Emergenza! (Ma non questa)

Dal 5 all’11 novembre 2019 si parlava di fascisti che non esistono, di impeachment, di Ilva, ma soprattutto di un’emergenza che, a pensarci oggi, sembra quasi incredibile.

Questa è la settima puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a [email protected].

Esattamente un anno fa non pensavamo ancora alle elezioni americane, di cui, a parte Trump, non sapevamo nemmeno il nome dello sfidante, ma sia il nome di Trump che quello di Biden nel flusso delle news c’erano eccome, visto che si parlava ancora di impeachment e c’entrava proprio Biden e una indagine su di lui e su suo figlio chiesta da Trump al presidente ucraino in cambio di aiuti militari.

Visto dal presente, un presente in cui Trump sta quasi per arrivare a farsi trascinare via di peso dalla Casa Bianca, fa quasi sorridere.

Mentre la notizia per l’impeachment a Trump si consolidava, anche se abbastanza inutilmente visto che il Senato era a maggioranza repubblicana e si sapeva già come sarebbe andata a finire, quella settimana fu ricca di eventi a livello internazionale. Erano quasi sempre notizie violente, di scontri, conflitti, attentati e incendi inestinguibili: dall’accordo di pace in Yemen del 5 novembre, chiuso grazie alla mediazione dell’Arabia Saudita e purtroppo mai attuato, alle dimissioni ufficiali di Evo Morales (della crisi politica boliviano avevamo già parlato un paio di settimane fa e in questi giorni Morales è tornato in Bolivia), da un attentato in Burkina Faso a un convoglio di una società mineraria canadese che costò la vita a 37 persone, a quello in Iraq contro il contingente italiano che causò 5 feriti, dagli incendi in Australia, che continuano imperterriti, fino alle proteste di Hong Kong, dove in quei giorni un poliziotto spara a bruciapelo contro un manifestante e viene filmato in un video che presto diventa virale. Se pensiamo che durante la prima ondata della pandemia di Covid-19 Hong Kong è stato indicato come esempio virtuoso per la gestione dell’emergenza e ripensiamo a quelle proteste, forse dovrebbe suonarci il campanellino della prospettiva storica. Nel ciclo infinito delle news tendiamo a dimenticarla.

In Italia, un anno fa il discorso mediatico e le prime pagine di quasi tutti i giornali era dominato da due argomenti: ArcelorMittal e l’affaire ILVA, tuttora non concluso, e il neofascismo che alza la testa, tra attacchi, dichiarazioni politiche, movimenti internazionali e infine la scorta a Liliana Segre.

Nel frattempo, su cosa consumavamo le nostre tastiere? Sui social imperversano polemiche e polemichette di ogni tipo, da quella su “genitore 1 e genitore 2” cavalcata da Giorgia Meloni con un inno (e per fortuna che certe cose si dimenticano!) a quella di Martin Scorsese che si scagliava contro i cinecomics – che per il regista premio oscar non sarebbero cinema – fino a una delle tante tappe della saga Chef-Rubio-contro-tutti e alla proposta di Laura Boldrini di ridurre l’IVA sugli assorbenti eliminando quella che definisce una Tampon Tax.

La Pecora (che fu) elettrica

In quella seconda settimana di novembre del 2019, a Roma esplose un incendio alla Pecora elettrica, una libreria antifascista di Centocelle, a Roma. Era la notte del 5 novembre del 2019 e la libreria bruciava per la seconda volta in pochi mesi. Era chiusa dal 25 aprile, data – purtroppo molto simbolica – del primo rogo. E da quel momento i gestori hanno deciso di chiudere i battenti, per sempre.

Chi c’è dietro questi roghi? Una delle piste e quella che porta alla galassia di puntini di cui abbiamo parlato nel blocchetto precedente, quella neofascista. Ma non è l’unica pista, l’altra è la malavita organizzata che a Centocelle gestisce lo spaccio e che non vede con simpatia le attività che costruiscono tessuto sociale, coesione e cultura, ma, soprattutto, che tengono le luci accese di notte.

