Pfizer: entro quanti giorni deve essere somministrata la seconda dose?

Secondo la casa farmaceutica, la seconda dose del vaccino deve esser inoculata entro i 21 giorni, ma le linee guida fornite dagli Stati Uniti dicono altro

“Il vaccino è stato studiato per una seconda somministrazione a 21 giorni. Al momento non abbiamo dati su di un più lungo range di somministrazione”. Valeria Marino, direttore medico di Pfizer Italia, intervenuta ieri ai microfoni di SkyTg24 mette in chiaro che la scelta – italiana ma non solo – di allungare il tempo che passa dalla prima alla seconda somministrazione del vaccino non ha basi statistiche che la supportano. La mossa, quasi obbligata per avere una copertura maggiore di persone a cui è stata inoculata almeno una dose, è legata alla scarsa quantità dello stesso, e al momento pare essere al centro del dibattito tra scienziati.  “Come direttore Pfizer dico però di attenersi a quello che è emerso dagli studi clinici perché questo garantisce i risultati che hanno permesso l’autorizzazione”, ha poi specificato la direttrice.

IL PARERE DEL CTS

Nella mattinata di oggi, però, Franco Locatelli, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità (Css) e coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico (CTS), intervenuto alla trasmissione Agorà su Rai3, ha ribattuto dicendo che secondo il suo parere medico “l’intervallo tra la prima e la seconda somministrazione prolungato alla sesta settimana, quindi ai 42 giorni, non inficia minimamente l’efficacia dell’immunizzazione e ci permette di somministrare molte più dosi di vaccino”.

In generale, l’idea di allungare i tempi prima di arrivare alla seconda somministrazione è stata sostenuta con forza dal Commissario straordinario alla campagna vaccinale, Francesco Paolo Figliuolo. Il Generale, consapevole delle difficoltà di approvvigionamento che riguardano i vaccini, è stato uno dei primi sponsor della scelta, supportato però dalle indicazioni fornite dalle stesse case farmaceutiche.

I benefici erano stati spiegati anche dal Comitato Tecnico Scientifico in una circolare della scorsa settimana in cui si legge:

In uno scenario in cui vi è ancora necessità nel Paese di coprire un elevato numero di soggetti a rischio di sviluppare forme gravi o addirittura fatali di COVID-19, si configurano condizioni in cui è opportuno dare priorità a strategie di sanità pubblica che consentano di coprire dal rischio il maggior numero possibile di soggetti nel minor tempo possibile.

LE LINEE GUIDA STATUNITENSI

I dati campagne vaccinali fatte in alcuni paesi raccontano che nella maggior parte dei casi, con un numero superiore all’80%, la protezione contro le forme gravi del virus viene sviluppata dopo la prima dose, rendendo quindi relativamente meno urgente la somministrazione della seconda, consentendo così di aumentare l’indicazione fornita di 21 giorni di gap.

Già da tempo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) statunitensi avevano inserito nelle loro linee guida la possibilità di ricevere il richiamo dei vaccini di Pfizer-BioNTech e di Moderna in un tempo che andasse fino a 42 giorni dalla prima dose, consapevoli loro stessi di quanto, al momento, risultino necessarie misure eccezionali.

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