I dati sull’occupazione femminile raccontano una situazione drammatica

L’obiettivo europeo di raggiungere il 60% di tasso di occupazione femminile è lontano. L’Italia è infatti ferma al 48,5%.

Non chiamiamola “festa della donna”, perché da festeggiare c’è davvero poco. I numeri parlano chiaro: la pandemia ha inferto un duro colpo all’occupazione femminile, tanto che non si parla più di “recession” ma di “she-cession”, cioè di recessione che colpisce solo le donne.

GENDER GAP E MERCATO DEL LAVORO

La dimensione del problema è fotografata da numerosi report e statistiche. Secondo un’indagine condotta da Ipsos per WeWorld Onlus, nel 2020 una donna su due, in tutta Italia, ha visto peggiorare la propria situazione economica, tanto che per il 60% delle donne non occupate con figli la pandemia avrebbe causato una riduzione del 20% delle entrate economiche e un conseguente aumento della propria dipendenza finanziaria (51% del totale) dalla famiglia e dal partner. Le spese impreviste sarebbero poi divenute insostenibili per il 38% delle donne che hanno partecipato all’indagine.

Se lo svantaggio per l’occupazione femminile riguarda tutto il Paese, con il solo mese di dicembre che ha registrato una perdita di 101mila posti di lavoro, di cui 99mila occupati da donne, i tassi di occupazione variano tuttavia molto a seconda della regione considerata. Nel terzo trimestre del 2020 le forza lavoro femminile era pari al 58,3% nel Nord Italia (60% nel terzo trimestre 2019) e al 54,8% nel Centro Italia (57,3% nel terzo trimestre del 2019), fermandosi invece nel Sud Italia al 32,3%, in calo di un punto percentuale rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Enormi discrepanze numeriche emergono poi nel confronto tra i dati ISTAT delle singole regioni. I tassi più alti di occupazione sono raggiunti nelle regioni del Nord, e precisamente:

  1. Provincia Autonoma di Bolzano, 67,5%;
  2. Valle D’Aosta, 62,7%;
  3. Friuli Venezia Giulia, 61,7%.

Quelli più bassi sia registrano invece nelle regioni del Sud Italia:

  1. Campania, 28,2%;
  2. Sicilia, 28,8%;
  3. Calabria, 29,5%.

Le conseguenze della pandemia sarebbero anche psicologiche. È sempre Ipsos a riportare che l’80% delle donne prese in considerazione nel report avrebbe dichiarato di avere vissuto un impatto devastante sulle proprie relazioni sociali. Una pressione tale da annullare anche la voglia di vivere, diminuita per il 46% del totale.

Il divario occupazione non sembra partire da quello educativo. Almeno, non del tutto: le donne sono infatti in media più studiose e preparate degli uomini. Lo testimoniano alcuni indicatori analizzati da AlmaLaurea. Considerando solo i laureati, emerge che la quota femminile che si laurea in corso e con voti più alti è superiore a quella maschile: 57,3%, con voto medio di laurea di 103,8 su 110, contro 52,6%, con voto medio di laurea 102. Se si considera però l’occupazione dei laureati di secondo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio, la dinamica è rovesciata, con un tasso di impiego pari all’89,8% per gli uomini, contro l’84,8% delle donne. Le differenze emergono anche dal punto di vista della tipologia dei contratti stipulati – quelli a tempo indeterminato sono più diffusi tra gli uomini che tra le donne, 58% contro 52% – e nella retribuzione – il differenziale è pari al 16,9% a favore degli uomini, che guadagnano in media 1715 euro mensili rispetto ai 1467 percepiti in media dalle donne.

FEMMINICIDI IN FAMIGLIA: UN TREND IN CRESCITA

In uno scenario desolante, e che riflette un dato di tendenza, si inserisce anche la violenza di genere. Alla diminuzione del numero globale di omicidi compiuti nel 2019 (315, in calo rispetto ai 345 del 2018), si è però contrapposto un aumento di quelli in ambito familiare, pari al 47,5% del totale. Un valore che risulta in costante aumento negli anni, con +13,3% rispetto al 2018, +34,9% sul 2017 e addirittura +126,5% rispetto al 2002, anno di inizio della serie storica dei dati. Ed è proprio qui che emerge, fortissima, la violenza di genere. Nel 2019, gli omicidi in ambito familiare o affettivo hanno coinvolto per il 27,9% uomini e per l’83,8% donne. Valori che, quindici anni fa, erano pari rispettivamente al 12% e al 59,1%. La pandemia e il lockdown forzato hanno aggravato la situazione. Nel 2020 sono state uccise 110 donne e solo nei primi sei mesi dell’anno gli omicidi hanno coinvolto per il 45% vittime di sesso femminile, contro il 35% del 2019. Un valore che, tra marzo e aprile 2020, ha raggiunto il 50%. Le donne sono state uccise principalmente in ambito affettivo/familiare (90,0% nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex partner (61,0%).

