Vaccini: meno dosi anche da Astrazeneca, le conseguenze

Dopo Pfizer, anche Astrazeneca annuncia un taglio nelle consegne dei vaccini all’UE: le conseguenze e le possibili soluzioni

Dopo Pfizer anche Astrazeneca: entrambe le case farmaceutiche daranno meno dosi di vaccino all’Italia (e all’Ue in generale) e questa è purtroppo una brutta doppia notizia. Senza girarci tanto attorno, è a rischio l’intero piano vaccinale di un continente, con la conseguenza più immediata che i governi siano costretti a prolungare le misure restrittive nei confronti dei cittadini, già esasperati per una situazione che si protrae ormai da un anno. Il commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri, ha già confermato che “la riduzione del 20% della fornitura dei vaccini Pfizer non è una stima”, ma si tratta purtroppo di una “triste certezza” e che l’Italia si sta già muovendo tramite l’Avvocatura per rivalersi nei confronti della casa farmaceutica.

Contestualmente, dalle colonne del Guardian giunge l’altra brutta notizia, quella relativa alla fornitura del vaccino Astrazeneca all’UE (non si parla, infatti, di USA e UK). Il tabloid ha riportato le parole virgolettate di un portavoce della casa farmaceutica, che senza mezzi termini dichiara: “I volumi iniziali saranno inferiori a quanto originariamente previsto a causa della riduzione dei rendimenti in un sito di produzione all’interno della nostra catena di fornitura europea, ma forniremo decine di milioni di dosi a febbraio e marzo all’Ue, mentre continuiamo ad aumentare i volumi di produzione”.

Astrazeneca darà all’UE 60 milioni in meno di vaccini

Insomma, le stime iniziali sulla produzione non saranno rispettate: nel primo trimestre del 2021 Astrazeneca avrebbe dovuto consegnare all’UE circa 100 milioni di dosi di vaccino, ma alla fine, sostengono le fonti contattate dal Guardian, ne arriveranno meno della metà, circa 40 milioni. Sul vaccino della casa britannica, inoltre, c’è la grande incognita in merito alle varianti del Covid attualmente in circolazione. Secondo uno studio inglese, con il vaccino Astrazeneca non si arriverebbe all’immunità di gregge e quindi alla riduzione dei contagi. Lo riferiscono i ricercatori dell’Università dell’East Anglia in un articolo pubblicato su MedRxiv: “Con le nuove varianti l’indice di trasmissione risulta più elevato per cui vaccinare l’intera popolazione con la soluzione di Oxford (che ha mostrato un’efficacia media del 70 per cento nei trial) non porterebbe a un calo dell’Rt sufficiente a debellare la malattia. Secondo i nostri risultati, inoltre, una campagna vaccinale con l’efficacia paragonabile alla Pfizer (efficace al 95 per cento secondo i primi dati), richiederebbe la somministrazione delle dosi almeno all’82 per cento della popolazione per controllare la diffusione della nuova variante”.

La soluzione? Somministrare una sola dose

Insomma, meno dosi da Pfizer e meno dosi da Astrazeneca: il piano vaccinale subisce sicuramente un rallentamento importante, ma è a rischio l’intero programma. Se Pfizer sanerà la propria posizione entro un paio di settimane, ci sono i tempi per rimediare, ma ulteriori ritardi o riduzioni di dosi non previste, salterebbe inevitabilmente il banco. Quale potrebbe essere la via d’uscita? L’Aifa, attraverso il suo presidente Giorgio Palù, propone la somministrazione di una sola dose, in modo da vaccinare il maggior numero possibile di persone. “Prima di tutto bisogna osservare le indicazioni vigenti, che parlano di un’efficacia di oltre il 90% con due dosi di vaccino Pfizer, la seconda 21 giorni dopo la prima. Questo dicono gli studi presentati, e questo bisognerebbe fare. Però, come ha rilevato il professor Remuzzi – continua – gli inglesi sostengono che se è vero che gli studi clinici parlano di un’efficacia della dose singola poco oltre il 50% dopo 12 giorni, se i tempi si allungano a 20 e più giorni la protezione sale, e può arrivare all’80%”.

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