Un anno di vaccino anti-covid

Esattamente un anno fa, mentre eravamo distratti da altro, veniva annunciato l’avvio delle ricerca di un nuovo vaccino per il nuovo Coronavirus.

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L’ultima settimana di gennaio del 2020 è probabilmente la prima in cui abbiamo iniziato a percepire che qualcosa di grosso stava accadendo, anche se ancora non potevamo sospettare quanto fosse grossa la cosa che stava per piombarci sulla testa: il coronavirus sbarcò ufficialmente in Europa (anche se oggi sappiamo che, con tutta probabilità, in Europa già circolava a fine del 2019).

In ogni caso, il 28 gennaio, in Germania venne segnalato il primo caso di quella nuova forma di coronavirus che all’epoca ancora non aveva un nome specifico ma veniva chiamato semplicemente nuovo coronavirus o 2019-nCoV, per usare la convenzionale dicitura medica. Per il nome che ormai conosciamo tutti molto bene, COVID-19, ci sarà ancora da aspettare fino alla settimana successiva. Ne riparleremo.

La Francia, intanto, che giusto il venerdì precedente era stato il primo paese europeo a individuare dei contagiati — 3 persone – segnalò il quarto caso, il primo a necessitare di cure intensive sul serio. Non fummo ancora al panico, ma si cominciò a sentire, nei corridoi di tutti i ministeri della salute d’Europa, un filo di paura. Fu la settimana in cui si iniziò a parlare di rimpatri degli europei dai luoghi colpiti dal COVID. Mentre alcune compagnie iniziarono a cancellare i voli con la Cina — è il caso British airways il 29 — e alcuni stati pensarono alla chiusura delle tratte verso il paese asiatico, Hong Kong sospese tutti i collegamenti ferroviari e navali e la Cina iniziò poco a poco ad essere isolata.

Intanto, mentre l’OMS di prendeva ancora qualche giorno per dichiarare che la diffusione del coronavirus è un’emergenza sanitaria internazionale (lo farà il 30), sui social network iniziarono a diffondersi le prime bufale, a cominciare da quella, che conobbe diverse ondate, secondo cui i Simpson avrebbero predetto, tra le altre cose, anche il COVID. Bastava prendersi la briga di andare a guardare gli episodi in questione per constatare che no, non lo avevano fatto, ma si sa, le bufale sono veloci a diffondersi, molto più difficile è fermarle. Ma se quella dei Simpson in fondo è una bufala inoffensiva, altre più pericolose iniziarono a infestare i gruppi whatsapp di mezzo mondo e, più o meno contemporaneamente, partono i primi flame sulle mascherine.

Quello a cui assistiamo in quei giorni sui media è il montare di un’ondata, uno tsunami di contenuti che viene presto ribattezzato Infodemia e che è una delle cause principali del disorientamento in cui quasi tutti ci siamo trovati di fronte alla crisi globale. Ma oltre che che confonderci tutti sui temi sanitari (in quei giorni mascherine sì, mascherine no, ma poi venne il momento di runner sì, runner no, scuole si scuole no e via dicendo), quello tsunami di articoli, video, annunci, dichiarazioni e tweet stava avendo un effetto secondario ugualmente pericoloso: tutti concentrati sul pericolo in arrivo, perdevamo completamente la presa sui temi più importanti che erano riusciti nei mesi precedenti a conquistarsi l’attenzione del grande pubblico, dal riscaldamento climatico in giù.

Intanto, infatti, il mondo andava avanti, nonostante il coronavirus. In Burkina Faso si continuava a morire di jihad, centinaia di migranti venivano soccorsi in mare (intanto il tribunale dei ministri di Palermo chiede di processare Matteo Salvini per i fatti della OpenArms ribadendo che “il soccorso in mare è obbligatorio”), in Libia continuava la guerra civile, iniziavano le primarie dei Democratici negli Stati Uniti per trovare l’avversario o l’avversaria in grado di sconfiggere i populismo di Trump e Trump, che ha ancora un anno di presidenza davanti, non smetteva di portare avanti i suoi piani, dal travel ban, ampliato ad altri 6 paesi, tra cui la Nigeria, fino alla “mediazione” in Medio Oriente.

