Egitto, 10 anni fa una rivoluzione mancata

10 anni fa la rivolta che portò alla caduta di Mubarak, senza mai portare ad una vera democrazia.

Il 17 gennaio del 2011 Abdel Hameed, 49enne proprietario di un ristorante in Egitto, si è recato al Cairo, di fronte al Parlamento, con una tanica contenente benzina. Voleva protestare contro il sistema di assegnazione del pane, voucher da venti pani al giorno per famiglia che non tenevano conto del numero dei suoi componenti, e per questo si è dato fuoco.

La scintilla provocata da Hameed in Egitto è divampata in un incendio in meno di una settimana. Il 25 gennaio 25.000 manifestanti, giovani della classe media egiziana, sono scesi in piazza per chiedere riforme politiche, sociali ed economiche al regime di Hosni Mubarak, da quasi trent’anni al potere. In risposta alle proteste il regime inviò polizia e militari ed oscurò i social network ma il clima da rivoluzione crebbe in tutto il Paese costringendo Mubarak, l’11 febbraio, a rassegnare le dimissioni, lasciando alle Forze Armate il compito di gestire gli affari dello Stato. Milioni di persone, dopo 18 giorni di protesta, scesero in strada in tutto il paese per festeggiare la notizia e forse nessuno poteva immaginare che il destino dell’Egitto andava verso un regime ancor più duro e repressivo del precedente.

Il traghetto verso la democrazia

Ai militari e al feldmaresciallo Tantawi fu dato il compito di traghettare l’Egitto verso la democrazia: tra i primi provvedimenti ci furono lo scioglimento del Parlamento e la sospensione della Costituzione. Il 23 e 24 maggio 2012, mentre le proteste continuavano e l’economia crollava, si tennero le prime elezioni presidenziali dopo Mubarak, dalle quali uscì vittorioso Mohamed Morsi, leader del partito dei Fratelli Musulmani. Ad oggi Morsi è l’unico politico egiziano ad aver assunto la carica di Presidente con elezioni democratiche: tuttavia il 3 luglio 2013 un colpo di Stato militare organizzato dal suo ministro della Difesa, il generale Abdel Fattah al-Sisi, lo ha deposto e incarcerato con l’accusa di tradimento. Quello stesso giorno al-Sisi ha annunciato la sospensione della Costituzione.

Alle elezioni presidenziali del 2014 al-Sisi ha ottenuto la vittoria con oltre il 96% e il 16 maggio 2015 Morsi è stato condannato a morte ma è spirato in Tribunale durante un’udienza del processo a suo carico.

L’amico dell’Europa

Al-Sisi è stato molto abile, in tutti questi anni. Ha mantenuto rapporti bilaterali, uno ad uno, con gli Stati dell’Unione Europea per proporre questa tesi: che lui difende anche noi dal terrorismo e quindi dobbiamo dargli armi, ringraziarlo ed evitare di pronunciarci su questioni di diritti umani perché, in fondo, a noi va bene così, ha detto a Blogo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Dopo le primavere arabe, e il crollo della Libia nella guerra civile, l’Egitto di al-Sisi è diventato il Paese nordafricano con cui l’Italia ha i rapporti più profondi e strategici: aziende come Eni hanno concentrato in Egitto risorse e attenzioni, sviluppando interessi economici che fanno del paese di al-Sisi un partner fondamentale, oggi più importante persino della Libia.

Ma non solo: produttori di armi, di sistemi di controllo delle reti telefoniche e di strumenti e software di intelligence italiani hanno fatto e fanno affari d’oro in Egitto. Tutto questo, unito a parametri economici positivi (l’Egitto è l’unico paese del Medio Oriente e del nord-Africa che non subirà una recessione economica nel biennio 2020-2021), alla politica estera del Cairo sempre più aperta verso Israele, ai rapporti eccellenti tra al-Sisi e gli Stati Uniti e allo spauracchio del fondamentalismo islamico nel Mediterraneo, fanno dell’Egitto un partner importante. Talmente tanto che l’UE e l’Italia scelgono di interessarsi poco alle violazioni dei diritti umani e di non mettere pressione su casi clamorosi come l’omicidio di Giulio Regeni o la detenzione dello studente Patrick Zaky, un anno il prossimo 8 febbraio.

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