Chiunque ci sia dietro, per ora non c’è ancora una risposta definitiva a questa domanda. Non si può nemmeno escludere che le due piste, come scrisse l’Osservatorio sul fascismo a Roma, siano in fondo la stessa pista. Nel frattempo, la Regione Lazio ha annunciato che i locali della Pecora elettrica verranno riaperti e assegnati alle associazioni del quartiere per attività culturali.

In fondo a destra

Ci sono notizie che non sono notizie, ma sono dinamiche. Che cosa significa? Che anche se la loro è una visibilità a intermittenza, il loro ciclo è continuo. Non sono puntini isolati, ma succedono quasi ogni giorno, sono serie di puntini che formano linee che si evolvono, che si aggravino o meno, anche se noi ne sentiamo parlare soltanto quando il puntino della giornata supera la soglia critica dell’eccezionalità.

Una di queste dinamiche è la strisciante presenza nel nostro paese di movimenti e sommovimenti di estrema destra che si richiamano fortemente ai valori e alle modalità del fascismo. La parte visibile di questa galassia neofascista emerge in superficie attraverso le azioni di movimenti come Casapound e Forza Nuova, ma c’è anche una parte sotterranea e insidiosa che si rivela in atti di violenza quasi quotidiani, sia sul territorio, sia sui media.

Quella settimana, Matteo Salvini arrivò addirittura a proclamare, a proposito della commissione parlamentare invocata dalla senatrice a vita Liliana Segre, che i fascisti non esistono. Anche sui giornali, chissà perché, si stenta a parlare esplicitamente di “fascisti”, preferendo vari giri di parole. Alla stessa Liliana Segre, proprio il 6 novembre venne assegnata un’auto e due agenti di scorta fissi, giorno e notte, in seguito alle numerose minacce subite dalla senatrice negli ultimi mesi.

Anche in televisione il clima in quei giorni è teso: durante la trasmissione Il dubbio, condotta da Paolo Del Debbio, la giornalista Francesca Fagnani viene aggredita verbalmente da un ospite, tale Massimiliano Minnocci, detto “er Brasiliano”, che poi finisce faccia a faccia con il disegnatore Vauro. È un punto molto basso di televisione, certamente, e nei giorni successivi si porta dietro uno strascico di polemiche soprattutto sul come sia possibile che personaggi come er Brasiliano possano essere invitati a parlare in televisione.

Era l’8 novembre. Il giorno dopo, un’altra polemica si infiamma a partire dalle dichiarazioni del sindaco di Predappio che nega i fondi per le visite guidate delle scolaresche ad Auschwitz. E ancora, il giorno dopo, una manifestazione neofascista sfila per le strade di Varsavia nel giorno dell’indipendenza polacca, tra loro sfila anche Forza Nuova.

La partita ILVA

La vicenda dell’ILVA di Taranto è una matassa complicata in cui si mischiano diritto al lavoro, salute e sicurezza dei lavoratori, impatto ambientale e inquinamento, visione economica e piani industriali statali e privati. Ed è una faccenda talmente lunga che quasi sembra che non abbandoni mai le pagine dei quotidiani e che se ne parli da sempre, con picchi che conquistano le prime pagine ma anche lunghi periodi di silenzio.

Esattamente un anno fa, per esempio, ci fu un picco. Si parlò tantissimo di uno scontro, quello tra gli ultimi compratori, la multinazionale dell’acciaio ArcelorMittal — la cui storia fa capire tante cose del capitalismo industriale e finanziario – accusata di volersene andare senza rispettare gli accordi e lo Stato italiano, che nel settembre del 2018, dopo un anno di trattative, aveva concluso un accordo seguito da parecchie polemiche.

Quando venne accettata l’offerta e firmato il contratto. ArcelorMittal si impegnò a investire più di 4 miliardi di euro, promise di non ricorrere a licenziamenti e di mantenere intatta la forza lavoro dei circa 10mila dipendenti e anche di investire nella bonifica dei parchi della città pugliese. Un anno fa esatto, invece, qualcosa cambiò e il rapporto tra la multinazionale dell’acciaio controllata dal miliardario indiano Mittal e lo stato italiano divennero molto tesi.