E mentre muore ufficialmente la prima persona per COVID fuori dalla Cina, a Londra un uomo accoltella dei passanti e viene ucciso dalla polizia, che sostiene si tratti di terrorismo, la Somalia dichiara lo stato di emergenza per una grande invasione di locuste generando non poche reazioni sarcastiche sulle piaghe d’Egitto e, qui da noi, Forza Nuova comincia a prendersela con i negozi cinesi per il coronavirus (e la cosa purtroppo non fa sorridere nemmeno a un anno di distanza).

Vaccini, sì ma dove? E a chi?

Questa rubrica è nata per guardarsi soprattutto all’indietro, per ripercorrere il flusso delle news, delle polemiche e delle bagarre che ci hanno intrattenuto dodici mesi fa e così facendo capire, dalla giusta distanza, quali sono stati i meccanismi che ci hanno distratto, quali le notizie importanti per davvero che ci siamo persi e quali, invece, gli argomenti e i flame dietro cui abbiamo perso troppo tempo.

Ogni tanto, però, guardandoci indietro ci troviamo paradossalmente di fronte alla più stretta attualità. E ciò non capita soltanto quando ci siamo scontrati con dinamiche che sfuggono all’ora e adesso e che ritornano spessissimo, anzi, non se ne vanno mai. Succede anche quando ci ritroviamo di fronte a dinamiche per definizione “nuove”, come quella delle vaccinazioni contro il Covid, che, per ovvi motivi, ci troviamo ad affrontare come umanità per la prima volta nella Storia.

Dal 27 dicembre scorso, oltre alla conta dei morti, dei guariti e dei malati, un altro numero si è fatto strada nei grafici dei quotidiani e in quelli delle organizzazioni internazionali: il numero delle persone vaccinate. È un argomento delicatissimo, questo dei vaccini, per tantissimi motivi, alcuni dei quali anche legati alla fragilità del mondo dell’informazione, che non solo non è stato capace di essere impermeabile alle inflitrazioni complottiste, ma quasi le ha cavalcate, forse sperando di ricavarci qualche click.

Ecco, un anno fa, questo argomento prima completamente — e ovviamente — ignorato, iniziava a farsi vedere tra le news e iniziava a comparire nelle ricerche di Google (ma non come Covid Vaccine, visto che ancora non si chiamava Covid). Fa sorridere — con molta amarezza — leggere come cominciava l’ANSA un articolo del 28 gennaio del 2020, il primo dell’Agenzia dedicato ai vaccini contro il coronavirus. Questo fu il primo paragrafo di quel lancio: «Si comincia a lavorare sul vaccino contro il coronavirus 2019-nCoV e nell’era delle mappe genetiche e di internet questo sforzo è possibile anche senza che il virus debba uscire dalla Cina».

La parte che fa amaramente sorridere, ovviamente, è quella finale, che lascia trasparire un livello talmente alto di incoscienza di quel che ci saremmo trovati a vivere da risultare ai nostri occhi, che all’epoca lo vissero normalmente, come una cosa assurda. Fa impressione anche leggere il commento di quello che all’epoca era ancora un perfetto sconosciuto per tutti, Antony Fauci, che dichiarò: «stiamo procedendo come se si dovesse produrre un vaccino. In altre parole, stiamo considerando lo scenario peggiore, ovvero che si verifichi un’ulteriore diffusione».

Era il worst case scenario, come si dice in gergo. È quello che è successo, e ora eccoci qui.

