A chi vende le armi l’Italia?

La Farnesina ha bloccato la vendita verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi, ma gli affari con altri Paesi “scomodi” continuano

In questi giorni Matteo Renzi non è al centro del dibattito pubblico solo per la crisi di governo da lui iniziata. A fare forse più scalpore è stata la sua partecipazione a una conferenza a Riad, ospite del principe saudita Mohamed Bin Salman, in cui l’ex presidente del Consiglio ha definito il regno arabo “la culla del nuovo Rinascimento“, aggiungendo anche di essere invidioso del loro costo del lavoro. Ora, sull’opportunità che un regime oscurantista sia considerato il centro del nuovo Rinascimento se ne può discutere a lungo e in largo. E, forse, il Paese dovrebbe parlare in maniera più approfondita dell’opportunità che un Senatore della Repubblica, membro prima della commissione Esteri e poi di quella Difesa, riceva compensi (pari circa a 80mila euro l’anno) da un Paese straniero. Sì, perché Renzi non ha partecipato a quella conferenza solo come ex presidente del Consiglio, ma come membro del Future Investment Institute (FII), think tank controllato dalla famiglia reale saudita. Questo, però, è un altro discorso.

Il punto è che quella conferenza di Renzi, se non è servita (almeno non ancora) ad aprire un nuovo dibattito sul conflitto d’interessi per i più alti funzionari dello Stato – sembrano lontanissimi i tempi in cui il termine “conflitto d’interessi” era legato indissolubilmente a Silvio Berlusconi – ha avuto almeno un effetto: il 29 gennaio, a poche ore dall’intervento di Renzi a Riad, l’Italia ha bloccato la fornitura di armamenti made in Italy ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi, da anni impegnati nel conflitto in Yemen. Un atto, quello voluto dal ministero guidato da Luigi Di Maio, che i pacifisti di “Rete Italiana Pace e Disarmo” hanno definito di “portata storica”. “Abbiamo bloccato una vergogna lasciataci in eredità da Matteo Renzi ai tempi del suo mandato da premier“, il commento del sottosegretario grillini Manlio Di Stefano. Poi, la stessa Farnesina a guida grillina ha dovuto smentire Di Stefano: come riporta l’Huffington Post, infatti, “i contratti di export di armi con alcuni Paesi non sono iniziati nel 2014, ma prima, quindi è tecnicamente sbagliato attribuirli a un singolo o a una singola forza politica“. Renzi o non Renzi, la portata dell’evento non si discute ed è stato applaudito anche da Amnesty International. Ma quali sono gli altri Paesi cui l’Italia vende le proprie armi?

La legge del 1990

Il testo normativo di riferimento è la legge 185 del 1990, che ha da poco compiuto 30 anni. Una norma che si rese necessaria in seguito ad alcuni scandali bancari sul commercio di armi, il più importante dei quali riguardò una filiale della Bnl di Atlanta (Usa) coinvolta nella vendita illegale di armamenti all’Iraq di Saddam Hussein, all’epoca impegnato nella prima guerra del Golfo. La legge impedisce che le armi italiane vengano esportate a Paesi in guerra (come lo sono Arabia Saudita ed Emirati Arabi) e che violano i diritti umani. E questo perché la vendita di armi deve essere regolamentata dallo Stato “secondo i principi della Costituzione repubblicana, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“. Bene quindi che si sia data attuazione alla norma, interrompendo la fornitura nei confronti di Riad e Abu Dhabi.

Verso chi esportiamo

Però, c’è un però: l’Italia continua a esportare armi non solo nei Paesi dell’Unione europea e della Nato, ma anche e soprattutto in Medio Oriente e Nordafrica. E continua a farlo verso l’Egitto, regime ritenuto responsabile dell’omicidio di Giulio Regeni e direttamente responsabile della prigionia di Patrick Zaky, studente dell’Università di Bologna in carcere dal febbraio 2020. E, nonostante siano note le violazioni dei diritti umani nel regime di Al Sisi, nel 2019 l’Egitto è stato il primo Paese per numero di armi acquistate dall’Italia: Roma ha fornito al Cairo (secondo la relazione presentata alle camere il 12 maggio 2020) sistemi militari per oltre 871 milioni di euro, tra elicotteri predisposti di mitragliatrici – della Agusta Westland del gruppo Leonardo – armi automatiche, bombe, siluri, razzi, missili e apparecchiature per l’addestramento militare.  In generale, proprio il Medio Oriente e il NordAfrica sono state le regioni cui l’Italia ha esportato la quota maggiore di sistemi militari, per un ammontare di 1,334 miliardi di euro (il 32,6% del totale).

Su più di 4 miliardi di export autorizzato, poi, solo 1,52 miliardi (il 37,3%) sono indirizzati a Paesi della Nato e dell’Unione europea: il 62,7% va verso governi extra-Ue e non aderenti al Patto atlantico. Nella legge 185 è stabilito che le licenze per l’export devono “essere conformi alla politica estera dell’Italia“, ma sembra evidente come la maggior parte dei Paesi che ricevano le nostre armi siano estranei alle principali alleanze di Roma.

Salta subito all’occhio come, dopo l’Egitto, il principale acquirente delle armi italiane sia il Turkmenistan, che nel 2019 ha comprato forniture belliche per oltre 446 milioni di euro. Anche qui la lista è abbastanza lunga: “armi automatiche”, “bombe, siluri, razzi e missili”, “apparecchiature per la direzione del tiro”, “navi da guerra”, “aeromobili” e “apparecchiature per l’addestramento militare”. Ora, per chi non lo sapesse, anche il Turkmenistan è una dittatura: il Paese è guidato dal 2007 da Gurbanguly Berdimuhamedow, Capo di Stato e di governo, che oltre ad avere gusti particolari (ha recentemente inaugurato una statua gigantesca che raffigura la sua razza canina preferita, quella Alabi) ha fatto del culto della sua personalità uno dei fondamenti della Repubblica turkmena. Per capirci, in ogni città del Paese è costruita una statua che lo rappresenta mentre indica il sole (e le statue si muovono per seguirne la rotazione). Quello qui sotto è un video di propaganda in cui Berdimuhamedow viene rappresentato come un cecchino infallibile. È possibile che le armi utilizzate nel video siano proprio quelle italiane.

Più in basso nella tabella c’è la Turchia, che fa parte della Nato ma da anni reprime le opposizioni, mina la libertà di espressione nel Paese, è responsabile della durissima repressione nei confronti del popolo curdo in patria e nel Rojava, regione della Siria settentrionale al confine con la Turchia.

Lo stop alla vendita verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi è un passo avanti, ma non basta. E, forse, è ancora più moralmente inaccettabile che l’Italia continui a ricoprire di armi un Paese, come l’Egitto, che da cinque anni prende in giro il nostro Paese e la famiglia Regeni su una vicenda terribile, alla quale Roma ha sempre risposto (con i governi Renzi, Gentiloni e Conte) con molte parole e varie alzate di spalle in nome della Realpolitik.

 

 

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