Neverending brexit

La questione “Brexit” ci tiene compagnia da tempo (e il finale non è ancora deciso), anche se un anno fa con l’elezione di Boris sembravamo ad un passo

Questa è la dodicesima puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a fixingnews@blogo.it.

La settimana tra il 10 e il 16 dicembre dell’anno scorso, vista da oggi, rischia di farci un po’ nostalgia, non tanto per ciò che successe, ma per ciò che, nel nostro piccolo, stavamo aspettando: un Natale “normale”, delle vacanze meritate, delle giornate in famiglia, delle serate con gli amici. Ancora ci chiedevamo che cosa avremmo fatto a Capodanno e non potevamo immaginare che tutte quelle cose che davamo per scontate, scontate in fondo non lo erano così tanto.

In quei giorni, con ogni probabilità, il coronavirus circolava già in Italia, anche se ancora non aveva un nome e se non avevamo nemmeno la possibilità di immaginare le conseguenze che avrebbe avuto sulle nostre vite. Fu un dicembre caldo, il più caldo mai registrato negli ultimi 200 anni e mentre avevamo la testa sui regali di Natale e sulle serate di Capodanno, nel mondo ne succedevano come al solito di ogni.

Una dinamica sempre presente, purtroppo, continuava a fare vittime in tutto il mondo: in un ospedale di Ostrava, in Repubblica Ceca, morirono sei persone in una sparatoria, mentre ne morirono quattro a Jersey City, negli Stati Uniti. Di sparatorie, in quel caso nei soli U.S.A., abbiamo già parlato qui su Fixing News. Si tratta, a livello giornalistico, di una delle tante dinamiche oscurate quest’anno dal coronavirus e il problema che sta alla base — la diffusione indiscriminata di armi da fuoco – è uno di quelli che continuano, nonostante tutto. Tant’è che, come ha scritto Avvenire, le armi vengono considerate un bene essenziale anche durante i lockdown in Italia, che ci si creda o meno.

In Italia che stava succedendo?

Be’, intorno all’ex ILVA continuavano a viversi momenti di tensione dopo che il Tribunale di Taranto aveva respinto la richiesta di una proroga per la messa a norma dell’altoforno 2 dello stabilimento e ArcelorMittal, di conseguenza, annunciò la cassa integrazione per 3.500 lavoratori. Intanto, sui social, a far discutere non era tanto il diritto dei lavoratori o le dinamiche ambientali, quanto uno strafalcione del ministro Bonafede, che confuse tra reato colposo e doloso, l’interruzione del rapporto lavorativo tra il Comune di Roma e l’illustratore conosciuto come Marione, che proprio in quei giorni ne aveva fatta un’altra delle sue paragonando l’Unione Europea ad Auschwitz, ma anche l’exploit social di Matteo Renzi, che forse provando ad emulare il Salvini della settimana prima, postò una foto dei biscotti della solita nota marca italiana su Twitter e venne preso in giro da quello che ai giornalisti piace chiamare il popolo della rete.

Sul fronte del problema mai sopito dei rigurgiti di neofascismo in Italia, invece, ogni settimana ce n’è veramente una. In quei giorni, per esempio, l’università di Siena sospese il docente che aveva elogiato ad Hitler su Twitter, mentre il Tribunale di Roma ordinò a Facebook la riattivazione della pagina di CasaPound.

Canapia tapioca

Quella settimana di metà dicembre, in Senato andò in scena un siparietto di livello molto basso. Durante la discussione sulla cannabis light, il senatore di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa ha urlato “drogato” al suo collega del Movimento 5 stelle Alberto Airola scatenando uno strascico di polemiche sui social e sui media. Intervistato qualche giorno dopo, il senatore La Russa disse una cosa che ci fa capire molto circa il punto morto in cui si trova l’informazione: «Stava lì a gridare come un ossesso, le mani a imbuto, e impediva di parlare al nostro capogruppo, Luca Ciriani, un friulano pacato, un gentiluomo. Sembrava sul serio uno drogato. Comunque, d’accordo: avrei potuto urlargli ‘ossesso’, e forse non sarei finito sui giornali».

No, probabilmente non ci sarebbe finito sui giornali se non avesse usato un linguaggio meno violento. Ed è un problema, prima che del senatore La Russa, dei giornali. Soprattutto perché in ballo in questo caso non c’era la dignità di un senatore offeso, ma un tema — la canapa e i suoi derivati, sia della varietà con CBD sia di quella con THC— che è centrale per l’economia, per l’energia, per la salute e per la società in tutto il mondo.

Nel frattempo, tra l’altro, giusto giusto a un anno di distanza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ed eliminato la canapa (quella con il THC) dall’elenco dei narcotici dannosi per la salute e, quella sì, è una notizia e una opportunità, anche se la politica italiana stenta a capirne le potenzialità.

Neverending Brexit

Il 12 dicembre del 2019, nel Regno Unito si andò alle elezioni anticipate per rinnovare il parlamento. Te lo ricordavi? Furono elezioni strane, volute fortemente da Boris Johnson, leader dei Tories che aveva preso il posto di Theresa May.

