La settimana più buia, l’infodemia che esplode

Fra immagini iconiche e titoli terrificanti, come si orientano le persone? È sempre più difficile. Ecco perché dobbiamo aggiustare quel che abbiamo rotto.

Era la serata del 18 marzo quando, per le strade di Bergamo e, contemporaneamente, su tutti i media e i social network, assistemmo a quella che è stata e sarà probabilmente la scena più terrificante dell’intera epidemia di coronavirus in Italia: decine di camion dell’esercito che sfilano (https://www.ilpost.it/2020/03/19/coronavirus-bare-bergamo-esercito/) lentamente dal cimitero verso fuori città, in direzione di Modena, Brescia, Parma, Piacenza, Rimini, Varese e altre. Dentro quei camion, svariate decine di bare e dentro quelle bare altrettante decine di corpi dei morti di Covid delle ultime ore, troppi per riuscire ad essere smaltiti dal forno crematorio della città.

La prova della potenza di quella scena, sia mediatica che emotiva, è che tutti noi abbiamo quel fotogramma stampato in testa. Un’immagine che si andò a sommare a un suono, che per tutti noi stava diventando terribilmente familiare: quello delle sirene delle ambulanze che sfrecciavano nel vuoto delle strade deserte, senza auto, senza passanti, senza negozi. Fu l’inizio della settimana più buia, quella in cui ci avvicinammo al record di 1000 morti in un solo giorno e in cui, per la prima volta, capimmo che la cosa non si sarebbe risolta nel giro di due settimane.

 

Il primo sintomo fu l’annuncio della proroga della chiusura delle scuole e della instaurazione della didattica a distanza, un problema enorme in cui paradossalmente ci ritroviamo di nuovo immersi, a un anno di distanza. La ministra dell’epoca, Lucia Azzolina, in quei giorni ipotizzò una riapertura dopo un mese. Non andò così.

Mentre in Italia chiudevano le scuole e la stessa decisione veniva presa in Uk, decine di eventi venivano rinviati o annullati: Las Vegas chiuse i casinò per un mese, il festival di Glastonbury venne cancellato, così come l’Eurovision 2020 e il Festival di Cannes. Vennero sospesi addirittura il lotto, il superenalotto, le slot machine e le scommesse.

Nel frattempo Ryanair annunciò la sospensione dei voli, in mezza Europa vennero chiuse tutte le attività non essenziali costringendo la maggior parte di noi a stare a casa e lavorare in pigiama. Ci fu talmente tanta gente connessa contemporaneamente, che la rete rallentò vistosamente, tanto che Netflix e Youtube decisero di abbassare la qualità dei propri video per non sovraccaricare la banda.

Fu la settimana in cui iniziammo a sentir parlare di geolocalizzazione dei positivi, politiche di tracciamento e tattiche affini, e ci chiedemmo in tanti se sarebbe stato giusto o sbagliato. Domande inutili, a ben vedere, visto che un vero tracciamento digitale, in Italia, non è mai partito e che anche la celebre app, Immuni, è passata via, come l’acqua sotto i fiumi a capire tutti, sulla nostra pelle, che amare la quarantena era un privilegio di classe e che in realtà, per milioni di persone, quell’esperienza allucinante avrebbe avuto ripercussioni psicologiche molto pesanti per anni. Guardandoci indietro, oggi, a un anno esatto di distanza, e ritrovandoci di nuovo nella stessa identica situazione, confinati e con le scuole chiuse, c’è da chiedersi come abbiamo retto fin qui. Forse è perché l’essere umano dimostra una straordinaria capacità di adattabilità a ogni tipo di situazione?

Quella tra il 18 e il 24 marzo del 2020 fu anche la settimana in cui venne annunciato l’arrivo della celebre squadra dei medici cubani in Lombardia per dare una mano contro il covid, ma soprattutto, mentre i morti italiani superarono quelli cinesi, quella fu la prima settimana in cui in Cina, per la prima volta dall’inizio dell’epidemia, non si registrò alcun contagio locale. E se pensiamo che ai primi vaccini mancavano ancora più di nove mesi e che quel risultato fu ottenuto soltanto con uno dei più duri lockdown del mondo, la cosa fa venire i brividi. In molti si sono chiesti in questi mesi se non fosse il caso di mettere in pratica anche noi misure di contenimento così dure. La risposta ancora non c’è.

 

Nelle lunghissime ore di quella lunghissima settimana, intanto, in Europa si discuteva di come affrontare economicamente l’emergenza. Proprio mentre i camion dell’esercito italiano partiti da Bergamo arrivavano tristemente alle loro destinazioni con il loro carico di morti, dopo una lunga riunione notturna di emergenza, la Banca Centrale Europa si preparava ad annunciare un programma straordinario di interventi per combattere la pandemia.

