La Nuova Zelanda ha solo tre casi di Covid-19 (ma fa il lockdown a Auckland)

Lockdown brevi e elevata capacità di tracciamento. Ecco come funziona la strategia zero covid.

In Nuova Zelanda sono state disposte misure stringenti per controllare le diffusione della variante inglese del Coronavirus. Il primo ministro Jacinta Ardern ha infatti imposto, fino a mercoledì 17 febbraio, un lockdown nella capitale Auckland e l’obbligo di mascherina e il divieto di assembramenti superiori alle cento persone nel resto del Paese. La decisione è stata presa dopo che le autorità sanitarie hanno identificato domenica 14 febbraio tre nuovi casi di COVID-19. Secondo quanto riportato dal sito del ministero della Salute, al 16 febbraio sarebbero 46 i casi attivi di Coronavirus, di cui 43 provenienti da altri Paesi e individuati alla frontiera.

È la prima volta dalla fine di settembre 2020 che viene riscontrato un caso di trasmissione del virus all’interno della comunità, quindi non di importazione.

Al 16 febbraio sono stati riscontrati sono tre casi all’interno della comunità locale. Gli altri 43 provengono dall’esterno (viaggi da Paesi terzi) e vengono gestiti in strutture apposite, senza che ci sia alcun contatto con la comunità interna.

PERCHÈ CI SONO COSÌ POCHI CASI IN NUOVA ZELANDA

Dall’inizio della pandemia ci sono stati 2337 casi totali di COVID-19 in Nuova Zelanda, di cui solo 26 decessi. La strategia adottata dal governo neozelandese non mira alla convivenza con il virus, ma alla elimination strategy, cioè alla sua eliminazione. Si tratta di un metodo che permette di ridurre a zero l’incidenza di una malattia in una certa area geografica. Nel caso di malattie infettive particolarmente contagiose il processo di “sradicamento” della malattia richiede di tenere in considerazione che potrebbero esserci focolai occasionali o nuovi casi positivi importati da altri Paesi. L’obiettivo è quello di rendere i contagi pari a zero in un periodo di tempo breve e definito. Non esiste tuttavia a oggi una definizione precisa di quale sia periodo richiesto per eliminare i contagi da COVID-19, ma si pensa a periodo di almeno 28 giorni, cioè il doppio del tempo massimo di incubazione del virus e della comparsa dei sintomi.

Dal grafico emerge chiaramente come dalla fine di settembre 2020 gli unici casi di Coronavirus nel Paese siano di importazione.

Ma come si è arrivati a una strategia zero covid? Il 26 marzo 2020, individuati cento casi positivi e zero decessi, il primo ministro Ardern comunica che nel Paese sarebbero state adottate misure di livello quattro, cioè un lockdown generalizzato con chiusura di tutte le scuole e di tutti i luoghi di lavoro non essenziali, nonché restrizioni alla vita sociale e agli spostamenti. La strada “zero Covid” viene adottata del governo neozelandese dopo un iniziale tentativo di tenere sotto controllo la curva attraverso la strategia di mitigazione prevista del piano pandemico vigente, ideato per controllare la diffusione dell’influenza stagionale e basato su misure progressivamente più stringenti per cercare di controllare il numero dei contagi. La gestione però non funziona e la capacità di test e tracciamento dei casi di COVID-19 si rileva insufficiente. «Ricordo che il consulente del ministero della Salute mi aveva portato un grafico che mostrava cosa avrebbe significato per la Nuova Zelanda abbassare la curva. C’erano anche i dati sulla capacità massima del sistema sanitario e la curva non si collocava al di sotto di quella soglia. Quindi abbiamo capito che la sola strategia di mitigazione non sarebbe stato sufficiente per noi», ha spiegato Arden in un’intervista al Guardian.

Dopo cinque settimane di lockdown generalizzato, il livello di allerta passa da 4 a 3 per due settimane. Trascorse sette settimane di blocco quasi totale, a inizio maggio viene rilevato l’ultimo caso di Covid derivante da trasmissione interna. L’8 giugno la Nuova Zelanda passa a un livello di allerta 1, dichiarando in sostanza conclusa la pandemia dopo un periodo di 103 giorni senza alcun nuovo caso positivo interno al Paese.

IN COSA CONSISTE LA STRATEGIA ZERO COVID IN NUOVA ZELANDA

Le basi della strategia di eliminazione sono state cinque:

  1. controllo dei confini e quarantena obbligatoria per tutti i viaggiatori in ingresso;
  2. rapida identificazione dei casi attraverso test di massa, con immediato isolamento dei casi positivi e conseguente tracciamento e quarantena dei casi entrati in contatto con i positivi;
  3. intensa campagna di promozione dei comportamenti da adottare (come tossire e come lavarsi le mani) e fornitura nei luoghi pubblici di quanto necessario per mantenere alto il livello di protezione individuale;
  4. imposizione della distanza sociale, massimizzata con il lockdown di livello 4;
  5. strategia di comunicazione volta a informare prontamente i cittadini delle misure adottate e delle sanzioni in caso di violazione.

Difficili da stimare sono state le conseguenze economiche della strategia di eliminazione. Nella decisione di adottare la strategia zero Covid, il governo aveva considerato che il danno maggiore sarebbe in ogni caso stato rivolto alle categorie più fragili e che «se anche una strategia di eliminazione avrebbe avuto un costo sociale ed economico enorme, un’alternanza di chiusure e riaperture sarebbe stata ancora più dannosa a causa della continua necessità di distanza sociale e misure rigide in attesa del vaccino», si legge in questo paper.

Nel complesso, il supporto economico fornito dal governo attraverso un fondo è stato pari a 50 miliardi di dollari. A luglio 2020 il governo ha annunciato un avanzo di 14 miliardi di dollari, che rimangono a disposizione nel caso in cui la Nuova Zelanda dovesse sperimentare una nuova ondata. Qui puoi trovare le misure economiche adottate dal governo per supportare le imprese durante la pandemia.

La valutazione del governo Ardern è stata dunque esclusivamente basata su modelli matematici, sul continuo consulto con le autorità sanitarie e sulla volontà di prevenire una situazione di forte affanno per il sistema sanitario. Proprio grazie al periodo di lockdown il Paese ha implementato le attività di controllo e tracciamento necessarie nella fase di apertura, provvedendo alla creazione di strategie di gestione del rischio, di sviluppo di piani di risposta in emergenza, di potenziamento delle infrastrutture sanitarie e di utilizzo della tecnologia per monitorare l’andamento dei casi.

Fonti:

I Video di Blogo