Scuola: la madre di tutte le polemiche

Prima la scuola, ok. Ma quale, e come? Da un anno, non abbiamo ancora capito come affrontare e risolvere la questione.

La prima settimana di aprile del 2020 eravamo già tutti molto provati e molto, molto preoccupati.
In Italia, il ministro della salute Roberto Speranza prorogava le restrizioni fino al 13 aprile. «Almeno fino a Pasqua», si leggeva sui giornali. Da allora, saremmo andati avanti così. Di proroga in proroga, ondeggiando fra una riapertura e una chiusura. Prima per “salvare l’estate”, poi il Natale, poi non si sa più nemmeno cosa.

È proprio in quella settimana che sembra che al meno dal punto di vista economico ci si possa aspettare che le cose funzionino: l’INPS diffonde la circolare che spiega alle partite IVA come accedere al primo dei bonus previsti dal decreto Cura Italia di metà marzo. Per molti italiani, soprattutto per milioni di giovani freelance, è un vero respiro di sollievo anche se ancora non hanno fatto i conti con il sito dell’INPS, che ovviamente non funziona alla perfezione e ad alcuni utenti mostra i dati di altri. Era il 1° aprile, ma non era uno scherzo. Anche se, a distanza di un anno, dobbiamo ammettere che anche quella fu solamente l’ennesima polemichétta: passate le prime ore di super-afflusso – che pure hanno rivelato la debolezza infrastrutturale digitale della pubblica amministrazione – il sistema ha preso a funzionare. E il problema dei sostegni o ristori (o come li chiameremo la prossima volta) è molto più ampio e dovrebbe suggerirci di lavorare seriamente per un reddito di base, universale e incondizionato.

Nelle stesse ore, insieme all’INPS, anche la Protezione Civile finisce nella bufera.
Si iniziano infatti a fare i conti meglio e non tornano: ci sono ufficialmente dei problemi sui dati diffusi e i guariti sembra che non siano tutti davvero guariti, mentre i morti sembra che siano molti di più di quelli annunciati dai dati ufficiali. Non solo, sembra anche che siano morte molte più persone di quanto detto nei dati ufficiali. Intanto, visto che quelli erano i giorni della solidarietà e dell’andrà tutto bene, la RAI organizza una serata speciale di beneficienza per la Protezione Civile. Sempre per la categoria degli scandali, sono anche le ore in cui inizia quello che travolgerà il Pio Albergo Trivulzio.

Per la serie “Ma veramente?” – e anche per costruirci un minimo di consapevolezza rispetto alle questioni del momento – vale la pena ricordare che i quei giorni eravamo ancora “divisi sulle mascherine”: non erano ancora obbligatorie e che persino “gli esperti” avevano pareri discordanti, almeno secondo i giornali.

Poco o nulla è cambiato, invece, da altri tic della comunicazione mediatica, riflesso di alcuni vizi della strategia politica nei confronti di questo virus: in quei giorni, in cui l’hashtag predominante è #stateacasa, i giornali portavano avanti una vera e propria crociata contro “chi esce”. Per La Stampa sono i “furbetti delle passeggiate”, per il Corriere sono “Troppi fuori casa”, così anche per il Messaggero, che opta per un “troppi in giro”. A distanza di un anno, ci risiamo: sappiamo che il contagio avviene perlopiù al chiuso e naturalmente in presenza di assembramenti, ma la Pasqua del 2021 per molti versi non sembra poi così lontana da quella del 2020, anche se è passata molta acqua sotto i ponti. E infatti è ancora caccia a chi prende la tintarella.

 

Sempre restando su argomenti che sono ancora di moda, già un anno fa si parlava di possibili passaporti vaccinali (ma per tornare a lavorare, non per andare in vacanza) anche se le vaccinazioni erano ancora in fase di sperimentazione.

Il Giornale e Libero, invece, in quelle ore sono ancora impegnati a diffondere l’iniziativa per raccogliere fondi per la costruzione dell’Ospedale in Fiera, a Milano, te lo ricordi? La campagna era iniziata da una settimana e già annunciavano di aver superato abbondantemente i 2 milioni di euro raccolti. Come era finita quella storia dell’ospedale in Fiera? Per la prima ondata non benissimo, per la seconda ancora peggio, ma per la terza qualcosa iniziava a servire. Ora, sebbene in Lombardia la fase della vaccinazione non sia partita proprio con il miglior passo, il nuovo ospedale è diventato uno degli hub vaccinali più importanti della regione.

