Mario Draghi e il silenzio come strategia comunicativa

La comunicazione del presidente Draghi è distante da quella di Giuseppe Conte. Ma rimanere in silenzio è sempre una buona idea?

«Non voglio promettere nulla che non sia veramente realizzabile» ha detto, in un video messaggio registrato, il presidente del Consiglio Mario Draghi l’8 marzo, durante la conferenza Verso la strategia nazionale per la parità di genere del ministero per le Pari Opportunità e la Famiglia. La frase, pronunciata nella prima apparizione pubblica di Draghi dopo il discorso alla Camera del 18 febbraio, è apparsa a molti commentatori e analisti politici come un vero e proprio manifesto della strategia comunicativa di Palazzo Chigi.

LA COMUNICAZIONE DEL PRESIDENTE DRAGHI

«Il punto di partenza – ha scritto Massimiliano Panarabi il 9 marzo su La Stampa riferendosi al videomessaggio del presidente Draghi – è la sobrietà (di modi, toni, espressioni) considerata come attributo naturale, insieme alla solennità, delle istituzioni […] La grammatica del draghismo comunicativo è infatti, come riconfermato dal messaggio, quella di un governo «senza aggettivi», e che deve agire ed essere quanto più possibile fattivo («per tutelare la salute, sostenere chi è in difficoltà, favorire la ripresa economica, accelerare le riforme»)». La strategia comunicativa del neo Governo, è apparso chiaro fin dal suo insediamento, si basa sulla decisione di riferire ai cittadini solo ciò che viene realizzato, escludendo la narrazioni di piani eventuali e di possibilità. Un obiettivo che Draghi persegue attraverso comunicati stampa istituzionali, senza mai rilasciare interviste – come di fatto già era accaduto per la presidenza alla Banca Centrale Europea, in cui le uniche occasioni di confronto con i giornalisti erano le conferenze stampa – e non affidandosi ad alcun account social. In linea con questo disegno comunicativo è stata anche la gestione del “caso” McKinsey, chiarito dal Governo solo attraverso una nota ufficiale pubblicata sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze.

La differenza con lo stile comunicativo dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte è apparsa a molti evidente. La precedente comunicazione presidenziale, gestita da Rocco Casalino, si basava su alcuni punti cardine come l’esposizione mediatica, l’alta frequenza di annunci e la decisione di utilizzare canali personali di comunicazione per veicolare messaggi istituzionali. Considerando per esempio il report L’informazione nei programmi televisivi. Tempo di parola dei soggetti politici, istituzionali e sociali di AGCOM, nel periodo marzo-aprile 2020, viene evidenziato come Conte avesse parlato in totale per 21 ore e 15 minuti nei programmi televisivi Rai, Mediaset e La7.

L’informazione nei programmi televisivi, AGCOM (marzo-aprile 2020)

In un lungo articolo pubblicato su HuffPost il 17 febbraio Francesco Giorgino, direttore del master LUISS in Comunicazione e Marketing politico e istituzionale, spiegava che la «postura culturale» di Mario Draghi è basata su due valori: il pragmatismo e l’essenzialità. «Una comunicazione pragmatica è una comunicazione radicata nella logica della dimostrabilità e delle evidenze empiriche […] volendo separare il certo dall’incerto, il possibile dal probabile, le intenzioni dalle deliberazioni. Pragmatico è ciò che attiene ai fatti, a ciò che è realistico, a ciò che è concreto».

