La Turchia si ritira dalla Convenzione contro la violenza sulle donne

La Convenzione, secondo Erdogan e i conservatori, minaccerebbe la solidità della famiglia. In Turchia, nel solo 2020, si sono verificati 300 femminicidi.

La Turchia ha lasciato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Si tratta di una disposizione in attuazione di un decreto firmato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. La Convenzione, firmata a Istanbul nel 2011 (da qui detta anche “Convenzione di Istanbul”), ha lo scopo di prevenire la violenza contro le donne, fornendo sostegno alle vittime di abusi e perseguendo penalmente i colpevoli.

Il segretario generale del Consiglio d’Europa Marija Pejčinović Burić ha definito la notizia «devastante», poiché la Convenzione rappresenta il «riferimento assoluto nell’ambito internazionale per proteggere le donne e le ragazze delle violenze che affrontano ogni giorno nella società. La mossa – ha aggiunto – si pone come un passo indietro deplorevole ed enorme nello sforzo per la parità di genere, compromettendo la protezione delle donne in Turchia, in Europa e nel resto del Mondo».

Cos’è la Convenzione di Istanbul

La Convenzione stabilisce i principi vincolanti nella lotta alla violenza contro le donne. È definita dallo stesso Consiglio d’Europa come «lo strumento giuridico più ambizioso volto a prevenire e combattere la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica quali violazioni dei diritti umani». Il testo è stata a oggi firmato da 12 Paesi e ratificato da 34. Quest’ultimo è il passaggio che più conta, poiché solo con la ratifica uno Stato si impegna a rispettare diritti e doveri contenuti in un trattato internazionale.

La Convenzione esige che vengano adottate norme giuridicamente vincolanti volte a perseguire varie forme di violenza contro le donne, come, per esempio, la violenza domestica, lo stalking, le molestie sessuali e la violenza psicologica. Uno dei valori fondanti della Convenzione è che la violenza contro le donne non sia da considerare una questione privata, ma di interesse pubblico:

«gli Stati – si legge – hanno un obbligo, dotandosi di politiche globali e integrate, di prevenire la violenza, proteggere le vittime e punirne gli autori. Ratificando la convenzione, i governi sono obbligati a cambiare le loro leggi, introdurre misure pratiche e stanziare risorse per adottare un approccio di tolleranza zero nei confronti della violenza contro le donne e della violenza domestica. Prevenire e combattere tale violenza non è più una questione di buona volontà ma un obbligo giuridico. Questo aiuterà le vittime in tutta Europa e in altri paesi».

Qui puoi trovare l’elenco dei Paesi firmatari e di quelli ratificatori. Nella cartina sono indicati in verde gli Stati che hanno sottoscritto e ratificato la convenzione, in giallo quelli che l’hanno solo sottoscritta, in rosso quelli che non l’anno sottoscritta né ratificata e in grigio gli Stati non membri del Consiglio d’Europa. La Turchia, che appare ancora in questa mappa ancora in verde, sarà da oggi in rosso.

Qui trovi la fonte della mappa

La Convenzione e la questione “di genere”

Negli ultimi anni la Convenzione di Istanbul è stata oggetto di molte critiche da parte di alcuni gruppi religiosi e ultraconservatori, tanto che si sono diffuse visioni distorte dei principi e dei valori contenuti nel testo. Il punto di partenza è il fatto che la convenzione parli di violenza “fondata sul genere” o di carattere “fondato sul genere” della violenza, affrontando infatti il problema di forme di violenza dirette contro le donne in quanto donne e/o che colpiscono in modo maggioritario le donne. Proprio il termine “genere” ha portato il Consiglio d’Europa a fare alcune precisazioni, tra cui:

  • la Convenzione di Istanbul non cerca di “abolire le differenze” tra donne e uomini; non implica che donne e uomini sono o dovrebbero essere “uguali”. Tuttavia […] esige di agire per combattere l’idea che le donne sono inferiori agli uomini;
  • lo scopo di questo termine non è di sostituire la definizione biologica di “sesso”, né i termini “donne” e “uomini” ma sottolineare che le disuguaglianze, gli stereotipi e di conseguenza la violenza non derivano da differenze biologiche, quanto piuttosto da una costruzione sociale, in particolare da atteggiamenti e percezioni dei ruoli che le donne e gli uomini hanno e dovrebbero avere nella società.

«Non è la prima volta che il termine “genere” appare in uno strumento giuridico internazionale – si legge nel documento -.

Tuttavia, le difficoltà legate alla traduzione del termine “genere” e alla sua distinzione dal termine “sesso” nelle lingue che non hanno un esatto equivalente sono state talvolta usate per fomentare le controversie sulla convenzione e le sue implicazioni. Queste difficoltà non possono diventare un pretesto per rifiutare la convenzione, o un ostacolo alla sua attuazione: la convenzione non esige che i sistemi giuridici nazionali integrino l’uso del termine “genere”, ma usa questo termine per spiegare lo scopo delle misure che chiede agli Stati di adottare e attuare.

La decisione della Turchia

La Turchia è stato uno dei Paesi firmatari originali della Convenzione di Istanbul nel 2011, ratificandola nel 2014. Dalla salita al potere nel 2002 di Erdogan e dell’AKP, il suo partito, le dinamiche nel Paese sono progressivamente mutate, passando da una fase volta a favorire le politiche sulla parità di genere – come la riforma del codice penale e l’approvazione di atti volti a imporre a tutti gli enti pubblici di adottare misure per combattere la violenza di genere -, a una presenza sempre più forte di valori riconducibili a una visione patriarcale della società. Il radicamento della forza dell’AKP e la maggiore vicinanza a posizioni religiose di stampo conservatore hanno determinato nel tempo una modifica dell’approccio governativo al tema, ponendo sempre più al centro la sacralità della famiglia, la maternità, il divieto di manifestazioni LGBTQ+ e la definizione dell’omosessualità come “veicolo di malattie”.

Nel Paese si discute da oltre un anno dell’opportunità di abbandonare la Convenzione. Secondo quanto riportato da Reuters, molti conservatori turchi si opporrebbero al principio dell’uguaglianza di genere contenuto nella Convenzione, ritenendo concreta la minaccia alla solidità delle famiglie e la promozione del divorzio e dell’omosessualità. Per l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno il 40 per cento delle donne turche è vittima di violenza compiuta dal proprio partner, rispetto a una media europea del 25 per cento.

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