Dietro le sbarre

Che cosa significa davvero essere limitati nelle proprie libertà?

Diario della settimana

La seconda settimana del maggio 2020 eravamo in piena “fase 2” e stavamo iniziando a pensare che avremmo visto presto la fine della pandemia di coronavirus. All’epoca facevamo i conti con il COVID-19 da quasi tre mesi, e mentre eravamo in piena polemica sui prezzi delle mascherine, il 6 maggio la pandemia arrivò a sfiorare l’asticella dei 30mila morti, mentre i guariti superavano per la prima volta di poche centinaia il numero degli attualmente positivi: 93.245 contro 91.528. I pazienti ricoverati con sintomi erano 15.769, in terapia intensiva c’erano 1.333 persone, mentre 74.426 si trovano in isolamento domiciliare. I morti al giorno su media settimanale erano ancora alti, però: più di 250.

Vivevamo i primi giorni di aperture controllate che seguirono il DPCM del 26 aprile: in Lombardia riaprirono gli impianti per gli sport individuali e mentre le foto e i video degli “assembramenti” sui Navigli a Milano durante il primo fine settimana da dopo l’allentamento delle restrizioni, fecero indignare mezza Italia. Quello di cui però tutti parlavamo fu un evento di cronaca, atteso da moltissime persone con trepidazione dal 2018: la liberazione della cooperante italiana Silvia Romano annunciata il 9 maggio dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte così: «Silvia Romano è stata liberata! Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence esterna. Silvia, ti aspettiamo in Italia!»

La notizia della liberazione di Silvia Romano fu interessante, dal nostro punto di vista, come casus belli di trattamento completamente folle di una notizia che, in sé, si sarebbe potuta (e dovuta, viste le rimostranze successive dei servizi) limitare al succo del discorso — “Silvia è libera”.

Cosa accadde invece?

Si generò una coda di fatti, fattoidi, dicerie e voci che andarono spesso a calpestare totalmente il diritto alla privacy della cooperante. Ma anche il nostro diritto a vivere in un ambiente informativo non tossico. In questi giorni, a un anno di distanza e a dimostrazione che l’interesse per il gossip della stampa tradizionale italiana è genetico, Silvia Romano è riapparsa magicamente sulle prime pagine di molti quotidiani. Perché?

Per il motivo principe dei tabloid di gossip: si è sposata.

Torniamo a quella settimana di maggio, perché mentre l’Italia viveva la sua fase 2, con spiragli di libertà ma con anche molti eventi previsti annullati e spostati online (il Salone del Libro di Torino e la Settimana della Moda di Milano, per esempio) negli Stati Uniti Donald Trump ne stava facendo una delle sue: voleva chiudere la task force sul coronavirus, salvo ripensarci poco dopo; la metropolitana di New York, per la prima volta in 115 anni viene fermata per una notte per la disinfezione contro la COVID-19 e in Cina, nella provincia di Hubei, le scuole riaprirono per la prima volta dall’inizio dell’epidemia; Hong Kong superava ufficialmente la seconda ondata; le elezioni presidenziali in Polonia vengono rinviate a data da destinarsi (ma si sarebbero tenute di lì a poco, il 28 giugno e il 12 luglio); il parlamento iracheno votava la fiducia al governo di Mustafa al-Kadhimi, ex capo dei servizi segreti; l’Eurogruppo approvava il MES; in Venezuela sembrava ci fosse stato un (fallito) colpo di stato contro Maduro; e il videogioco Animal Crossing New Horizons faceva guadagnare un sacco di soldi a Nintendo perché permetteva di simulare di avere una vita normale mentre fuori c’era la più grande pandemia dell’ultimo secolo.