Anche lei, tra l’altro, sembra lontana un secolo, non è vero? Siamo pronti a scommettere che anche qui c’entra un meccanismo mediatico: è il fatto che, a livello di comunicazione, il provocatorio Boris Johnson è esattamente ciò che l’ecosistema delle news contemporaneo cerca. È sempre sopra le righe. La spara sempre più alta. E finisce sui giornali. Per lo stesso identico motivo per cui, e ne abbiamo parlato poche righe qui sopra, La Russa è finito sui giornali.

In ogni caso, tornando alla Brexit del titolo di questo blocchetto, in quei giorni di metà dicembre, dopo la vittoria schiacciante delle elezioni – stravinsero i Tories guidati dall’ex sindaco di Londra, che staccarono i Labour guidati da Jeremy Corbyn di più di 11 punti percentuali – Boris Johnson fece da subito dichiarazioni nettissime e perentorie: «adesso faremo la Brexit in tempo entro il 31 gennaio, senza se, senza ma e senza forse», fu la frase che in molti ripresero e rilanciarono.

Eppure, come ormai in effetti ci ha abituato questa strana notizia-non notizia che è la Brexit, annunciata per la prima volta 4 anni fa dopo il referendum e in realtà ancora non chiusa definitivamente. E infatti siamo ancora qui a parlarne, senza sapere bene come andrà a finire la trattativa commerciale, che potrebbe ancora finire in No deal, ovvero, senza accordo. sì, è ancora una possibilità e avrà parecchie ripercussioni che, a furia di trattare il tema come una partita di calcio, probabilmente in pochissimi hanno veramente compreso.

E intanto, l’accordo commerciale tra le due parti che doveva chiudersi questa domenica è slittato ancora.

Chi decide cosa puoi dire in uno spazio pubblico?

Le questioni che riguardano l’espressione di odio o di idee controverse o violente sulle piattaforme sono un bel problema ed è difficile venirne a capo.

Intendiamoci: chiaramente qui non intendiamo difendere la violenza. Quel che pensiamo, piuttosto, è che, utopicamente dovremmo tutti tendere alla crescita della specie umana, come un’enorme comunità, consentendo a ciascuno di vivere una vita secondo le proprie potenzialità, ricercando la propria realizzazione e la propria felicità. Non è una visione naif, era una visione fortemente condivisa negli anni Sessanta da tutta una serie di grandi esponenti del mondo intellettuale: ne ha scritto in abbondanza, per esempio, Norbert Wiener. Solo che quelle idee di crescita, unità, fratellanza che sembrerebbero di puro buon senso vengono troppo spesso dimenticate e messe da parte. Al loro posto fanno capolino campanilismi di vario genere alimentati dalle forze politiche che si nutrono di quel tipo di consenso facile, di pancia, che fa leva su sentimenti molto basici, spesso di indignazione o di odio, appunto.

Detto questo, però, non si può far finta che il problema non esista: chi decide che cos’è l’odio? Chi decide quali sono le parole che puoi scrivere e quelle che non puoi scrivere? Lo Stato di diritto, così come lo abbiamo concepito, non può cedere sovranità in questo a una piattaforma tecnologica gestita da un’azienda privata nella Silicon Valley. E anche a noi, in generale, quest’idea non dovrebbe piacere troppo, perché a quel punto l’azienda privata farà i propri interessi in ogni circostanza. Non più tardi di ottobre 2019, infatti, Facebook ha anche oscurato decine di pagine pro-curdi.

D’altra parte, uomini e donne della politica che hanno capito perfettamente come funzionano i meccanismi che abbiamo descritto in questa sezione di media literacy di Fixing News, cavalcano l’ecosistema con dichiarazioni violente che si spingono sempre più in là nel tastare la pancia delle persone.

È il paradosso della libertà di parola che, in qualche modo, viene presa in ostaggio da chi ha potere e visibilità. E viene presa in ostaggio anche da violenti e intolleranti, pronti a lamentarsi dell’intolleranza nei loro confronti. Come se ne esce?

Nell’estate del 2019, durante un lungo viaggio di lavoro negli Stati Uniti, Alberto Puliafito, direttore di Slow News, ha scritto questo pezzo in cui provava a proporre alcune soluzioni, che richiederebbero un’assunzione di responsabilità da tutti gli attori dell’ecosistema informativo: chi invia messaggi, chi li riceve, chi li amplifica. Utopia anche questa? Forse no.

Lettrici e lettori possono fare la differenza, per esempio, scegliendo solo media che non amplificano dichiarazioni e urla ma che si occupano di fatti fondativi. L’(ex) industria giornalistica si può impegnare a fare la sua parte – mentre lo scriviamo non possiamo non pensare a quanto riesca ad essere violento il giornalismo a volte – e la politica, a sua volta, si deve prendere le proprie responsabilità. In altre parole: dovremmo lavorare ogni giorno per limitare le emissioni tossiche di dichiarazioni, polemiche e fattoidi, e occuparci, invece, di questioni cruciali per la nostra crescita come comunità.

Si può anche agire perché queste belle parole non rimangano voli pindarici. Questa rubrica è qui anche per questo.

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