Certificato verde. L’UE non riesce a trovare l’accordo e critica i Paesi che stanno facendo da sé

L’UE è sempre più difficoltà sul certificato verde per la libera circolazione in pandemia e i Paesi iniziano ad organizzarsi da soli.

Dalla teoria alla pratica il passo dell’Unione Europea rischia di rivelarsi più lungo del previsto. Sulla carta il cosiddetto certificato verde per la libera circolazione in territorio europeo dei cittadini vaccinati e di quelli guariti dal COVID-19 è pronto – c’è anche una piccola guida pubblicata a questo indirizzo – ma a conti fatti tutto è ancora da definire. Ammesso che qualcosa, alla fine, venga davvero deciso.

Se fino a qualche giorno fa, infatti, c’era la quasi certezza che un certificato verde a livello europeo potesse arrivare entro l’estate, oggi le dichiarazioni del Commissario UE della Giustizia Didier Reynders sembrano minare quelle sicurezze. Intervenuto al Parlamento Europeo, Reynders non ha parlato di “quando”, ma di “se”:

Se riusciremo a trovare un accordo politico, le soluzioni tecniche saranno pronte in tempo. Se non ce la faremo rischieremo una frammentazione in tutta Europa, con una moltitudine di soluzioni nazionali incompatibili tra di loro.

Perché non c’è ancora un certificato verde europeo?

I problemi legati ad un certificato verde valido a livello europeo sono molteplici, e non tutti legati a questione tecniche. È vero, non si è ancora trovato un accordo sui costi, sulla gestione dei dati e sulla questione della privacy, ma c’è anche un aspetto legato alla pandemia che molti Paesi non vogliono sottovalutare.

L’Italia, lo abbiamo visto con le riaperture anticipate quando tutti i principali virologi continuano a mettere in guardia dai rischi di una decisione così avventata, ha ufficialmente messo l’economia davanti alla salute, la cosiddetta “libertà” dei cittadini di fronte a migliaia di morti al giorno, ma non tutti sono pronti a sacrificare la salute dei propri cittadini per far contento il Matteo Salvini di turno.

E così l’Europa è divisa in due. Da una parte ci sono i Paesi del Sud che vivono di turismo, come l’Italia, la Spagna, la Grecia, la Francia o la Germania. Dall’altra parte c’è il fronte dei Paesi del Nord che continuano ad essere scettici di fronte ad un documento che permetta una libera circolazione senza nessuna sicurezza a livello sanitario.

E il dubbio di questi Paesi è più che lecito. Ad oggi sappiamo che i vaccini proteggono contro le forme sintomatiche del COVID-19 e contro le conseguenze più gravi dell’infezione, ma non mettono al riparo chi può dirsi “protetto” dall’essere un portatore dell’infezione. Allo stesso modo anche chi ha contratto il COVID-19 e può dirsi guarito è a rischio di contrarre nuovamente l’infezione, soprattutto a mesi di distanza dalla cosiddetta guarigione.

E c’è anche il problema dei tamponi. Il certificato verde, nella sua configurazione attuale, può essere ottenuto, come accade anche in Italia, da chi presenta l’esito negativo di un tampone eseguito nelle 48 ore precedenti. Se è vero che in questo caso la validità del certificato è ridotta rispetto a quella di chi è guarito o è stato vaccinato, è altrettanto vero che un tampone negativo non dà alcuna certezza che la persona negativa possa contrarre l’infezione subito dopo il tampone e circolare più o meno liberamente col virus in corpo.

Rischi più che concerti che molti Paesi UE non vogliono correre, soprattutto quei Paesi che hanno gestito la pandemia in modo migliore rispetto a Paesi come Italia, Germania o Spagna, ancora oggi con migliaia di nuovi contagi al giorno.

Più l’UE ritarda, più i Paesi si organizzeranno in modo autonomo

Per tutti i motivi sopra elencati, l’Unione Europea è in clamoroso ritardo sull’approvazione di certificato verde europeo e il risultato di questo tempo perso è che il numero dei Paesi che si stanno muovendo in modo autonomo è destinato a salire. L’Italia si è già organizzata per un certificato verde a livello nazionale e lo stesso stanno facendo i Paesi che più di altri hanno bisogno di far ripartire almeno la circolazione interna.

Le conseguenze di questa organizzazione nazionale sono state ben spiegate oggi dallo stesso Reynders:

Rischiamo di avere una varietà di documenti che non possono essere letti o verificati in altri Paesi Membri. E rischiamo la diffusione di documenti falsi e, con essi, la diffusione del virus e della mancanza di fiducia da parte dei cittadini.

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