubblica amministrazione non è dato sapersi, di certo non con una semplice ricerca su Google. E, in secondo luogo, di certo non si sarà trattato di una consulenza del valore di 25.000 euro.

8. Come ci si tutela dal conflitto di interessi?

Il vero dubbio, da questo punto di vista, riguarda quel concetto che in Italia sembra essere un tabù da almeno 30 anni: il conflitto di interessi. Nel caso in cui si voglia ingenuamente pensare che McKinsey non si avvantaggerà in alcun modo dall’accesso alle informazioni che riuscirà ad ottenere con questa operazione, come facciamo ad averne la certezza? Come ci si tutela rispetto a questo conflitto d’interessi? L’azienda assicura di avere posto dei chinese walls, delle muraglie cinesi all’interno stesso delle sue banche dati che le impedisce di mettere in comunicazione le informazioni raccolte. Ma noi come facciamo ad esserne sicuri? Come facciamo a verificare che sarà davvero così?

9. Perché ministri e leader di partito non lo sapevano?

Una delle cose che fa più riflettere è che, come le reazioni politiche delle prime ore testimoniano, leader di partito e ministri stessi del governo Draghi non fossero a conoscenza di queste consulenze. È la tipica circostanza che pone in essere quella divisione che tanti commentatori politici hanno spesso descritto: è come se questo governo fosse composto da due parti separate, che non comunicano tra di loro. Da una ci sono i tecnici e dall’altra i politici. I tecnici prendono le decisioni, i politici fanno le conferenze stampa e le dirette social. È davvero pensabile che un fatto importante e di certo non trascurabile come questo possa essere sconosciuto ai ministri che fanno parte dello stesso governo?

10. Se accade così spesso che dei privati supportino in questo modo gli orientamenti di gestione della cosa pubblica, perché noi non lo sappiamo?

Come precisa Carlo Di Foggia su Il Fatto Quotidiano, ci sono anche altri colossi del settore della consulenza al lavoro sul Recovery Plan “e, soprattutto, che alcune sono state coinvolte anche durante il governo Conte (tra l’altro sul Decreto Ristori): con la Pa, specie coi ministeri già lavorano le big four contabili (Kpmg, Deloitte, E&Y, Pwc) ma anche quelle della consulenza (Bain & Company e Boston Consulting). Nella prima versione del Piano, quella redatta ai tempi del governo Conte nella cabina di regia a Palazzo Chigi coordinata dal Comitato per gli affari europei (Ciae), qualcuna è stata già coinvolta (per esempio Kpmg e Pwc nelle schede di progetto della parte Sanità). E quindi la domanda, l’ultima, è: se sì, perché non lo sappiamo? Perché questa cosa non viene detta con chiarezza tutte le volte che i vari piani del PNRR vengono presentati?