Chiusura degli impianti sciistici: le ragioni di un rinvio pasticciato

I gestori degli impianti sciistici continuano a interrogarsi sul perché del rinvio. E anche i governatori chiedono ristori e risarcimenti immediati

Il virus è diventato più pericoloso con le varianti“, ma “le decisioni devono essere prese coi tempi dovuti e non pochi minuti prima“, ha detto Stefano Bonaccini presidente della regione Emilia-Romagna e della Conferenza Stato-Regioni commentando la proroga dello stop degli impianti sciistici fino al 5 marzo. Una decisione che ha mandato su tutte le  furie non solo i gestori delle strutture sciistiche, ma anche governatori regionali e sindaci. Quello che fa discutere non è solo la chiusura, ma le tempistiche nella comunicazione del blocco. Danni e perdite per milioni di euro, molte strutture hanno dichiarato nelle ultime ore che non riapriranno più.

IL RINVIO E LE RAGIONI

Il blocco allo sci fino al 5 marzo è stato deciso dal ministro alla salute Roberto Speranza poche ore prima della riapertura degli impianti prevista questa mattina. Tutte le strutture si erano preparate alla riapertura assumendo tra gli altri personale per gestire l’affluenza, ma che nel giro di qualche giorno è stato costretto a licenziare. La domanda che tutti si pongono è: “Perché comunicare la sera precedente la non riapertura se già da giorni si conoscono i dati sui contagi e la presenza delle varianti?”. Con il passaggio al nuovo governo quello che ci si aspettava era una comunicazione più celere su divieti e riaperture. Un trend che almeno per il momento non sembra essere passato di moda.

Ma proviamo a ricostruire gli ultimi giorni. Fino a venerdì pomeriggio Roberto Speranza era un ministro dimissionario e ha giurato sabato mattina. Venerdì sono arrivate le ordinanze per il passaggio tra zone delle Regioni, mentre solo sabato pomeriggio – dopo la cerimonia al Quirinale – è stata firmata l’ordinanza che prevede l’obbligatorietà di test e isolamento per i viaggiatori provenienti dall’Austria, dove circola la variante sudafricana. Anticipare i tempi? Difficile, poiché il report sulla variante inglese dell’Istituto Superiore di Sanità è arrivato solo nel pomeriggio. “Il provvedimento – la nota del ministero che spiega la misura varata – tiene conto dei più recenti dati epidemiologici comunicati venerdì 12 febbraio dall’Istituto Superiore di Sanità, attestanti che la variante inglese, caratterizzata da maggiore trasmissibilità, rappresenta una percentuale media del 17,8% sul numero totale dei contagi“.

La chiusura era stata suggerita dal Comitato tecnico scientifico al quale Speranza aveva fatto richiesta di “rivalutare la sussistenza dei presupposti per la riapertura” dello sci, “rimandando al decisore politico la valutazione relativa all’adozione di eventuali misure più rigorose“. Questa la nota degli scienziati: “Allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive vigenti, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale“. Poi è stata una corsa contro il tempo. Il ministro alla Salute ha sottoposto il problema al presidente del Consiglio Mario Draghi che dopo un lungo confronto ha dato il suo ok.

RISTORI E RISARCIMENTI

A conclusione del provvedimento firmato dal ministro Speranza si legge: “Il Governo si impegna a compensare al più presto gli operatori del settore con adeguati ristori“. La chiusura degli impianti anche nell’ ultima parte della stagione è destinata ad avere effetti non solo sulle piste da sci, ma sull’intera economia che ruota intorno al turismo invernale che ha un valore stimato prima dell’emergenza Covid tra i 10 e i 12 mld di euro all’anno tra diretto, indotto e filiera. Ad affermarlo Coldiretti che certifica quanto dichiarato da numerosi gestori nelle ultime ore. Addirittura si stanno verificando episodi di disobbedienza civile, come sta accadendo nella stazione sciistica della Piana di Vigezzo che ha deciso di tenere aperti gli impianti nonostante lo stop. Luca Mantovani, amministratore delegato della società “Vigezzo & Friends” che gestisce gli impianti, ha dichiarato all’AGI: “Siano aperti e sta continuando ad arrivare gente, intorno alle 8 avevamo già portato in quota con la funivia che collega la valle con le piste – e che è un trasporto pubblico locale e quindi può rimanere in ogni caso aperta –  almeno un centinaio di persone“.

I gestori delle strutture ricordano che si è al quarto rinvio dopo quelli al 3 dicembre, poi al 7 gennaio, quindi al 18 gennaio e al 15 febbraio e adesso la proroga al 5 marzo. A questo punto, molti preferiscono chiudere perché non ci sono più le condizioni economiche per ripartire. Altri chiedono ristori certi che consentirebbero di evitare chiusure delle stazioni sciistiche. E poi si arriva ai risarcimenti come ha chiesto il presidente della Regione Veneto Luca Zaia. “Ora non si può più parlare soltanto di ristori – dice in un’intervista al Corriere della Sera -. In questo caso ci vorranno degli indennizzi. Dei riconoscimenti per il danno subito. Le Regioni che avrebbero riaperto, Lombardia e Piemonte, hanno saputo del nuovo stop quattro ore prima della riapertura possibile“.

L’IRA DEI GOVERNATORI

Come detto, la decisione ha scatenato l’ira dei governatori regionali e dei sindaci delle città del nord. Oltre a Stefano Bonaccini è intervento il presidente del Piemonte, Alberto Cirio.

Siamo stati bersagliati – le sue parole a Sky Tg24 – da comunicati stampa di tecnici, del Cts, di consulenti che annunciavano chiusure creando il panico di questi giorni che è poi culminato in questa ordinanza surreale. Il mondo della neve in Italia, il 4 di febbraio, ha ricevuto da Cts il via libera ad aprire il 15 e lo stesso Cts ha indicato con quali regole e come aprire: ora, a distanza di 10 giorni e a 12 ore dall’apertura, ti dicono che non puoi aprire.

Irritato per il rinvio anche Marco Bussone, presidente dell’Uncem, l’Unione nazionale comuni comunità enti montani.

La stagione è finita, per molti operatori – spiega in un comunicato – che in questi istanti mi hanno confermato che non apriranno più. Il NO all’apertura degli impianti, arrivato in questi minuti, non trova d’accordo i Comuni montani, insieme a tutti gli operatori economici. Abbiamo buttato al vento milioni di euro in quest’ultima settimana. Uno spreco. Ora contiamo i danni. Che in settimana dovranno essere rimborsati con adeguati ristori. Per il personale serve immediatamente un’indennità, la cassa integrazione. Il Governo Draghi si attivi immediatamente!

LA RABBIA DEI GESTORI DEGLI IMPIANTI

Le modalità discutibile, più che la sostanza, viene sottolineata dagli operatori del settore. Nel video qui sotto lo sfogo di Marco Palmieri, titolare della Piquadro e capofila della cordata che gestisce gli impianti di risalita del Corno alle Scale, nell’Appennino tosco-emiliano:

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