A distanza di un anno ovviamente è cambiato molto, a cominciare dai nomi in campo — nessuno dei cinque produttori che oggi hanno il vaccino pronto, ovvero Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Novavax e Johnson & Johnson — c’era in quel primo lancio dell’ANSA. Ma ora che i vaccini ce li abbiamo, e che funzionano, quando meno a evitare la morte dei vaccinati, c’è un altro problema che ci troviamo ad affrontare. Ora sappiamo infatti che non basta avere trovato le formule efficaci. Poi bisogna produrre e velocemente il numero necessario di dosi per vaccinare non soltanto individui, ma l’intera Umanità.

Di fronte a questo problema, ad emergere è la solita questione della disparità di risorse, della disuguaglianza, così tipica del capitalismo industriale. E mentre i paesi occidentali quasi si fanno la guerra — economicamente – per assicurarsi le dosi fino a qui disponibili, mentre le élite più ricche addirittura possono prenotare una vacanza vaccine inclusive, il resto del mondo resta al palo.

I dati sono impietosi: a metà gennaio del 2021, un anno dopo che la corsa ai vaccini era cominciata, il 95% delle dosi era destinato a soli dieci Paesi e nessuno di loro faceva parte del cosiddetto Sud del mondo. A guardare la mappa delle vaccinazioni in giro per il mondo redatta da Our World in Data e aggiornata quotidianamente si percepisce nettamente quanto essa sia sostanzialmente sovrapponibile alla mappa della ricchezza pro capite.

 C’è un punto del mondo in cui questa schiacciante ingiustizia emerge in tutta la sua plasticità anche se probabilmente al grande pubblico sta sfuggendo: i territori occupati.

Due settimane fa, mentre Israele vantava già il 20 per cento della popolazione vaccinata, il sito Human Right Watch lanciava un allarme e scriveva: «Mentre Israele ha già vaccinato più del 20’ per cento della sua popolazione, inclusi i coloni ebrei della Cisgiordania, non si è presa la briga di vaccinare i palestinesi che vivono nei medesimi territori sotto il loro controllo militare». In dimensioni ancora più enormi, lo stesso problema emerge dai dati provenienti dall’Africa sub sahariana. Secondo i dati dell’OMS pubblicati dal New York Times a fine gennaio, mentre nel mondo quasi 90 milioni di persone hanno già ricevuto il vaccino, nell’Africa sub sahariana quel numero equivale a 25. E non si tratta di milioni.

Il problema, ampiamente prevedibile fin dall’inizio, è molto più grave di quel che può sembrare dal punto di vista nostro, da quello dei privilegiati che in un modo o nell’altro i vaccini li stanno ricevendo. Ma questa gravità, compresa l’urgenza di trovare il coraggio di compiere scelte radicali per il bene dell’intera Umanità, non emerge dal flusso dell’informazione quotidiana, né da quello parallelo delle polemiche e della bagarre.

Siamo tutti presi a commentare quanto la politica italiana sia caduta in basso, quanto sia o non sia ignobile la scelta di Renzi di recarsi in Arabia Saudita e di inchinarsi al potere locale per una fee di decine di migliaia di euro; stiamo persino perdendo tempo a commentare le scelte che riguardano il Festival di Sanremo a settimane dal suo inizio. Immersi in tutto questo ciarpame, quando sentiamo parlare di vaccini ci troviamo di fronte praticamente soltanto due narrazioni: quella che, senza capire perché, dà voce alle personalità più matte del mondo novax e quella che si concentra sul fatto che una o l’altra delle case di produzione non abbiano rispettato i patti di consegna.

In pochi stanno cercando di imporne una terza: la sospensione dei brevetti sui vaccini nel contesto dell’emergenza del coronavirus. Anche perché, fintanto che tutti non sono al sicuro, nessuno è al sicuro. E lo dimostra il fatto che le varianti del virus che continuano a saltar fuori sono sempre più resistenti ai vaccini e, se non agiamo al più presto per far diventare il vaccino un diritto e un bene comune, per uscire dalla logica della proprietà privata intellettuale, almeno quando riguarda la salute collettiva.

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