I medici rinnovano gli appelli a chiudere tutto: “Le zone arancioni non bastano”

I medici italiani rinnovano gli appelli a misure più restrittive. I dati su cui vengono decise le chiusure sono troppo obsoleti.

La storia si ripete anche con l’arrivo della terza ondata, e forse anche in versione peggiore. La politica promette rapidità nell’affrontare la pandemia e le sue evoluzioni, ma gli interventi necessari arrivano in ritardo e non sempre sono sufficienti. Dall’altro lato ci sono gli appelli dei medici e sanitari impegnati in prima linea che denunciano la gravità della situazione e come i ritardi della politica rischino di aggravarla.

Lo abbiamo già visto con l’arrivo della seconda ondata, quando per settimane una parte della politica sottovalutava la gravità dell’emergenza e l’esecutivo in carica era costretto a premere sul freno. E lo stiamo vedendo anche ora col DPCM entrato in vigore il 6 marzo scorso e già superato dalla realtà dei fatti. La colpa non è soltanto del governo in carica, che sta affrontando l’emergenza esattamente come fatto dal precedente esecutivo, ma anche dei dati su cui vengono decise di volta in volta le misure da adottare, troppo vecchi quando la situazione è in continua trasformazione.

Gli appelli dei medici si susseguono: serve un lockdown

Oggi, mentre da giorni sappiamo che il governo di Mario Draghi sta mettendo a punto un nuovo DPCM con misure più restrittive per l’intero Paese, l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Torino ha rinnovato gli appelli alla chiusura totale della Regione Piemonte.

Servono misure da zona rossa, dicono, perché “l’incidenza di persone positive in Piemonte, che al 7 marzo era di 277 ogni 100.000 abitanti, potrebbe raddoppiare entro le prossime due settimane” se non vengono adottate le necessarie misure di contenimento.

È demenziale che il Governo assuma decisioni sulla base di rilevazioni risalenti a 10 giorni prima, utilizzando un sistema farraginoso che non tiene conto di tutti i dati già a disposizione e delle proiezioni possibili.

La Regione Piemonte non è un caso a sé. In queste ore un appello simile è arrivato anche dalla provincia di Bologna, dove il numero delle persone ricoverate è più alto rispetto alla cosiddetta prima ondata della pandemia ed è destinato a crescere. Paolo Bordon, direttore generale dell’Azienda Usl di Bologna, denuncia che il picco di ricoveri nella cosiddetta seconda ondata “era niente rispetto ad oggi”:

Ora tra tutti gli ospedali della rete (Ausl, Sant’Orsola e privato accreditato) abbiamo 1160 persone ricoverate. Di queste 199 in terapia intensiva e subintensiva. Abbiamo trasformato tutto il trasformabile ma il timore è che non ci basti ancora.

L’appello è generale, e vale anche per le zone in cui non si registrano ancora difficoltà ma si vedono i segnali di peggioramento. La Federazione Nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) guidata da Filippo Anelli non denuncia soltanto la necessità di misure più restrittive in tutto il Paese – “zone arancioni e gialle mantengono il plateau, ma non risolvono nulla” – ma segnalano un aspetto che spesso non viene considerato: le difficoltà dei medici impegnati in prima linea, quasi senza sosta, da oltre un anno.

I medici sono stanchissimi. È un anno che siamo sulla corda a causa della pandemia È necessario trovare soluzioni. Pensiamo che le zone gialle o le zone arancioni mantengano un plateau, non risolvono, non abbassano la curva come vorremmo. Funzionano invece le zone rosse. Al governo diciamo meglio misure molto dure per un breve periodo che misure più leggere e prolungate. Solo così possiamo uscirne una volta per tutte.

Il carico di lavoro è aumentato, il personale è sempre lo stesso. E il rischio di burnout è più che reale:

I carichi di lavoro sono aumentati in maniera vertiginosa. Negli ospedali non abbiamo più il senso e la misura degli straordinari, delle ore in più fatte. Sul territorio i medici di famiglia si sono fatti carico di un lavoro immenso, perché oltre a seguire i loro pazienti cronici in questa fase complicata, oggi seguono tutti quelli in cura domiciliare, hanno fatto i tamponi, fanno i vaccini. Un carico notevolissimo.

Qual è la soluzione?

È vero, imporre un lockdown nazionale è una responsabilità che nessuno vuole prendersi, soprattutto ad un anno dall’inizio della pandemia e con ristori sempre più difficili da assicurare alle categorie più colpite dalle chiusure. I dati parlano chiaro, l’Italia si sta colorando di rosso e col monitoraggio della cabina di regia del prossimo venerdì sono previste misure più restrittive per altre Regioni in un declino generale che sembra inevitabile.

Perché prolungare questo calvario quando, adottando la strategia Zero COVID, basterebbero un paio di mesi al massimo di chiusura totale per fare un reset della situazione e riprendere in mano le redini della pandemia? La strada che stiamo prendendo è la stessa, ma con la classificazione a colori basata su dati non recenti impiegheremo molto più tempo ad ottenere i medesimi risultati. Il nuovo DPCM in arrivo, però, non sembra andare in questa direzione, anche se si preannuncia una stretta anche per le regioni classificate come zona gialla.

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