E adesso? È passato un altro anno. Il mercato dell’acciaio, che già non era affatto in buona salute prima, ora, alle prese con la tempesta coronavirus e il lockdown mondiale, è in grave affanno e la trattativa, beh, quella non è ancora finita. Va avanti sotto traccia da mesi, ma pare che stavolta siamo “al miglio finale”. Sarà quella buona?

Risposte riduzioniste

Un anno fa c’era un’emergenza. Oggi ce la siamo completamente dimenticata, ma un anno fa eravamo davvero certi che esistesse. Era l’emergenza dei bambini abbandonati dai genitori in auto e, per questo, morti.
Per rispondere a questa emergenza presunta, e, dati alla mano, costruita prevalentemente dal giornalismo ansiogeno (Secondo Il Sole 24 Ore, dal 1998 al gennaio del 2019 sono 8 i bambini morti in Italia in queste circostanze), il Governo rispose con una legge riduzionista: obbligo di dotarsi di dispositivi antiabbandono.
Questi dispositivi suonano se lasci il bambino in macchina (e chiamano numeri d’emergenza), a patto che tu abbia e ti ricordi di avere: il dispositivo, uno smartphone con il bluetooth acceso, la app del dispositivo attivata, batteria nello smartphone, campo. Come se non bastasse, questi dispositivi suonano anche se lasci il dispositivo – e non il bambino – in macchina.
Questa è la classica risposta che la politica che cavalca la pancia dà un problema complesso.
La domanda da porsi è: perché un genitore arriva al punto di dimenticarsi il proprio figlio o la propria figlia in macchina? Risposta complessa: si tratta di fenomeni (rarissimi) di amnesia temporanea, dovuti a momenti di grande pressione e stress. Problemi che non si risolvono con la tecnologia, come ha raccontato Alberto Puliafito su Slow News. Anzi: aggiungere elementi da ricordare al genitore già stressato potrebbe aggravare ancora di più la situazione.
La risposta riduzionista a un problema è la stessa risposta che si dà quando, per esempio, ci si illude che la gestione di un’emergenza si risolva solo con una App. Ovviamente, anche in quel caso vale la stessa considerazione: no, non basta un’app!

Emergenza!

Per chiudere, vale la pena di parlare di emergenza e dell’importanza dell’uso delle parole, visto che ci siamo dentro tutti da più di nove mesi.
Un’emergenza è una situazione eccezionale che richiede misure eccezionali.
Ad esempio: un palazzo va a fuoco. Ci vuole un responsabile di sicurezza che possa dare ordini di evacuazione. Nessuno si sognerebbe di contestare questo.

Allarghiamo il concetto e spostiamoci su un piano più ampio, complesso: purtroppo, una situazione di emergenza prevede, fra l’altro, rinuncia e compressione di alcuni diritti e libertà.
Con una serie di limiti, nella realtà italiana: non si può derogare ai principi dell’ordinamento giuridico. Ci vuole sempre il criterio di proporzionalità-utilità.

Che cosa può fare, per esempio, il giornalismo per vigilare in uno stato d’emergenza? Deve prestare attenzione al fatto che la compressione di alcuni diritti e libertà sia utile e proporzionata alla gestione del rischio. E che sia temporanea. E magari far sì che, una volta usciti dall’emergenza, si torno non solo ai diritti di prima ma addirittura a qualcosa di più.
E ancora: far pressione perché si lavori in termini di previsione e prevenzione. Come propone il lavoro promosso da ActionAid #sicuriperdavvero – Linee Guida per una politica nazionale sulla prevenzione e le ricostruzioni.

Un documento di indirizzo collaborativo e condiviso (dentro al quale trovi anche le proposte di Slow News in termini di comunicazione e informazione in emergenza) perché si impari dalla nostra storia e si smetta di trattare qualsiasi cosa (anche quel che non lo è) come emergenza. Se si lavora in termini di previsione e prevenzione, quando arrivano i problemi si è sempre più pronti e reattivi.

Avremmo un grande bisogno di questo tipo di considerazioni: è anche per questo che esiste Fixing News.

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