Intanto, mentre tutti eravamo concentrati su altro, in mezzo al chiasso delle polemiche e degli hype da social, l’associazione Antigone provava a richiamare l’attenzione su un tema, il carcere e i diritti dei detenuti, che in quei mesi di prigionia collettiva, malgrado la potenziale solidarietà di riflesso, se n’era restato come sempre ai margini dell’interesse generale e che era entrato nei nostri pensieri soltanto all’inizio di marzo, quando le carceri furono teatro di scontri e di proteste intense dei detenuti.

Per questo motivo, l’approfondimento di questa settimana di Fixing News lo dedichiamo proprio alle carceri, con un pezzo scritto dal giornalista freelance Gabriele Cruciata.

COVID dietro le sbarre

di Gabriele Cruciata

Da molti anni le carceri italiane sono sovraffollate e afflitte da problemi strutturali che mettono in pericolo l’incolumità dei detenuti, il raggiungimento del fine della pena e la sicurezza della società. Questi problemi strutturali sono diventati più evidenti sia agli addetti ai lavori che all’opinione pubblica durante la pandemia, che ha dimostrato la fragilità su cui si basa l’intero sistema carcerario italiano.

I penitenziari hanno registrato le prime conseguenze del Covid già alla fine di febbraio del 2020, quando si sono verificati i primi casi di positività sia tra i detenuti che tra il personale di polizia penitenziaria. Quando – all’inizio di marzo 2020 – Giuseppe Conte dichiarò l’inizio del primo lockdown, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP, ossia il dipartimento del Ministero della Giustizia che è preposto alla gestione e amministrazione delle carceri) optò per una chiusura totale degli istituti penitenziari verso l’esterno.

La misura di chiusura più rilevante fu la sospensione a tempo indeterminato dei colloqui coi familiari.
Come spesso accade negli istituti di pena italiani, la comunicazione di questa misura è avvenuta con modi molto diversi da carcere a carcere, generando conseguenze altrettanto diversificate. Se ad esempio la quotidianità penitenziaria di Bollate (Milano) e di altri istituti è rimasta pacifica, altrettanto non si può dire per Rebibbia (Roma), Foggia o Modena, solo per fare alcuni esempi di carceri in cui i detenuti hanno scatenato delle violente rivolte.

Le rivolte in carcere

Le rivolte carcerarie del 2020 sono iniziate l’8 marzo e sono finite due giorni più tardi. Hanno riguardato 21 dei 190 istituti italiani e sono state le rivolte più violente che l’Italia ricordi dal 1986, anno in cui fu approvata la legge Gozzini, che prevede sconti di pena e possibilità di accesso a benefici penitenziari a chi mantiene una buona condotta in carcere.
Il bilancio delle proteste è stato particolarmente pesante: 14 detenuti morti, 59 agenti feriti e danni stimati per oltre 30 milioni di euro. I casi più gravi si sono registrati a Foggia e a Modena.

Nella città pugliese i detenuti hanno ingaggiato una vera e propria guerriglia contro la polizia penitenziaria, che ha avuto bisogno dei rinforzi dell’esercito. I detenuti ribelli – circa 250 – hanno conquistato il tetto dell’istituto, appiccato un incendio e devastato due reparti. Alla fine degli scontri sono evase più di 50 persone, che dopo essere uscite sfruttando il disordine e la concitazione hanno rubato delle automobili e si sono date alla fuga.

Dopo l’evasione di massa è scattata una caccia all’uomo in tutta la regione: nei giorni successivi molti dei detenuti evasi sono stati trovati e arrestati oppure si sono costituiti.

A Modena invece si è verificato il maggior numero di morti: 9 sui 13 totali, mentre i rimanenti 4 si trovavano reclusi a Rieti (4) e Bologna (1). Quattro dei nove morti di Modena sono deceduti durante o subito dopo il trasferimento verso altre carceri.