Nel resto del mondo le cose paiono mettersi meglio per la Corea del Nord, che sostiene di non avere casi di Covid (il che alimenta un nel po’ di umorismo sui social network che per fortuna il tempo ha cancellato). Negli Stati Uniti, invece, l’allora presidente in carica Donald Trump prima annuncia che le settimane seguenti saranno «molto, molto dolorose» per via del coronavirus e poi rincara la dose dicendo che si aspetta molti morti. Per una volta non aveva torto.
Nel Regno Unito, invece, sono i giorni in cui preoccupano le condizioni di salute di Boris Johnson, che qualche giorno prima era stato dichiarato positivo al test per il coronavirus e che in quelle ore era peggiorato, tanto da essere prima portato in ospedale e poi addirittura ricoverato in terapia intensiva. Mentre BoJo è in ospedale, la Regina Elisabetta tiene un discorso che fa discutere parecchio i social e gli amanti della cultura pop del Novecento, citando Vera Lynn, e il suo celebre “We will meet again”.

Intanto, dai divani della quarantena, quasi tutti guardavano un documentario che si era guadagnato un hype gigantesco, ma della quale ora, a distanza di un anno, nessuno parla più. Si intitolava Tiger King, e quasi di sicuro, ora che la senti nominare, te la ricordi anche tu.

In questo scenario, si affacciava, finalmente la Madre di Tutte le Polemiche: quella sulla scuola. La prima settimana di aprile 2020 chiariva che la riapertura delle scuole non sarebbe stata imminente, anche se si lavorava ancora a ipotesi di rientro a maggio. Non sarebbe andata così. E la questione-scuola ce la saremmo portata avanti per un anno intero.

Prima la scuola, sì, ma quale? E come?

Il rientro a settembre, accompagnato dalle consuete polemiche, ha rivelato tutti i problemi di un paese che non solo Mentre scriviamo questa puntata di fixing news, dopo una nuova chiusura generalizzata di tre settimane e le vacanze pasquali, le scuole italiane tornano ad aprirsi.

Da quanto è stato deciso di riattivare la modalità della didattica a distanza per 7 milioni di studenti dal 15 marzo 2021, in vari luoghi d’Italia, genitori e studenti hanno protestato per chiedere a gran voce che la scuola si svolgesse in presenza. Nel sentire comune si dice abitualmente che “quella a distanza non è scuola”. Gli slogan che girano sono tipo “La scuola non si tocca”. Si è parlato a lungo dei disagi dei minori, per esempio, che purtroppo potremo valutare solamente sul lungo periodo.
E si parla aanche dei disagi dei genitori, anche perché la politica ha di fatto deciso che un genitore che lavora da casa (dovremmo cominciare a rifiutarci di utilizzare la dicitura smart working) possa occuparsi senza problemi della didattica a distanza dei figli: solo nel caso in cui non si possa accedere a modalità di lavoro agile, infatti, si può fare domanda per congedi parentali.
Come se non bastasse, aggiungiamoci la componente tecnica: le difficoltà di connessione in un paese dove il digital divide è sia strutturale sia culturale; le difficoltà di avere un device dedicato per ciascun figlio; le difficoltà di avere spazi dedicati in casa per la didattica a distanza mentre altre componenti della famiglia lavorano. La necessità di dare assistenza soprattutto ai più piccoli, che non sono autonomi davanti agli strumenti, anche se imparano in fretta a “mutare” il microfono, alzare la mano e altre piccole tecniche: si adattano, insomma, come possono.

Da questo elenco sommario, cui vanno aggiunte tutte le difficoltà cui siamo andati incontro in questo periodo, si può facilmente intuire la situazione di difficoltà delle famiglie con figli in età scolare. Difficoltà che aumentano al diminuire delle possibilità economiche.

È facile capire che, in una situazione del genere, se viene pubblicato uno studio sulle scuole che lascia intuire quel che vorremmo tanto sentirci dire, quello studio farà breccia per forza di cose in molte persone. «Le scuole sono sicure» è lo slogan del momento.

Uno slogan che, come tutti gli slogan, semplifica troppo la realtà, la riduce e la banalizza. Le scuole sono sicure a patto di adottare una serie di protocolli. I contagi avvengono al chiuso, quindi avvengono anche nelle scuole (e in effetti, il personale che lavora nelle scuole, persino per lo studio citatissimo per promuovere un generico “aprite-tutto”, un’incidenza doppia del contagio rispetto al resto della popolazione).

E allora cosa si dovrebbe fare? Tenere ragazze, ragazzi, bimbi e bimbe di ogni età a casa fino a data da destinarsi?
Certo che no. Bisognerebbe de-politicizzare le decisioni e renderle tecniche, ad esempio. Solo che anche questa è una decisione politica.

I protocolli ci sono, beninteso.

E ci sono anche le raccomandazioni.

«Se le scuole si sottoponessero a test sistematici, se avviassero un sistema efficiente di tracciamento, se rimodulassero spazi e ambienti avrebbero maggiori possibilità di contenere i contagi», scrive Cristiano Corsini che si occupa di Pedagogia Sperimentale.

