Generazione “Draghi”. Il futuro dei giovani e la responsabilità del nuovo premier

Il governo Draghi dovrà lavorare mettendo al centro il futuro delle nuove generazioni. Riuscirà davvero a imporre una svolta?

“Abbiamo l’occasione di fare molto per il nostro Paese, con uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni”.

Il fatto che il Governo Draghi abbia il compito di lavorare per le future generazioni non è una novità, ma che riesca davvero nell’intento è ancora da vedere.

Sicuramente i presupposti ci sono tutti.

Ci sono i 209 miliardi di euro del Next Generation EU, c’è un presidente del Consiglio che negli anni ha dimostrato di avere particolarmente a cuore le future generazioni, e c’è un’Europa che ha posto la questione al centro delle sue politiche di supporto per la crisi economica.

Nel 2011, mentre lasciava la carica di governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi chiedeva a gran voce “Quale Paese lasceremo ai nostri figli?”.

Quei figli, oggi, come fa notare Alberto Orioli in un articolo sul Sole24Ore del 6 febbraio 2021, sono il suo partito. E lo sono per diritto, perché è nel loro interesse, prima di tutto. E perché è su di loro che graverà il debito generato per il Recovery Fund.

Eppure, i numeri parlano chiaro: nella fascia tra i 18 e i 24 anni, un buon 13,5% dei giovani non ha completato il ciclo di istruzione secondaria superiore, come racconta il Report Istat sui livelli di istruzione e ritorni occupazionali dell’anno 2019.

Guardando alla formazione universitaria, poi, il livello scende ancora: il 40% degli Europei di età compresa tra i 30 e i 34 anni è laureato. In Italia, solo il 35% in tutte le Regioni italiane (dati Eurostat).

Il grosso gap, poi, è dato dal fatto che il sistema educativo italiano non forma i giovani per quelle che sono le reali esigenze lavorative attuali: dai lavori green alle competenze digitali e informatiche, il cosiddetto mismatch, come sottolinea Michele Faioli, giuslavorista e docente dell’Università Cattolica.

Una situazione difficile, destinata a peggiorare a causa dell’aggravarsi della crisi economica e dei licenziamenti legata alla pandemia.

L’AZIONE DI DRAGHI: TRE STRADE

Secondo Luciano Monti, docente di Politiche dell’Unione Europa all’università Luiss di Roma e condirettore scientifico della Fondazione Bruno Visentini, le possibili direttrici dell’azione di Mario Draghi sono 3.

A suo parere, ai giovani, più colpiti da questa fase di recessione, va offerta una forma di protezione. Ciò si potrebbe fare riequilibrando strumenti già in campo, partendo ad esempio dai 4,47 miliardi di euro per la fiscalità di vantaggio per le nuove assunzioni messi in campo dal governo Conte II.

Di questi, oggi solo 340 milioni sono destinati alle assunzioni di giovani. Monti suggerisce di ampliare la quota di risorse dedicate agli under 35, e allo stesso tempo preservare e aumentare le competenze di questa porzione di popolazione per prepararli al domani.

Questa mossa va intesa anche nel segno di una riscrittura del Recovery Plan.

Monti sottolinea che nelle nuove Linee guida per il piano, le politiche pubbliche a favore dei giovani non devono essere più considerate solamente un obiettivo “orizzontale”, ma un vero e proprio “pilastro” nell’azione del governo.

Nelle nuove Linee guida, si legge esplicitamente che gli Stati membri dovranno spiegare in che modo il Piano promuoverà politiche per le future generazioni, in particolare in materia di istruzione e cura della prima infanzia, istruzione e competenze, comprese quelle digitali, e equità intergenerazionale.

Tali azioni – precisa Monti – dovrebbero garantire che la prossima generazione di europei non sia colpita in modo permanente dall’impatto della crisi causata dalla pandemia e che il divario generazionale non sia ampliato ulteriormente.

RIPARTIRE DAL PNRR E AMPLIARLO

Il Governo Conte, nella prima stesura del suo PNRR ha dedicato un capitolo a “istruzione ed educazione”. Oggi, al governo Draghi spetta il compito di rivedere profondamente l’intera struttura del piano, facendo ancora più spazio alle politiche giovanili, quindi alle politiche attive per il lavoro.

A saldi complessivi invariati (circa 200 miliardi di euro in sette anni), – racconta Monti -, le risorse di Next Generation Eu da destinare ai giovani raggiungerebbero così i 20 miliardi di euro. Non una cifra monstre, ma finalmente un segnale di attenzione concreta, almeno questo sì.