Si stava per tornare a discutere del Meccanismo Europeo di Stabilità, più conosciuto giornalisticamente con la sigla MES, il programma dell’Unione per aiutare i paesi in difficoltà. Oltre al problema sanitario, che tutti avevano già di fronte in tutta la tragicità, era già chiaro a tutti che un problema forse ancora più minaccioso avrebbe aspettato tutti alla fine di quella emergenza e che avrebbe riguardato la tenuta economica del mondo intero. Ma di questo parleremo meglio la prossima settimana.

In questo scenario, succedeva qualcosa che ci portiamo dietro ancora adesso, ogni giorno. Qualcosa che è stato definito con una parola “nuova”: infodemia.

A onor del vero, quella parola era già stata usata nel 2003, in concomitanza con l’epidemia di SARS: non è un caso.

Che cosa significa infodemia? È una parola composta da informazione e epidemia. E indica la produzione incontrollata di contenuti, sia accurati sia non accurati: è un mix tra ipotesi, fatti, opinioni, pareri, dati, numeri, titoli, immagini, video, in cui si dice, fondamentalmente, tutto e il contrario di tutto. Va avanti così da più di un anno. Ecco perché è arrivato il momento di aggiustare l’infosfera.

Aggiustiamo l’infosfera, fermiamo l’infodemia

Come i vaccini saranno l’arma per sconfiggere il Covid-19 e per uscire da una delle situazioni più difficili che le nostre generazioni possano ricordare, allo stesso modo dobbiamo inventarci qualcosa per evitare che la sovrapproduzione di contenuti continui a creare danni.

E non è scagliandosi contro il web che si risolverà la questione. Bisogna occuparsi di come agisce la produzione professionale di contenuti informativi (e di comunicazione). Perché se il giornalismo e la comunicazione istituzionale si comportano allo stesso modo di quella dei cosiddetti user generated content, allora non daranno mai il proprio contributo virtuoso alla soluzione di uno dei problemi più gravi della nostra epoca: la progressiva perdita di significato di qualsiasi informazione, sommersa dal commento, dalla polarizzazione, dalla discussione, dal “panino” di opinioni contrarie presentate come autorevoli.

Sul Corriere della Sera, un pezzo dal titolo “Le pericolose conseguenze dell’altra epidemia” lasciava pensare che ci fosse una presa di coscienza da parte del Gotha del giornalismo italiano. E invece no. Perché nel pezzo si legge che

«L’infodemia opera come una qualsiasi malattia nel corpo umano: insinua il virus, il contagio virale ed esponenziale di una informazione bacata che infetta il sistema e lo rende succube di una notizia imperfetta, che il telefono senza fili del web trasforma in poco tempo in verità assoluta […] L’infodemia è figlia di Internet, la tecnologia che con tutti i suoi pregi e difetti ci lega ogni giorno per ore al cellulare sui meme che ci fanno ridere, sui commenti degli hater che ci fanno disperare, e che non è ancora riuscita a trovare un antidoto ai problemi endemici che la caratterizzano».

Nessun accenno alle responsabilità del giornalismo, per esempio. Eppure ne abbiamo tante di responsabilità. Vediamo un paio di aneddoti che potrebbero diventare dei veri e propri casi di studio.

Ad aprile 2020 il Corriere pubblicava un articolo dal titolo «Coronavirus, lockdown e stop alle industrie servono davvero? Lo studio italiano». Lo studio italiano di cui si parlava in quel pezzo era frutto di un modello matematico secondo il quale – citiamo testualmente – «qualsiasi misura restrittiva applicata dopo i primi 17 giorni (come la chiusura delle industrie o i divieti alla libertà di movimento dei cittadini) inciderebbe poco o nulla sull’andamento dei contagi e sul numero finale delle vittime». Quasi un anno dopo, sempre sul Corriere, si legge una dichiarazione analoga: «Ormai sappiamo che le curve dell’epidemia durano 40 giorni, e che se si vuole contenere la crescita bisogna farlo nei primi 17 giorni. Altrimenti, le “curve” seguiranno il loro corso “naturale”».

Lo studio proposto un anno fa e le affermazioni più recenti di marzo 2021 sono sempre della stessa persona: Alberto Gerli. Il quale, per motivi ancora da comprendere, pur avendo sbagliato tutte le previsioni, come ha spiegato Pagella Politica (eh già. Lo “studio” in realtà era un modello matematico fallace, che non teneva minimamente in conto il controfattuale. In altre parole: certo che se misuri durante e dopo un lockdown duro vedrai che la curva dei contagi scende. E non esistono curve pandemiche che si sgonfiano in maniera “naturale”), era stato nominato fra i nuovi membri del Comitato Tecnico Scientifico, l’organismo che consiglia il governo sulla gestione della pandemia. La nomina è durata poco e poi Gerli si è dimesso.