IL LAVORO DI CURA NON RETRIBUITO E L’ACCESSO AL MERCATO

Ed è proprio dalla famiglia che tutto parte. Uno dei problemi principali è il lavoro di cura non retribuito, cioè l’attività di assistenza non salariata che viene svolta verso persone non autosufficienti, come bambini e anziani. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel 2018 le donne svolgevano in media, ogni giorno, cinque ore e 5 minuti di lavoro di cura non retribuito; gli uomini solo un’ora e 48 minuti. «Le donne, quindi – si legge sul sito – si fanno carico del 74% del totale delle ore di lavoro non retribuito di assistenza e cura. Questo dato pone l’Italia al quinto posto nel continente europeo (dopo Albania, Armenia, Portogallo e Turchia). Nei paesi vicini, la proporzione di lavoro non retribuito di assistenza e cura svolto dalle donne è inferiore di oltre 10 punti percentuali rispetto all’Italia (Francia 61% e Germania 62%)». Cosa significano nel concreto tutti questi dati? Che il lavoro di cura e assistenza non retribuito rappresenta il principale ostacolo all’equo accesso al mercato del lavoro – e quindi all’indipendenza economica delle donne. In merito al primo punto, i dati raccolti dall’ILO mostrano una situazione chiara in Italia:

  • il 21% delle donne in età lavorativa dichiara di non essere disponibile o di non cercare lavoro attivamente a causa del sovraccarico generato dal lavoro di assistenza e cura non retribuito;
  • le donne che hanno bambini di età inferiore ai 6 anni hanno il tasso di occupazione più basso (53,3%) rispetto ai padri (89,0%), ai lavoratori che non sono padri (76,9%) e anche alle donne che non sono madri di bambini di età compresa tra 0 e 5 anni (59%);
  • la «penalità all’occupazione legata alla maternità», misurata come il divario tra il coefficiente occupazione-popolazione per le donne con e senza figli di età compresa tra i 0 e i5 anni, è pari a 5,7 punti percentuali.

PROPOSTE E RIFLESSIONI

Il 1 marzo 2021 Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’ISTAT, ha pubblicato su Repubblica una riflessione sulla situazione occupazionale femminile italiana, avanzando alcune idee. «Qualcuno si è mai accorto che avevamo un obiettivo europeo per il 201o di un tasso di occupazione femminile al 60% e che lo abbiamo “bucato”? Qualcuno ha fatto qualcosa per perseguirlo successivamente al 2010? La risposta è no», scrive la professoressa Sabbadini. In Italia l’occupazione femminile è ferma al 48,5%, distante di 16 punti percentuali dalla media europea del 64,5%. Tre le proposte formulate:

  1. rimuovere gli ostacoli all’accesso al lavoro legati a stereotipi di genere e gap formativi con interventi di breve (abbassamento delle tasse universitarie) e lungo periodo (formazione a partire dalle scuole primarie nelle materie STEM ed educazione finanziaria);
  2. intervenire sul lavoro di cura non retribuito attraverso un piano per le infrastrutture sociali, investendo e assumendo nei servizi per la sanità, per l’assistenza e per l’educazione;
  3. favorire l’imprenditoria femminile attraverso un migliore accesso al credito e attraverso incentivi, formazione e accompagnamento nei primi anni di vita dell’azienda.

In occasione della conferenza promossa l’8 marzo dal ministero per le Pari Opportunità e la Famiglia, la vicepresidente della Camera dei Deputati l’Onorevole Maria Edera Spadoni ha rimarcato i ritardi dell’Italia nel raggiungimento dell’obiettivo europeo del tasso di occupazione femminile al 60%. «Il nostro primo e principale obiettivo deve essere la crescita dell’occupazione femminile […] Tra gli indici di parità individuati dal World Economic Forum, l’indice del trattamento economico ha registrato da noi l’andamento più negativo: in Italia gli uomini hanno guadagnato in media il 12,7% in più delle donne», ha dichiarato. «È di qualche giorno fa la notizia che la Commissione Europea ha presentato una proposta di direttiva sulla trasparenza salariale, per garantire che tutti i cittadini per garantire che tutti i cittadini di tutti gli Stati Membri ricevano la stessa retribuzione per lo stesso lavoro, a prescindere dal proprio genere».

Ma la strada è ancora lunga. Per il World Economic Forum il gender gap potrà essere colmato, in alcuni Paesi che già inseguono questa strada, solo tra un centinaio di anni. Che diventano però 257 se si considera il solo indicatore della parità economica.