Draghi, ma basta

A un anno dall’inizio dell’infodemia ci troviamo alle prese con uno degli effetti più pericolosi dell’informazione distorta a cui ci siamo abituati: la polarizzazione

Come abbiamo visto la scorsa puntata, l’11 febbraio fu la data in cui cominciammo a chiamare per nome la malattia che, ormai da un anno, ci ha costretto a ribaltare le nostre vite. Dal punto di vista informativo quella settimana fissa un punto di non ritorno, un prima e un dopo: da questo momento in poi, 12 mesi fa, il nemico ebbe un nome e piano piano si prese praticamente tutto lo spazio.

Da questo nostro osservatorio privilegiato vedremo gli effetti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi di quella che ormai chiamiamo tutti Infodemia. Che cosa ci siamo persi per strada a causa dell’attenzione focalizzata sempre e solo sul COVID, sui bollettini serali, sulle storie curiose o tragiche che i giornali hanno cavalcato per fare click?

Quella settimana, eravamo tra l’11 e il 17 febbraio, il virus, che già circolava anche qui da noi, non era ancora arrivato veramente sulle prime pagine e nei nostri cervelli. E difatti della storia allucinante del Paziente Zero ne parleremo la settimana prossima. Dal punto di vista del virus le notizie principali furono che il più importante evento fieristico dedicato alla telefonia mobile al mondo (il Mobile World Congress di Barcellona) venne annullato a causa dell’epidemia, che navi da crociera in giro per il mondo vengono messe in isolamento (ne verranno fuori storie degne di Stephen King) e ci fu il primo morto in Europa, in Francia, mentre girano voci che i vertici del potere cinese già sapessero del coronavirus a inizio gennaio e non abbiano detto nulla.

La grande paura non era ancora arrivata — c’eravamo quasi — e mentre il fantasma della pandemia si espandeva rapidamente attraverso i media, altre notizie ci scivolavano addosso, sostanzialmente ignorate anche se di importanza capitale, mentre altre ci tenevano occupati il cervello e le dite sulle tastiere e sugli smartphone, ma forse potevamo farne a meno.

Iniziamo dalle prime: l’11 febbraio, a distanza di 40 anni circa da quel giorno di agosto che squarciò la stazione di Bologna e il cuore dell’Italia, vennero chiuse ufficialmente le indagini sulla strage di Bologna: per la procura Licio Gelli fu tra i mandanti, insieme a Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Il 2 agosto del 1980 a causa di quell’attentato di matrice neofascista morirono 85 persone e ne rimasero ferite 200. «È nella direzione dei documenti che avevamo predisposto noi per la Procura. Il problema è che sono passati 40 anni, forse se ne potevano risparmiare 10-15», commentò Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, sperando che non ci si dimentichi di quella orribile strage e che si vada fino in fondo nella ricerca della verità.

Per una notizia importante sul passato del nostro paese, ce ne sono altre sul presente (ma anche sul futuro) del nostro pianeta. E sono inquietanti. Quella settimana di metà febbraio del 2020, infatti, fu registrata per la prima volta nella storia dell’Antartide una temperatura superiore ai 20 °C mentre l’Africa orientale fu invasa da 200 miliardi di locuste. Le cose, passato un anno, non vanno certo meglio, soprattutto in Antartide e una ricerca pubblicata su Nature alla fine di gennaio ha richiamato l’allarme sul fatto che le acque laggiù si stanno riscaldando più velocemente del previsto. Ed è – e sarà – un gigantesco problema. E le locuste? Ci sono ancora, e sono ancora una minaccia.

E invece, che cosa ci teneva occupati in polemiche e frenesie da hype, entrambe quasi sempre sterili tanto più che manco ci ricordiamo di che si tratta a distanza di un anno? Per esempio, l’11 febbraio Samsung mostrò i suoi nuovi modelli di smartphone con lo schermo pieghevole, annunciati come la nuova rivoluzione della telefonia mobile, una roba pazzesca che avrebbe spazzato via tutto. Ora, quando è stata l’ultima volta che hai sentito parlare di schermi pieghevoli? E ancora, un’altra cosa su cui i giornali continuavano a ricamare — e si dirà, sta bene su tutto, come il nero — era la crisi di governo, paventata – toh – da Italia Viva di Matteo Renzi la cui delegazione al governo non si presentò alla riunione per decidere le modifiche alla riforma della prescrizione. 12 mesi dopo, verrebbe da dire che infine ce l’hanno fatta, e difatti Mario Draghi ha appena formato il suo governo e, mentre scriviamo queste righe, sta preparando il discorso che farà alle camere per andare a prendersi la fiducia.

E se il tifo per Draghi fosse il risultato della tossicità dell’informazione?

