Fixing News: Speciale 2020

Si chiude l’anno più disgraziato dell’era contemporanea, la pandemia mondiale, la crisi in corso (e quella che seguirà). Cosa prevedevamo sarebbe accaduto?

Questa è la puntata speciale di fine anno di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a [email protected].

Fantascienza

Ogni anno sono in tanti quelli che provano a fare delle previsioni, e non solo nelle pagine finali dei magazine riservate agli oroscopi.

Di questi tempi, in questi ultime ore dell’anno, è particolarmente interessante guardarsi indietro per andare a rileggere cosa ci aspettavamo dal 2020 che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle, letteralmente andato alla malora in un modo che in pochissimi si sarebbero aspettati.

Come scriveva qualche settimana il vice direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, riguardare oggi quei dossier è come tuffarsi in un romanzo di fantascienza, pieno di visioni, preoccupazioni, speranze, profezie e minacce, quasi tutte riferibili a temi spazzati via dalla più grossa notizia degli ultimi decenni: lo scacco alla modernità portato in ogni luogo del mondo dal coronavirus.

E quindi, cosa prevedevano per quest’anno i giornali e i magazine alla fine del 2019? La maggior parte degli osservatori si concentrò sulle previsioni economiche, dipingendo una congiuntura negativa che è senz’altro calzante a 12 mesi di distanza, ma per motivi molto diversi e su una scala molto più grande rispetto a quanto ci si poteva attendere. Si parlò anche di sport, ovviamente, visto che il 2020 sarebbe dovuto essere anno olimpico e di europei di calcio, entrambi posticipati di un anno senza che nessuno chiaramente avesse da obiettare. Se ce lo avessero detto 12 mesi fa, probabilmente staremmo ancora ridendo.

Anche secondo il settimanale britannico The Economist, il maggiore che al 2020 dedicò un numero speciale intitolato The world in 2020, l’anno che ci stiamo apprestando a concludere avrebbe portato con sé un bel po’ di difficoltà economiche, soprattutto in Europa, una possibile recessione in America e una certa prosperità in Cina, quantomeno rispetto alle altre nazioni. Ci hanno preso? Be’ difficile dire di no, anche se l’ordine di grandezza delle “difficoltà” si è rivelato essere leggermente fuori scala.

Sono però altri i temi, al di là dell’economia, che ci aspettavamo essere centrali, centralissimi in questo 2020 e che invecxe non lo sono stati e non soltanto dal punto di vista mediatico. A fare un elenco ora di questi temi, di sicuro metteremmo quello, gigantesco e sempre più pressante, dell’emergenza climatica, obliterato non tanto dalla stampa, quando dalla politica.

In un mondo dell’informazione bulimico e dipendente dalle breaking news, l’emergenza più pressante è sempre quella che si adatta all’ora e adesso. E nell’ora e adesso, parlando del 2020, non c’è altro che l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus. Benché però possa risultare quasi cinico agli occhi di qualcuno, l’emergenza più pressante e più pericolosa dell’anno, è rimasta quella dell’anno scorso: l’emergenza climatica. Su di essa alla fine del 2019 eravamo riusciti faticosamente a porre l’occhio di bue dell’attenzione dell’opinione pubblica, grazie soprattutto al caso Greta Thumberg, che proprio 12 mesi fa venne nominata persona dell’anno, ma, questa sì, è stata messa da parte sia dai media che, cosa ancor più grave, dalla politica.

La centralità delle politiche “green” era tra le previsioni dell’Economist, ma quelle stesse politiche green, alla prova della pandemia, non hanno retto il colpo e sono state in buona parte accantonate in nome della salute pubblica. Le abbiamo messa da parte tutti noi, che ci siamo ritrovati ad usare decine di mascherine e di guanti monouso al giorno, ma soprattutto, sono state messe da parte dagli Stati, che pur avendo la possibilità più unica che rara di ripensare i propri investimenti strutturali da zero, hanno posto le loro priorità sul salvare la produttività, per non fermare le fabbriche e per salvare settori industriali, in primis quello dell’automobile, a suon di milioni e milioni di euro di aiuti.

Tra le cose azzeccate che possiamo ancora trovare in molte analisi, tra cui quella dell’Economist, ci sono la sconfitta di Trump — pronosticata anche da un’intelligenza artificiale — e l’esplosione dei servizi streaming rispetto al cinema. In effetti è vero, alla fine Trump le elezioni le ha perse (anche se la telenovela della sua presidenza non smette di offrire nuovi inquietanti episodi), e anche nel piccolo mondo culturale, effettivamente i cinema hanno perso malamente la battaglia contro lo streaming, arrivando a mettere in discussione la loro stessa sopravvivenza in molti casi. Ovviamente il lockdown che ha rinchiuso milioni di persone in casa e che Ma soprattutto perché sono chiusi per il lockdown in mezzo mondo da mesi.

