“Post mortem”, l’analisi della sconfitta di Donald Trump

Il Partito Repubblicano deve decidere se ripartire, con o senza Donald Trump.

La gestione della pandemia, la mancata considerazione delle priorità dei bianchi e il suo atteggiamento personale durante tutti i quattro anni di presidenza.

Secondo il documento presentato da Tony Fabrizio, sondaggista personale di Donald Trump alla Casa Bianca, questi sono i tre motivi principali per cui l’ex Tycoon ha perso le presidenziali del 2020.

Il paper, da alcuni reputato un’autopsia della presidenza Trump, mentre da altri il terreno fertile da cui far partire la nuova ascesa di The Donald, è stato reso pubblico negli scorsi giorni, e immediatamente sottoposto all’ex presidente.

Si tratta di quella che noi chiameremmo “analisi della sconfitta”, e che parte dal risultato delle elezioni in 10 stati americani, cinque dei quali (Arizona, Georgia, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania) vinti da da Trump nel 2016 ma persi nel 2020, e cinque vinti in entrambe le elezioni (Florida, Iowa, North Carolina, Ohio e Texas).

Un documento interessante anche e soprattutto perché mette in rilievo il fatto che il “personal behaviour” di Trump ha dato vita a quella che viene definita “la più grande emorragia nel sostegno degli elettori bianchi” da sempre, gli stessi che gli avevano garantito la vittoria nel 2016.

Secondo Fabrizio, “Trump non è sempre apparso onesto e sincero” nei confronti dei suoi elettori, diversamente da quanto fatto da Joe Biden.

E soprattutto, nell’anno del Coronavirus, non è stato in grado di mettere in discussione le sue personali convinzioni, nonostante più volte gli sia stata fatta presente la necessità di un cambio di passo nel fronteggiare la crisi sanitaria.

La reazione di Trump di fronte a questo documento non è data sapersi, ma se le sue intenzioni sono quelle di ricandidarsi alle prossime elezioni del 2024 (con o senza il Partito Repubblicano) non può essere rimasto indifferente.

L’IMPEACHMENT

Tutto ciò accade alla vigilia del voto in Senato sulla procedura di impeachment che pende sulla sua testa.

E se l’esito di questa risulta scontato, principalmente in virtù del fatto che i Dem avrebbero bisogno dei 2/3 dell’assemblea per procedere, una riflessione interna al Partito Repubblicano appare sempre più necessaria.

Nonostante la scorsa settimana i dirigenti di partito siano stati quasi tutti confermati nel congresso del GOP, i mal di pancia interni non sono stati affatto superati.

Il primo punto fondamentale, da leggere anche in ottica impeachment, è stata la conferma di Liz Cheney a numero 3 del Partito. Una scelta che fa riflettere perché la figlia del vicepresidente di Bush Jr. è sempre stata ostile a Trump e ai suoi modi, ed è fra i cinque senatori repubblicani dichiaratamente favorevoli a procedere con l’impeachment.

Secondo la Cheney non ci sono dubbi sul fatto che il comportamento di Trump sia stato il gancio per “l’istigazione all’assedio” – come recita la motivazione presentata dalla Commissione creata per definire i contorni della procedura per i fatti del 6 gennaio – e da questo punto di vista la sua colpa sia “inconfondibile”.

La senatrice fa leva proprio sul fatto che ad assalto iniziato, Trump non abbia subito preso le distanze dalla cosa, anzi, come dice il New York Times, “stando ai resoconti dei legislatori e dei media, lui era felice dell’invasione”.

LA GUERRA INTERNA AL PARTITO REPUBBLICANO

Contro questa presa di posizione, invece, si è posta la deputata Marjorie Taylor Greene, in queste ore al centro delle cronache per essere stata rimossa dai suoi incarichi nella Commissione istruzione ed educazione alla Camera (dopo aver comunque ottenuto il via libera del congresso del suo partito).

La deputata, aperta sostenitrice delle teorie complottistiche di Q-Anon, accusata di aver incoraggiato sui social violenza, antisemitismo e razzismo, è stata nelle scorse ore oggetto di critiche da parte del leader del Partito Repubblicano, Mitch McConnell.

Il numero uno del GOP, infatti, ha definito le bugie della Greene “un cancro per il partito”, ponendosi in netta antitesi rispetto alle sue posizioni e idee.

Nonostante la durezza di queste parole, però, la credibilità del leader dell’opposizione continua ad essere messa in discussione.

In questo senso, il Los Angeles Times ha pubblicato un articolo d’opinione firmato da Doyle McManus in cui si dice che in questo momento il GOP vive una sorta di guerra interna. L’unico vero modo per uscirne è recuperare i suoi valori fondamentali quali “dire la verità, rispettare la Costituzione, mantenere le battaglie politiche non violente, accettare i risultati delle elezioni e assicurarsi che l’espressione ‘guerra civile’ rimanga solo un modo di dire”.

Secondo lo stesso McManus, Mitch McConnel è stato “complice e calcolatore” nei giorni della polemica dopo Capitol Hill, e ora risulta “incredibile che imbavagli un moscerino come la Greene dopo aver ingoiato un cammello come Trump”.

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