«Queste sono cose che sappiamo da un anno. Purtroppo però in Italia da settembre nel 99% delle scuole non si è svolto alcun testing sistematico. Questo ha inciso negativamente sull’efficienza del tracciamento, che infatti è saltato a ottobre, e sulle possibilità di contenimento del virus, già compromesse da spazi risicati e mancanza di personale».

L’effetto che si ottiene dimenticando tutto questo e spostando la questione su semplificazioni sloganistiche è duplice.

Da un lato si perde completamente di vista la realtà, cavalcando i comprensibili pensieri speranzosi di famiglie e studenti. Dall’altro si de-responsabilizza completamente la politica, che dovrebbe adoperarsi non già per aperture indiscriminate ma per aperture in sicurezza. Le obiezioni del tipo “il rischio zero non esiste” – di gran moda in questo periodo – lasciano il tempo che trovano. Il rischio zero non esiste, ma si può lavorare in termini di previsione e prevenzione.

Per esempio? Semplice:

  • con tracciamento e test di massa, periodico
  • aumentando la ventilazione e le attività all’aperto (con buona pace dell’italica ossessione per l’inesistente “colpo di freddo”
  • ripensando gli spazi e il loro uso

Diciamocelo: la scuola è uno di quegli argomenti che polarizza velocemente la conversazione. Gli insegnanti sono una delle categorie-bersaglio più facili, sia nei discorsi da bar sia nelle rubriche quotidiane di editorialisti che pensano di saper tutto di pedagogia e che, molto spesso, legano le loro opinioni al ricordo di quando a scuola ci andavano loro.

Non solo: il nemico-insegnante-dipendente-dello-stato è una di quelle figure su cui girano stereotipi e bufale da sempre. C’è l’annoso tema “tre mesi di vacanza”, che torna prepotente tutte le volte che si parla di scuola (naturalmente non è così). C’è, di volta in volta, la polemica del momento. L’estate scorsa, per esempio, ci fu, per due giorni, la grande polemica dell’insegnante su tre che rifiuta il sierologico (dati a caso, su un campione non rilevante, ma buoni comunque per farci su un titolone e scagliarsi contro i docenti).

Come se non bastasse, c’è un’altra questione che sembra sfuggire tutte le volte che si parla di “scuola”. Ed è la complessità dell’ecosistema.

Di quale ordine scolastico parliamo, quando parliamo di “scuola”?
La scuola dell’infanzia? La scuola primaria? La secondaria con le sue divisioni? O l’istruzione superiore?
E ancora di quali scuole parliamo? Quelle delle zone ricche di città? Quelle di piccoli paesi di provincia? Quelle di quartieri difficili?

Il parlare di scuola porta con sé una ridda di generalizzazioni che, anziché semplificare, complicano la questione, facendo un calderone di ambienti non solo eterogenei ma addirittura estremamente diversi fra loro.

Fatto sta che, ad aprile 2020, sentimmo parlare in massa, per la prima volta, di DAD, acronimo che sta per Didattica a Distanza.

In assenza di una piattaforma pubblica stabile e affidabile, le scuole si sono attrezzate affidandosi a strumenti di grandi aziende straniere, come Classroom e Meet di Google, per esempio. O Zoom. O Teams di Microsoft. Sono stati creati account per tutte le persone a cui servivano (dagli studenti agli insegnanti) e ci si è arrangiati come si poteva, nelle case, per consentire ai figli di seguire le lezioni. E poi si è iniziato a polemizzare, appunto. Dai banchi a rotelle alle rime buccali, fino ad arrivare alla situazione odierna, con due fazioni che si scontrano e tifano.

Questo tifo non lascia spazio all’analisi della complessità. E non lascia spazio nemmeno a sane rivendicazioni in merito alle decisioni politiche che devono essere prese non solo sulla base del singolo dato numerico, ma sulla base della complessità di una situazione.

Perché il grande tema della scuola non è la partigianeria pro o contro la DAD – che è uno strumento come tanti, e come tale va usato e sfruttato nel migliore dei modi possibili – ma è molto più complesso. È lavorare per una scuola sicura e inclusiva, lavorare per contrastare la povertà educativa, lavorare per una scuola che assolva il proprio ruolo fondamentale in una società sempre più complessa. Su Slow News, Christian Raimo ha scritto un lungo saggio per illustrare tutte le occasioni perse di questo anno: si intitola Al di là dello schermo.

Quel che si vede succedere, invece, è tutto il contrario: slogan, promossi, peraltro, da questo o quel giornale a seconda dell’idea del momento.  Slogan che offrono un nemico al pubblico: la DAD. Un nemico tanto facile quanto sfocato.

Slogan che servono soltanto a ritardare le azioni e ad aumentare il divario fra chi ha la possibilità di accedere alla miglior istruzione possibile e chi, invece, si ritroverà indietro. Tanto, appunto, si potrà sempre dare la colpa alla DAD.

Questa è la nuova puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a fixingnews@blogo.it.

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