Un ulteriore tema che pretendevamo dover essere centrale negli ultimi dodici mesi effettivamente ha visto cambiare radicalmente non solo le carte in tavola, ma probabilmente la tavola stessa. Il tema è la sorveglianza globale, che nel 2019 temevamo si esacerbasse a tal punto da farci temere che le tutte le nostre azioni sarebbero state filmate e conservate dai governi. Come è andata a finire? Beh, da un punto di vista superficiale molto meglio, perché il timore della video-sorveglianza di massa si è infranta contro l’obbligo quasi globale di portare le mascherine, e quindi sostanzialmente di essere tutti irriconoscibili, mentre da un altro punto di vista molto peggio: la sorveglianza tramite delle app di tracciamento sanitario, a causa del coronavirus, è stata praticamente imposta a milioni di persone e non solo l’abbiamo accettata, ma in molti casi — con ottime ragioni — l’abbiamo perfino difesa e sostenuta.

Cosa ci insegna tutto questo? Sostanzialmente che il giornalismo previsionale è una contraddizione in termini, una contraddizione che non si misura con la bilancia di cosa è stato indovinato e cosa no. Anche un oroscopo può indovinare qualcosa della tua vita, ma ciò non vuol dire che abbia senso credere negli oroscopi.

Il futuro, il probabile e il possibile

«Chiunque faccia previsioni sarà fragile rispetto agli errori di previsione», ha scritto Nicolas Nassim Taleb nel suo libro Antifragile.

Il giornalismo previsionale ha una serie di problemi enormi in sé. Il che non significa che si debba smettere di pensare al futuro, ma che dovremmo cambiare il modo in cui lo facciamo.

1. Fare previsioni è difficilissimo
E anche quando si fanno in maniera accurata, monitorando dati del passato e tendenze, consultando esperti e non, invece, cedendo alle proprie inclinazioni/visioni del mondo, si corre il rischio di sbagliare di grosso. Perché poi magari ti arriva l’anno eccezionale, come quello che abbiamo vissuto, e ti manda tutto all’aria.

2.Possibile” ha solo due risposte: sì o no. “Probabile”, invece, è molto diverso
Se vogliamo fare previsioni, dobbiamo fare una grossa distinzione nel modo in cui scegliamo non solo gli argomenti di cui occuparci ma anche il modo in cui ce ne occupiamo. In particolare, dobbiamo aver molto ben presente il concetto di probabilità e quello di possibilità.

È possibile che un asteroide colpisca la Terra? Sì, certo che è possibile. La risposta a domande come questa, che contengono l’aggettivo “possibile” sono sempre “sì” o “no”: in altre parole, sono risposte binarie, polarizzate, bianche o nere.

In termini di probabilità, invece, per parlare dell’asteroide e della Terra diremmo che esiste una probabilità non nulla che ciò accada. Solo che, come scrive l’ESA (in un pezzo del 2003), parlare di probabilità è normale per gli scienziati, che «non danno certezze, ma probabilità». Mentre per i media che ragionano in termini binari (o sì o no) la probabilità non nulla che un asteroide possa distruggere la Terra suscita comunque apprensione e “fa notizia”.

Al punto che trovi persino la diretta dell’Ansa su un asteroide che passa vicino alla Terra.

Non basta.

3. Negativo non significa “è una notizia”

Siccome spesso il ruolo del giornalismo come “cane da guardia del potere” viene frainteso, quel che vediamo abitualmente – non soltanto nel giornalismo previsionale, ma anche nella quotidianità – è l’applicazione di una scelta binaria nel modo in cui si coprono le notizie.

Facciamo un esempio semplice.

Se in Puglia si prenotano 53mila persone per vaccinarsi e ne mancano all’appello, dopo poche ore, 17mila, il giornalismo contemporaneo tenderà a dare enfasi a quelle 17mila mancanti. Di cui però non sappiamo niente: si prenoteranno domani? Dopodomani? Sono in vacanza? Non hanno ancora visto il sito per prenotarsi?
Si preferisce, in altre parole, concentrarsi su quel che appare possibile perché, in quanto “negativo”, sembra più “notiziabile”, invece di guardare al dato reale: 53mila persone si sono prenotate per vaccinarsi. In poche ore.

Se per principio si sceglie ciò che non va, avremo sempre un problema enorme.
Non solo nelle previsioni ma proprio nella quotidianità del giornalismo. E prima o poi anche nella quotidianità delle nostre vite.

4. Quel che ci sembra imprevisto forse non era imprevedibile

Il rischio è – lo diciamo semplificando – la probabilità che accada un determinato evento che causa danni alle persone. Più è alta la probabilità che quell’evento avvenga più ci si dovrebbe aspettare una spinta da parte del giornalismo affinché la politica agisca in termini di previsione e prevenzione nei confronti di quel dato rischio.
Non è detto che una cosa che a noi sembra lontanissima nel tempo e nello spazio (come una pandemia, appunto) sia anche molto improbabile. Era ben noto – anche prima dell’emergenza COVID-19 – che esistesse nel mondo un rischio pandemico.
Esattamente come è nota l’esistenza del rischio sismico, quella del rischio idrogeologico e via dicendo.