Due sono gli aspetti da considerare secondo gli esperti di comunicazione politica. Il primo è il fatto che Mario Draghi non debba accrescere la propria notorietà né ricercare il consenso elettorale: l’unico incarico che potrebbe ricoprire dopo la presidenza del Consiglio sarebbe quella di presidente della Repubblica, che, non essendo eletto dalla cittadinanza, non richiede alcuna campagna elettorale. Il presidente del Consiglio sarebbe dunque indifferente al “gioco” del consenso, che si basa sul sapere governare attraverso decisioni che permettano (anche) di mantenere elevato il gradimento popolare. Il secondo punto sarebbe poi quello di evitare che si creino situazioni di confusione e incertezza tipiche dei retroscena. E la decisione di incaricare come portavoce Paola Ansuini, a lungo figura responsabile della comunicazione di Bankitalia, ne darebbe conferma. Il 13 febbraio la portavoce di Mario Draghi aveva infatti re-tweetato un podcast realizzato da Corrado Chiominto, capo redattore della sezione economica di ANSA. Chiominto, riferendosi a un dialogo con Gianluca Comin, docente di Strategie di Comunicazione alla Luiss e fondatore di Comin & Partners, spiegava la differenza tra il comunicatore politico e quello istituzionale:

«lo Spin Doctor è un professionista che sa fiutare l’opinione pubblica; gestisce il messaggio, l’immagine e i simboli del politico ed è capace di orientare o distrarre i media solo al fine di aumentare il consenso da trasformare in voti alla prima occasione elettorale. Il comunicatore istituzionale ha invece come primo e, per certi versi, unico obiettivo quello di raccontare il lavoro del governo e del suo premier con trasparenza e onestà».

Il compito, per questa seconda figura, è dunque quello di «misurare parole e immagini, tenendo conto dei riflessi internazionali e diplomatici» che queste possono avere e anche quello di informare l’opinione pubblica, convincendola che le misure prese sono adeguate al bisogno. «Addio veline e addio retroscena, di certo l’informazione dal palazzo governo sarà di certo più essenziale e legata ai fatti», concludeva Chiominto.

IL SILENZIO NELLA COMUNICAZIONE POLITICA

La politica è spesso concepita e percepita soltanto come “uso della voce”. È il caso dei dibattiti che vediamo in televisione, dei proclami fatti nelle piazze, delle frasi “gridate” sui social network. In una visione comunicativa in cui la parola è “presenza”, il silenzio diviene di conseguenza “assenza”. E due sono le interpretazioni: da un lato il silenzio come carenza di informazioni, nell’idea che il potere, non comunicando, nasconda i propri meccanismi all’opinione pubblica; dall’altro il silenzio come volontà di non fare emergere, o addirittura reprimere, le voci delle categorie più scomode o deboli. Ma può essere anche molto altro, come viene analizzato nel paper The nature of silence and its democratic possibilities. «Il silenzio viene percepito negativamente, come qualcosa che deve essere “rotto” dal buon politico. Concettualmente, non viene analizzato come un fenomeno in sé ma, più spesso, come la mancanza di qualcosa […] derivandone un’idea di pericolosa assenza in termini di responsabilità politica e/o di partecipazione», si legge a p.426.

La strategia del silenzio come “concetto” era già stata adottata da Mario Monti. Discorsi asciutti, nessuna intervista al di là delle sedi istituzionali, distacco e la linea guida di dire «sempre la verità, senza indorare la pillola sui sacrifici richiesti». Un modello comunicativo basato sulla spiegazione di fatti ed eventi – anche se per alcuni, come Luca Telese, troppo elitaria a causa dell’utilizzo di termini tecnici e di espressioni in lingua inglese – e che aveva segnato, nel 2011, una netta discontinuità con quello adottato dal precedente presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Sobrietà, ironia centellinata e distanza da confusione e retroscena hanno però funzionato per Monti solo nel breve periodo, limitatamente all’esperienza da presidente del Consiglio. Nel 2013, dopo la candidatura alle elezioni nazionali, il mutamento della modalità di rivolgersi ai cittadini e la volontà di porsi come icona pop, avevano determinato per Monti il presupposto di una involontaria caduta.

IL SILENZIO DI MARIO DRAGHI È UN BENE?