Le morti archiviate e quelle sospette

Su queste morti ha indagato la Procura di Modena, che ha chiesto l’archiviazione per 8 dei 9 casi, mentre le indagini sono ancora aperte per la morte di Salvatore Piscitelli (avvenuta dopo il trasferimento da Modena ad Ascoli Piceno) e per i detenuti morti a Rieti e Bologna. Secondo la Procura di Modena le morti sarebbero da attribuirsi all’abuso di sostanze stupefacenti che i detenuti si sarebbero procurati attaccando l’infermeria durante le rivolte.

Tuttavia il Garante nazionale dei detenuti si è opposto all’archiviazione in cinque degli otto casi chiedendo che venissero fatti ulteriori accertamenti.

Cinque detenuti del carcere di Modena hanno peraltro presentato un esposto in cui raccontano di violenze da parte della polizia penitenziaria. Affermano di essere stati pestati nonostante si fossero consegnati senza neanche aver partecipato attivamente alla rivolta e sostengono che Salvatore Piscitelli sia stato “brutalmente picchiato” e poi lasciato senza cure adeguate nei giorni successivi.

Secondo alcuni esposti presentati da Antigone, a una settimana dalle rivolte in quattro carceri ci si sarebbero state delle spedizioni punitive molto violente a danno di alcuni detenuti. Gli istituti sotto accusa sono quelli di Melfi, Santa Maria Capua Vetere, Milano e Pavia.

La fragilità dei detenuti

Le rivolte di marzo sono state caratterizzate da un alto tasso di irrazionalità. Alcuni dei detenuti coinvolti avevano residui di pena molto bassi, alcuni condanne molto brevi. Le indagini hanno accertato che le infermerie sono state spesso devastate alla ricerca di metadone e che molti detenuti sono morti come risultato di un’overdose.

Tutto questo ha reso necessaria una riflessione sulle condizioni sociali e di vita dell’attuale popolazione penitenziaria. In Italia, infatti, i detenuti sono spesso molto fragili poiché provengono da fasce sociali svantaggiate. Più di un quarto di chi è detenuto è tossicodipendente e abituato all’abuso di sostanze di pessima fattura, mentre l’1,6% è analfabeta (nella popolazione libera questo tasso è dimezzato). Più di un detenuto su 10 ha solamente la licenza media, e solo uno ogni 100 ha una laurea.

Non solo: al momento in carcere ci sono più di mille persone condannate a una pena inferiore a un anno, nonostante la norma preveda che per condanne fino a 4 anni è possibile chiedere pene non detentive. Ciò succede perché si tratta di persone che non conoscono i propri diritti, che non hanno un avvocato formato adeguatamente o che non possono usufruire di arresti domiciliari o detenzione domiciliare perché non hanno una dimora.

La fragilità sociale dei detenuti trova conferma nei dati sanitari. La popolazione in carcere soffre spesso di patologie quali ulcera gastrica, ipertensione arteriosa o diabete, oltre ad avere difese immunitarie scarse a causa di una condizione psicologica altrettanto fragile dimostrata dall’altissima presenza di suicidi o tentati suicidi.

In questo scenario la pandemia ha suscitato molte preoccupazioni, dato che un focolaio di Covid-19 può potenzialmente mietere numerose vittime a causa della fragilità sanitaria in cui i detenuti vivono.

Positività in carcere

A causa della pandemia sono state interrotte numerose attività trattamentali che prevedono l’ingresso in carcere di volontari o personale specializzato, così come sono state interrotte molte attività lavorative che alcuni detenuti svolgevano all’esterno.

Nonostante ciò, nel corso della prima ondata, tra marzo e agosto del 2020, in carcere sono state trovate 568 persone positive al Covid. Si sono anche registrate quattro morti: due agenti penitenziari e due detenuti. La seconda ondata invece ha colpito in modo più violento: rispetto alla prima fase della pandemia i positivi sono triplicati. Al 7 dicembre i detenuti risultati positivi erano in tutto 958, gli agenti 810 e gli addetti del personale amministrativo 72. Tra gennaio e marzo 2021, invece, ci sono stati circa mille positivi tra detenuti e agenti.

