Gli anziani sono più a rischio di reinfezione da COVID. Lo spiega un nuovo studio

Il primo studio su larga scala sulla reinfezione da COVID-19 arriva dalla Danimarca, ma non tiene conto delle varianti del virus in circolazione.

18 Marzo 2021 11:02

Con qualche frequenza si può nuovamente contrarre l’infezione da COVID-19? E quando dura la protezione per chi è guarito? Sono domande che ci poniamo da oltre un anno, con poche certezze, ma ora qualche punto fermo arriva dal primo studio su larga scala condotto in Danimarca nel corso del 2020 e pubblicato ieri sulla rivista scientifica The Lancet (e già approvato dalla comunità scientifica).

La maggior parte delle persone che hanno contratto l’infezione rimangono protetti per almeno sei mesi, anche se i cittadini più anziani sono più a rischio di reinfezione rispetto al resto della popolazione. È quanto emerge dallo studio condotto dallo Staten Serum Institut e dall’Università di Copenhagen insieme alla sede svedese dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) sulla base dei dati raccolti durante l’iniziativa di screening di massa che ha permesso, nel corso dello scorso anno, di effettuare gratuitamente tamponi molecolari su oltre 4 milioni di persone, il 69% dei cittadini della Danimarca.

Over 65 più a rischio di reinfezione da COVID

Lo studio ci dà una buona notizia: il tasso di reinfezione in Danimarca ha riguardato soltanto lo 0,65% dei cittadini, con una particolare incidenza tra i cittadini al di sopra dei 65 anni. Se, infatti, aver contratto l’infezione dà una protezione dell’80% dalla reinfezione per i cittadini al di sotto dei 65 anni, la percentuale scende al 47% per chi ha più di 65 anni. Un dato, questo, che va a supporto della strategia di vaccinare con la massima priorità le categorie che dall’inizio della pandemia ad oggi restano considerate quelle più a rischio.

Il nostro studio conferma quello che altri studi avevano già suggerito: la reinfezione da COVID-19 è rara nelle persone più giovani e in salute, ma gli anziani sono più a rischio di contrarre di nuovo l’infezione.

Parola del dottor Steen Ethelberg dello Statens Serum Institut della Danimarca, secondo il quale dallo studio emergerebbe un altro aspetto molto importante, ma che necessita di ulteriori approfondimenti: l’immunità per chi ha contratto l’infezione da COVID-19 può durare più di sei mesi, ma essendo passato appena un anno dall’inizio della pandemia sono necessari altri studi sul lungo periodo. Le parole di Daniela Michlmayr, collega del professor Ethelberg, lasciano ben sperare: “Non ci sono evidenze che indichino che la protezione cali entri i 6 mesi dall’infezione. È stato dimostrato che i coronavirus Sars e Mers, strettamente correlati, conferiscono una protezione immunitaria contro le reinfezioni che dura fino a 3 anni“.

I limiti dello studio danese

Lo studio, come dicevamo in apertura, è stato basato sui tamponi molecolari effettuati tra la popolazione danese nel corso del 2020. Questo ha permesso di fare un confronto tra la prima e la seconda ondata della pandemia da COVID-19 ed è qui che risiede il problema principale delle conclusioni: non prende in considerazioni le varianti del virus che si sono diffuse in tutta Europa e nel resto del Mondo sul finire del 2020 e che oggi sono responsabili del nuovo picco dei contagi in molti Paesi, Italia compresa.

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