La presenza al governo di Mario Draghi – definito anche come “Deus ex machina”, espressione figurata usata per definire  una persona che interviene a risolvere una situazione difficile – ha portato con sé grandi aspettative. E come si colmano le aspettative se una comunicazione essenziale lascia troppo spazio al silenzio? Due sono i casi che hanno portato molti analisti a riflettere sulla strategia di Draghi. Un primo segnale è stata l’assoluta assenza delle liste contenenti i nomi dei ministri che avrebbero composto la compagine governativa; la formazione della squadra è infatti stata comunicata dal presidente del Consiglio stesso in conferenza stampa. Ancora: il primo dpcm del neo Governo è stato presentato non da Draghi, ma dai ministri Mariastella Gelmini (Affari regionali e autonomie) e Roberto Speranza (Salute), accompagnati dal presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli e dal presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro. La decisione di fare parlare i ministri rappresenterebbe, come riportato dalla portavoce Paola Ansuini, «lo spirito di squadra con cui il presidente opera».

Franco Locatelli, Roberto Speranza, Mariastella Gelmini, Silvio Brusaferro durante la conferenza stampa di presentazione del decreto.

Secondo Patrick Trancu, esperto di comunicazione di crisi di impresa e autore del libro Lo Stato in Crisi, «nella gestione della pandemia la comunicazione di crisi non è l’azione del comunicare, ma è il comunicazione l’azione. Il “farò”, il “vedremo” non fanno parte di questo metodo, che si basa solo su azioni che nascono da riflessioni. Prima si mette a punto, poi si comunicano le azioni che si vogliono intraprendere o, nel setting ideale, quelle che si sono già intraprese». «Ci sono però poi le circostanze reali e non possiamo prescindere dai social media, oggi, e dal giusto equilibrio della comunicazione – ha continuato Trancu – e questo vuoto di comunicazione di Draghi è un errore, perché lascia spazio ad altri. E se gli altri sono scaltri, ecco che rischi di avere un problema».

Una tesi sostenuta su Il Fatto Quotidiano anche da Marco Venturini, consulente in comunicazione politica. La presenza di appuntamenti elettorali, con comizi e strategie comunicative forti, potrebbero fare nascere una narrazione volta a sollecitare il Governo sulla fattibilità di alcuni punti cardine dei programmi elettorali. «Se Draghi non comunicherà – sottolinea Venturini – passerà solo la narrazione critica dei partiti e la sua popolarità crollerà». Un’altro punto è quello del sentimento, perché «la nazione non è una banca […] Se non sai suscitare i giusti sentimenti nella popolazione, grazie alla tua comunicazione, non sarai seguito da essa». Una netta distanza da Giuseppe Conte caratterizzato, secondo Venturini, da una «comunicazione rassicurante ed empatica». L’ultimo punto analizzato riguarda la disinformazione: il silenzio, e quindi le mancate smentite, potrebbero creare, soprattuto online, lo spazio ideale per la diffusione di notizie false o inesatte. E in alcuni casi scatenare anche il panico. Giovedì 11 marzo l’Agenzia Nazionale del Farmaco ha bloccato un lotto del vaccino AstraZeneca a seguito della segnalazione di alcuni eventi avversi gravi avvenuti in concomitanza temporale con la somministrazione delle dosi di vaccino. Una decisione adottata in via precauzionale e senza che, precisa AIFA, sia stato «stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi». Palazzo Chigi non ha emesso alcun comunicato stampa sull’evento. L’unico contatto è stato riportato da ANSA, che ha riferito che, secondi fonti vicine al Governo, il presidente del Consiglio avrebbe avuto un colloquio telefonico con la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen. Dalla conversazione sarebbe emerso che «non c’è alcuna evidenza di un nesso tra i casi di trombosi registrati in Europa e la somministrazione del vaccino AstraZeneca».

Un retroscena che non è apparso però questa volta sufficiente. La manca di una risposta tempestiva da parte del presidente del Consiglio ha generato infatti sui social network commenti e reazioni sconfortate, negative, accomunate da una richiesta: quella di spiegazioni chiare e immediate per cercare di comprendere cosa fare in un momento di tale ansia e tensione.

Il presidente del Consiglio dovrebbe essere presente oggi 12 marzo, alle 15, in conferenza stampa. Un confronto atteso da tempo per permettere ai giornalisti di porre richieste e chiarimenti, avanzando dubbi e critiche per ora esposti solo a ministri, viceministri e sottosegretari.

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