È importante notare che In tutte e tre le ondate la percentuale di positivi è stata più alta rispetto a quella della popolazione libera, sia a causa delle cattive condizioni di salute media dei detenuti sia per l’impossibilità di applicare serie misure di distanziamento sociale in ambienti fortemente sovraffollati.

Infatti prima della pandemia gli istituti di pena italiani ospitavano più di 61mila detenuti a fronte di circa 47mila posti letto. Significa avere un tasso di sovraffollamento del 130 per cento, con picchi del 190% in città quali Taranto e Lodi. Il sovraffollamento è un problema strutturale dei penitenziari italiani, tanto che nel 2013 l’Italia fu condannata in sede europea per violazione dei diritti fondamentali dei detenuti causata dalla mancanza di spazio vitale.

Con il decreto Cura Italia del marzo 2020 è stata prevista l’uscita dal carcere ai detenuti con bassi residui di pena. Si tratta di una misura emergenziale che però veniva richiesta da molto tempo dalle associazioni che si occupano di carcere, secondo cui l’attuale funzionamento del sistema impedisce un progressivo reinserimento nella società a chi ha ancora poco tempo da scontare.

Grazie al decreto Cura Italia, alla diminuzione degli ingressi e a un’interpretazione più rapida e più ampia da parte della magistratura di sorveglianza delle norme già esistenti sono stati messi alla detenzione domiciliare o agli arresti domiciliari circa 8mila persone, contribuendo notevolmente all’abbassamento del sovraffollamento e indicando una via per risolvere in futuro il problema.

Tuttavia la decisione fu fortemente osteggiata dalla stampa nazionale, che a più riprese titolò dicendo che era in corso una scarcerazione di massa dei boss mafiosi. In realtà non solo i detenuti scarcerati e condannati per reati di mafia erano pochissimi, ma si trattava di casi analizzati uno per uno dalla magistratura di sorveglianza sulla base di evidenze investigative e penitenziarie. Nonostante ciò, la campagna mediatica è proseguita fino a portare alla sospensione delle scarcerazioni.

Oggi il tasso di sovraffollamento è tornato a livelli poco inferiori a quelli pre-pandemia.

La tecnologia e i vaccini

La sospensione dei colloqui coi familiari ha portato all’introduzione delle videochiamate in carcere. Gli istituti di pena sono da sempre luoghi che rifiutano la tecnologia per paura che questa possa determinare problemi di sicurezza o di immagine dell’Amministrazione Penitenziaria. Per questo motivo – ad esempio – i cellulari non sono solo vietati, ma il loro possesso in carcere è recentemente diventato un reato penale.

La pandemia ha però obbligato a una rivisitazione del classico formato faccia-a-faccia del colloquio. Oggi è dunque possibile effettuare videochiamate tramite una connessione ritenuta sicura. Al momento non sembrano esserci stati grandi problemi, tanto che alcune associazioni hanno auspicato che la videochiamata possa diventare una forma di comunicazione coi familiari messa a regime, accanto al colloquio e alla telefonata.

Accanto a ciò, le carceri sono state inserite in una posizione privilegiata nel contesto della campagna vaccinale. D’intesa con il ministero della Salute si è deciso che le somministrazioni procederanno parallelamente a quelle delle categorie prioritarie e interesseranno il personale della polizia penitenziaria e i detenuti negli istituti penitenziari non ancora sottoposti alla prima somministrazione tenendo in considerazione anche il personale amministrativo che opera in presenza.

Nonostante alcune polemiche politiche, la decisione è stata presa per alleviare le condizioni di chi vive o lavora in contesti disagiati, spesso poco salubri e comunque sovraffollati. Per questo la Ministra Marta Cartabia ha chiesto che il piano vaccinale nelle carceri non venga interrotto.

Questa è la nuova puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su SpreakerSpotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a fixingnews@blogo.it.

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