Intanto, però, le sue idee con basi scientifiche più che dubbie avevano trovato ampio spazio su uno dei più importanti giornali italiani.

Esattamente come sui giornali italiani ha trovato spazio non solo la “paura” per il vaccino AstraZeneca ma addirittura una serie imbarazzante di titoli che suggerivano, insinuavano, proponevano indimostrabili nessi causali al limite del ridicolo.

Come questo titolo di Repubblica, su cui ironizza poi persino Riccardo Luna sulla medesima testata: «Taranto, muore investita da un bus: era appena uscita dall’ambulatorio dopo aver fatto il vaccino». Un dettaglio, il motivo della presenza in un centro medico, che non avrebbe mai trovato posto in un titolo se, poniamo il caso, la sfortunata vittima fosse andata in ambulatorio per una gastroscopia.

Che succede quando il giornalismo cavalca questi fenomeni? Che si contribuisce alla sfiducia. Ed è l’ultima cosa di cui avremmo bisogno, in un periodo in cui anche chi comunica e decide non è che brilli per capacità di sintesi e chiarezza di visione (d’altra parte: vorresti forse essere nei loro panni, in questo momento?).
Succede che si crea il contesto perfetto per cui le persone si mettano a dubitare di tutto (cosa che già succede senza troppi aiuti esterni: avrai visto anche tu quante persone hanno pensato che il dramma di Bergamo potesse essere una messa in scena).

Un paio di esempi non farebbero storia se non fossero all’ordine del giorno, ovunque. Se non vedessimo fin dall’inizio della pandemia un susseguirsi di ansie, conteggi, pareri opposti, numeri e idee in libertà da far girar la testa, senza la minima considerazione per una delle componenti fondamentali della salute delle persone: quella mentale. Il condizionale è diventato un modo verbale consueto nella copertura giornalistica. Le “bozze di decreto” ormai fanno storia, fin dalla prima, la famigerata bozza del primo DPCM, sventolata nell’ecosistema come uno scoop e invece elemento che avrebbe semplicemente dovuto farci capire che in un contesto come quello incerto che stiamo vivendo prima di pubblicare bozze ci si pensa due volte.

Ora, vediamo già le obiezioni levarsi. A dire il vero le abbiamo già viste.

La prima? Le notizie si danno!
Certo che le notizie si danno, chi afferma il contrario? Solo che dovremmo metterci d’accordo su cosa sia una notizia. Su cosa fosse una notizia prima dell’era che viviamo e su cosa sia nel 2021.
Un comunicato stampa è una notizia?
Qualcosa che tutti sanno è una notizia?
Una non-correlazione è una notizia?
La “paura” (che poi, come la misuri, la “paura”) è una notizia?
La risposta a tutte queste domande retoriche è: no.

La seconda: mica ci si può fermare solo al titolo. E poi facciamo anche un sacco di cose belle.
Vero. Ma il titolo cattura l’attenzione. E le cose belle, se le sommergi con centinaia di contenuti che alimentano dubbi, paure, incertezze o che veicolano addirittura studi con basi scricchiolanti, finisce che non le trova più nessuno.

La terza: ecco i maestrini con la matita rossa.
Non c’è alcuna volontà di mettersi a dare lezioni, facendo notare queste dinamiche, ma pensiamo che non si possa più star qua a guardare. Bisogna fare qualcosa per vaccinarci contro l’infodemia.
E proprio per controbattere questa terza obiezione ci siamo inventati prima questa rubrica che abbiamo chiamato Fixing News, per rimettere le cose in prospettiva, per riflettere su cos’è rilevante e cosa no.

E poi abbiamo pensato di costruire una serie di proposte per aggiustare quel che si è rotto nell’infosfera: pars construens.

Il primo appuntamento lo abbiamo trasmesso in diretta sulla nostra pagina Facebook e lo puoi rivedere qui.

Lo abbiamo intitolato Emergenza! Idee per un giornalismo al tuo servizio.
Alberto Puliafito, il direttore di Slow News, ci lavora da febbraio 2020 e molte delle slide che mostra nel video erano già pronte all’epoca e sono rimaste, purtroppo, lettera morta.

Per questo abbiamo pensato anche di rendere disponibili le slide e di creare un documento condiviso a cui può contribuire chiunque, anche tu se lo desideri, lasciando un commento, per costruire insieme anticorpi contro l’infodemia.

Questa è la nuova puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a fixingnews@blogo.it.

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