«Dobbiamo continuare ad elaborare la teoria dei rischi e delle decisioni, che va insegnata agli esperti, ai politici, al pubblico, nelle scuole», ha detto a marzo del 2020 Roberto Vacca (autore di un bellissimo libro dal titolo Il Medioevo prossimo venturo: ne puoi leggere una versione integrale e annotata trent’anni dopo, qui) a Raffaele Alberto Ventura su Wired.

Potremmo aggiungere che va insegnata anche a chi fa giornalismo.

Lost in space

Di notizie prevedibili, nel 2019, ce n’erano eccome: era dal 1969, dallo sbarco del primo essere umano sulla Luna, che l’uomo non svolgeva un’attività così intensa e raggiungeva così tanti traguardi nello spazio. Basterebbe citare un primato, forse quello mediaticamente più rilevante: il 30 maggio 2020 per la prima volta una compagnia spaziale privata, Space Exploration Technologies Corporation (o SpaceX) di Elon Musk, ha inviato nello spazio degli esseri umani i quali, il giorno dopo 31 maggio, sono stati i primi dipendenti di un privato ad entrare nella stazione spaziale orbitante internazionale. Una missione in programma dal 2018, confermata nel marzo 2019. La più importante missione spaziale dell’anno, con diversi record, nuovi obiettivi da perseguire e un modo completamente nuovo di “vivere” lo spazio dalla Terra, non ha eccitato granché i giornali.

Lo spazio non è (più) “notiziabile” ma in realtà racconta il futuro dell’umanità, di tutti noi. E se alla fine dell’anno ci si sforza di azzardare le previsioni economiche per l’anno che verrà, facendo fanta-economia, è quantomeno curioso quanto non ci si sforzi di dare uno sguardo al calendario dei prossimi 12 mesi spaziali, alle missioni in programma, agli attori sulla scena, ai risvolti che tutto questo settore ha per noi tutti.

Nel 2020 lo spazio è stato l’orizzonte più promettente per gli esseri umani, un orizzonte che ha rotto definitivamente alcuni confini: primo tra tutti, almeno in una visione europea, quello tra pubblico e privato. La compagnia spaziale di Musk ha realizzato, nel 2020, 15 lanci commerciali (80 milioni di dollari la media del costo di ogni lancio) ma non è l’unica ad essere pienamente operativa: la Blue Origins, azienda spaziale di Jeff Bezos, nel 2020 ha ricevuto la commissione per la realizzazione di un lander per la missione Artemis, che riporterà gli esseri umani sulla luna. E poi c’è la Virgin Galactic di Richard Branson, che più che volare nello spazio vuole far volare le persone in altissimo (voli spaziali sub-orbitali).

Il 1 dicembre 2020 la missione cinese Chang’e-5 ha riacceso l’interesse dell’uomo sulla Luna e riportato, dopo 44 anni, i primi pezzi di satellite sul pianeta. Sempre l’agenzia spaziale cinese, a luglio 2020, ha lanciato in orbita la missione Tianwen-1, diretta verso Marte. Appena 5 giorni prima la NASA ha lanciato Perseverance, un rover dotato di trapano e che dovrà cercare l’acqua sul pianeta. Altri pezzetti dallo spazio, dell’asteroide Ryugu, sono stati riportati a Terra dalla sonda giapponese Hayabusa 2: è la seconda volta che accade nella storia dell’uomo-spaziale e potrebbe aiutare l’uomo nel preparare la missione su Marte. Questi eventi, e tantissimi altri relativamente alle missioni spaziali e al loro interesse diretto per “noi” qui sulla Terra, erano tutti prevedibili da almeno un paio d’anni.

Ma anche la scienza e la pianificazione maniacale delle attività possono incontrare imprevisti. A proposito di Marte, per esempio: a fine settembre 2020 la NASA ha diffuso la notizia che la sonda Mars Odyssey avrebbe trovato una rete di laghi ghiacciati sotterranei al polo sud del pianeta “rosso”. E poi c’è il settore spaziale africano: un solo lancio nel 2020 a causa del Coronavirus (gli altri in programma sono stati annullati) e solo 4 miliardi di dollari investiti.

L’attività spaziale del 2020 ha molte prospettive: da qualche tempo infatti è ripresa la “corsa allo spazio” spinta, sempre di più, da capitali privati. L’orizzonte “civile” dei voli spaziali era una dimensione già evidente da qualche anno ma nel 2020 il settore è mediaticamente esploso e, economicamente, si è consolidato legando a doppio filo le attività finanziate da fondi pubblici con gli interessi dei capitali privati. Il capitalismo che va nello spazio, sul serio questa volta: un segno, forse, di come questa nuova corsa rappresenti un buon investimento, sia in termini economici che di immagine: SpaceX, negli ultimi 10 anni, è stata responsabile delle innovazioni più importanti del settore spaziale.

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