Parla Walter Biot: “Non ho messo in pericolo l’Italia”

Il militare accusato di spionaggio ha rilasciato una dichiarazione al suo avvocato: “Ho sbagliato, ma l’ho fatto per la mia famiglia”

Dopo l’iniziale silenzio davanti ai gip, ha deciso di parlare  Walter Biot, il capitano di fregata italiano arrestato martedì sera, con l’accusa di spionaggio e minaccia alla sicurezza dello Stato, per aver venduto dei documenti top secret a un funzionario russo. “Non avevo alcun interesse politico o ideologico, non ho mai messo a rischio la sicurezza dello Stato, non ho fornito alcuna informazione di rilievo. Non ho dato alcuna informazione classificata, non ho mai fornito documenti che potessero mettere in pericolo l’Italia o altri Paesi“. Queste le parole affidate al suo avvocato, Roberto De Vita. Continua Biot:

Ho quattro figli, il primogenito che non lavora, due figlie che studiano e la più piccola che ha una grave malattia e ha bisogno di cure particolari. Ho sbagliato ma l’ho fatto per la mia famiglia. Ho avuto un momento di grandissima debolezza e fragilità. Sono stato coinvolto in un meccanismo più grande di me. Avevo un debito che non riuscivo a ripagare.

Il legale, che ha chiesto al giudice gli arresti domiciliari – ma la procura si è dichiarata contraria – ha poi dichiarato che “è una storia semplice fatta di grande tristezza per grave difficoltà familiare. Oltre ad essere giudicata deve essere compresa“. Biot è al momento a Regina Coeli, ma potrebbe essere trasferito (se gli dovessero essere negati i domiciliari) in una struttura per militari, come quella di Santa Maria Capua Vetere.

Arrestato dai Ros, Biot avrebbe consegnato a Alexey Nemudrov – addetto navale e aeronautica espulso dall’ambasciata di Roma come il suo diretto superiore – una chiave usb contenente documenti classificati (fotografati dal militare con il suo cellulare) relativi alla Nato e all’Italia, in cambio di 5mila euro. Non è ancora chiaro quanti altri documenti siano stati passati al funzionario russo prima dell’arresto, e per quali somme. Secondo le indagini, comunque, Biot sarebbe stato già “agganciato” alcuni mesi fa.

Cosa dice il gip

Nell’usb sequestrata ci sono 181 foto di documenti cartacei, tra cui 9 classificati come “riservatissimi” e 47 di tipo “Nato Secret”, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare del gip di Roma, Antonella Minunni. Non si tratterebbe quindi di un’attività occasionale, quella che ha portato all’arresto: le “modalità esecutive“, si legge, “mostrano in maniera palmare l’estrema pericolosità del soggetto stante la professionalità dimostrata nel compimento delle suddette azione desumibile dai parecchi strumenti utilizzati (4 smartphone) e dagli accorgimenti adottati“.

Dal giudice sono sottolineate le “accurate modalità nell’agire, quali ad esempio l’inserimento della scheda Sd all’interno del bugiardino dei medicinali così come il fatto che dai telefoni in suo possesso non emergono appuntamenti o contatti con l’agente russo“, considerati “elementi sintomatici dello spessore criminale dell’indagato che non si è posto alcuno scrupolo nel tradire la fiducia dell’istituzione di appartenenza al solo fine di conseguire profitti di natura economica”.

La versione della famiglia

In un’intervista rilasciata a Fabrizio Caccia per il Corriere della Sera, la moglie di Biot, Claudia Carbonara, ha parlato delle difficoltà del marito e della sua famiglia: “So che Walter era veramente in crisi da tempo, aveva paura di non riuscire più a fronteggiare le tante spese che abbiamo. L’economia di casa. A causa del Covid ci siamo impoveriti. Non riuscivamo ad andare avanti, a campare“.

Per il figlio, sentito invece da Repubblica, “se mio padre ha fatto qualcosa, lo ha fatto per aiutare la famiglia. Mantiene tutti noi, 4 figli e 4 cani. Io e mia sorella facciamo solo lavoretti e non riusciamo a mantenerci“.

Come avviene l'”aggancio” di una spia

Ma come si recluta una spia? La spiegazione l’ha data l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi sul suo blog:

I servizi di spionaggio agganciano le loro “vittime” di massima sfruttando le loro vulnerabilità materiali e morali, debiti e relazioni sentimentali clandestine e improprie, spesso con agenti segreti specializzati in materia. Le prime richieste riguardano informazioni apparentemente innocenti, come elenchi telefonici degli Stati Maggiori, banali ordini di servizio, vecchi telegrammi di operazioni finite da tempo, etc.. Alla vittima di turno sembra un gioco senza rischi, ottenere soldi per così poco. Ma è la consegna in sé di documenti di servizio a un agente straniero a essere compromettente per la “vittima” in caso di scoperta.

Dopo un po’ il “traditore”, convinto di essere la parte forte del rapporto, finisce per sprofondare sempre più in basso, in un vicolo cieco dal quale è impossibile uscire:

Talvolta alla spinta a tradire contribuisce la rabbia per mancati riconoscimenti, per essere stato scavalcato in carriera etc.., ma ballare con le spie è come essere abbracciati da un pitone, ad ogni respiro la morsa si stringe un poco di più, fino alla fine. L’epilogo di queste vicende è quasi sempre disastroso. Il disonore e spesso la galera.

L’ultima operazione da “guerra fredda”

Come ricorda Gianluca Di Feo su Repubblica, l’ultima operazione di controspionaggio effettuata sul suolo italiano risale al 1989, prima della caduta del muro di Berlino. Allora, al di là della cortina di ferro, si cercò di reperire i documenti della Oto Melara di La Spezia, società impegnata nella costruzione di cannoni e mezzi corazzati controllata da Finmeccanica, e di un’azienda di Trieste impegnata nella progettazione di sistemi di comunicazione della Nato.

Italia porto franco

Sempre su Repubblica si ricorda come il nostro Paese, negli ultimi anni, sia stato una sorta di “porto franco” per le trame internazionali: nel 2016 furono fermati a Roma un dirigente dell’intelligence portoghese e un funzionario russo (rilasciato dopo due mesi), con il primo che avrebbe dovuto vendergli dei piani d’azione della Nato. Ad agosto 2020 fu invece arrestato in Francia, per i suoi rapporti con la Russia rimasti segreti, un tenente colonnello transalpino in servizio nella base Nato di Napoli.

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