Questa settimana, nella seconda parte di Fixing news vogliamo partire dal tema Draghi per parlare di due altre cose ben più importanti. E non tanto perché il governo non sia importante, ma semplicemente perché chi sta la governo è passeggero, mentre ci sono cose che restano e servono sempre.

Il primo ragionamento riguarda il mondo dell’informazione, come sempre, perché è quello che abbiamo visto accadere sui social e nell’opinione pubblica nei giorni precedenti l’accettazione dell’incarico conferitogli dal presidente della Repubblica Mattarella da parte di Mario Draghi è quanto meno peculiare. Non capita praticamente mai, infatti, che un primo ministro incaricato di verificare la fattibilità di un governo tecnico venga immediatamente investito da un assenso collettivo e quasi compatto di tutto il Paese.

Eppure è quello che è successo, quanto meno ai livelli alti della comunicazione social, su cui abbiamo assistito a un tripudio di felicità e di sollievo dopo che Mattarella aveva annunciato la sua volontà di assegnare a Draghi il compito di formare un governo. Perché non è normale? Be’, perché ancora non era successo niente. L’anormalità della situazione si riscontrava facilmente ad ogni tentativo di dire “sì, ok, ma”, che poi equivale al diritto di dichiararsi agnostici, di tirarsi fuori dal tifo da stadio, ovvero da quel mondo fatto di giudizi a priori che non hanno alcun rapporto con la realtà e con quello che accade, cosa che non può applicarsi al di fuori dello sport.

Cosa intendo? Che tifo Inter perché tifo Inter e tiferò Inter al di là del risultato del prossimo incontro. Non posso dire la stessa cosa per quasi null’altro al mondo, tantomeno per la politica, campo in cui i nostri giudizi devono essere mediati da ciò che accade una volta che le politiche vengono messe in pratica.

Proprio su questo tema, settimana scorsa Alberto Puliafito, il direttore di Slow News, ha scritto un pezzo che abbiamo pubblicato su Facebook a mo’ di editoriale. Si intitolava Il diritto all’agnosticismo politico e a un certo punto faceva così: «come fai a dire quel che ti sembra logico, in un momento del genere? Cioè, appunto, semplicemente, agnosticamente: vediamo che governo sarà e cosa farà? Non puoi, perché ci sarà qualcuno che arriverà a dirti: “Eh, ma sei proprio ideologico”. E tu vorresti dire: “No, aspetta, scusa, l’ideologia è la fede, non il dire: aspettiamo a vedere che governo sarà e cosa farà”.»

Questo, concludeva Alberto, «è l’effetto ultimo della polarizzazione». Perché ne parliamo oggi, qui su Fixing News? Perché per aggiustare il mondo dell’informazione bisogna riconoscere i meccanismi che non funzionano e ripararli e uno dei meccanismi che più ha fatto sì che il mondo dell’informazione finisse paradossalmente per disinformare è proprio quello della polarizzazione. Saperlo e saperlo riconoscere è una delle strade migliori per evitare i suoi effetti du si noi, ma anche, alla lunga, per evitare che continui ad essere una delle linee guida del giornalismo mainstream.

Ti stai chiedendo perché lo è? La risposta c’entra con il fatto che la Gazzetta dello Sport, malgrado il titolo, parla escluvamente di calcio, anzi, di tifo, e che, prima che il coronavirus rendesse deserti gli stadi, era di gran lunga il quotidiano più venduto d’Italia. Il tifo, in una parole, vende. E se il giornalismo deve vendersi, be’, coltivare un mondo polarizzato gli serve, almeno per un po’.

Siamo quasi alla fine. Ma se hai letto bene fin qui dovresti ricordare che all’inizio di questa seconda parte parlavo di due cose importanti da affrontare sull’onda di questa settimana politica che ha visto Draghi salire al Quirinale da Mattarella. La seconda, che è un grande classico in Italia, si risolve in due parole anche se è un dibattito che si accende ogni qualvolta in parlamento il governo di turno va in crisi e cade e in molti iniziano a gridare come se i governi tecnici fossero una forzatura decisa dal Presidente.

Invece no. L’Italia è una repubblica parlamentare. Il governo è espressione del parlamento e viene scelto dal Presidente della Repubblica. Finché un parlamento “funziona”, ovvero finché è in grado di generare delle maggioranze, quel parlamento ha il dovere di funzionare e il capo dello Stato il dovere di cercare la quadra per permetterlo. Punto. Qualsiasi altra opinione che tira in mezzo la volontà popolare, o è in malafede, o non sta parlando dell’ordinamento democratico della Repubblica italiana.

Questa è la nuova puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a fixingnews@blogo.it.

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