COVID-19: il giorno in cui l’abbiamo chiamata per nome

Tra primarie e notizie allarmanti da Wuhan, davamo finalmente un nome alla pandemia mentre intorno comincia l’infodemia

Un anno fa era tempo di primarie, negli Stati Uniti, e il 4 febbraio mentre Trump annunciava una “grande vittoria” in Iowa, i democratici si incartavano su dei problemi tecnici che ritardarono di molto la comunicazione dei risultati. Era una tappa importante per il Partito Democratico. Eravamo ancora all’inizio ed era un momento che i media mainstream di tutto il mondo pompano sempre moltissimo – se vuoi capire perché l’Iowa è così importante, la migliore fonte è Francesco Costa, che ne scrisse così sul Post. Era un momento topico anche perché, con le primarie ancora ai primi passi, i Democratici cercavano ancora un nome da presentare contro Trump.

Quella volta, quando alla fine i risultati arrivarono, il primo risultò Bernie Sanders, seguito da Pete Buttigieg, Elizabeth Warren e, solo al quarto posto, Joe Biden. Ce n’era ancora tanta di strada da fare, insomma. Poche ore dopo le votazioni in Iowa, sempre sul fronte “Presidenziale”, arrivò la notizia dell’assoluzione di Donald Trump nel processo di impeachment. Per i giri strani del destino, ora che è passato un anno e che Trump non è stato rieletto, si stanno muovendo le carte per accusare ufficialmente una seconda volta l’ex presidente e tentare di nuovo l’impeachment.

Nel frattempo, le notizie sul fronte coronavirus erano sempre più ricercate online. Segnale che ci stavamo iniziando a preoccupare. Dal punto di vista comunicativo, il 4 febbraio fu il giorno in cui Twitter decise di inserire un disclaimer che portava direttamente al sito del ministero della Salute ogni qualvolta si cercavano tweet sull’argomento, stessa cosa che fece poi Facebook sempre nella speranza di limitare la diffusione di strane teorie e notizie non verificate sulla pandemia che si stava rivelando al mondo in tutta la sua globalità. Sempre sul fronte della lotta alla disinformazione, anche Google fece una mossa importante e iniziò a sperimentare un nuovo strumento per l’analisi fotografica.

Sul fronte medico, mentre iniziarono a circolare notizie sulle prime terapie sperimentali contro il nuovo coronavirus, le notizie da Wuhan si aggravavano, veniva annunciata la “doppia morte” del medico cinese che aveva dato per primo l’allarme, ma si iniziava a pensare anche – cosa impensabile fino ad allora – a rinviare le Olimpiadi di Tokio che si sarebbero dovute svolgere dal 24 luglio al 9 agosto 2020. Nel frattempo, il 10, sulla nave da crociera Diamond Princess iniziò un quarantena che colpì profondamente l’opinione pubblica tanto che se ne parlò tantissimo su praticamente tutti i media e, qualche giorno prima, l’Istituto Superiore di Sanità ufficializzò il primo cittadino italiano positivo al virus. Quanto sembrano lontani, ora che da settimane il numero dei morti giornalieri è fisso a diverse centinaia, i tempi in cui un test positivo meritava un comunicato stampa dell’ISS?

Ma non era ancora il momento di focalizzarsi su quello, perché la notizia che fece scalpore e suscitò indignazione nel Paese fu il deragliamento del Frecciarossa a Lodi, avvenuto la mattina del 6 febbraio. Fu una notizia che colpì tutti, la rottura di quello che risultò essere un pezzo difettoso e la trascuratezza dei controlli di revisione causarono la morte dei due macchinisti e il ferimento di altre 31 persone (per fortuna era il primo treno del mattino e a bordo non c’era quasi nessuno). Ad oggi la Procura di Lodi è ancora al lavoro per stabilirne le responsabilità. Per ora, scrive Il Giorno, ci sono 18 indagati, tra cui i vertici di Rfi, Alstom Ferroviaria e 5 operai.

La settimana tra il 4 e il 10 febbraio 2020 fu segnata però anche da un’altra notizia drammatica, che proveniva dall’Egitto e che ci sta ancora tenendo in ansia: il ricercatore Patrick George Zaki, iscritto all’Università di Bologna, venne arrestato all’aeroporto del Cairo. A distanza di un anno, Patrick è ancora prigioniero.

Nonostante tutto, però, erano anche i giorni del festival di Sanremo, e sui social ci fece discutere tantissimo l’esibizione di Achille Lauro, che si spogliò in diretta sul palco dell’Ariston davanti al pubblico (e la parola “pubblico” ora ci fa montare un groppo di nostalgia qualunque sia il nostro giudizio sul festival). Non fu l’unico momento in cui il festival dominò il discorso sui social, l’ 8 febbraio infatti, ci fu quello che all’epoca si poteva definire il “celebre“ siparietto tra Morgan e Bugo che fece piovere meme per giorni, ma di cui ora per fortuna non ci ricordiamo quasi nemmeno l’esistenza.

Tra le notizie curiose che abbiamo ritrovato cercando negli archivi dell’anno passato, quella settimana ce n’è una che ci ha colpito e ci ha strappato un sorriso amaro: i dati eurostat segnalavano l’aumento anche in Italia della modalità di lavoro che nel giro di poche settimane avrebbe riguardato tantissimi di noi, lo smart working.
I nomi delle cose
Un anno fa, esattamente l’11 febbraio, fu anche il momento in cui venne dato ufficialmente un nome alla pandemia di coronavirus. In particolare fu l’International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV), che dopo aver classificato il nuovo coronavirus usando la sigla “Sars-CoV-2”, scelse come nome in codice della malattia generata dal virus l’ormai celeberrimo COVD-19 un acronimo che sta a significare COrona VIrus Disease 2019 che venne annunciato dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus, proprio l’11 febbraio.

Perché ci interessa tanto, a distanza di un anno, una sigla? Perché è un punto di partenza molto utile per capire come funziona il giornalismo, per capire sia il modo che abbiamo noi di informarci, sia una dinamica fondamentale del funzionamento del sistema mediatico contemporaneo.

Alla fine del più celebre romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, lo scrittore italiano — di cui peraltro tra pochi giorni cade il quinto anniversario della morte — scrisse una frase in latino, una variazione di un verso tratto da un poema del XII secolo, scritto da Bernardo di Cluny: Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

È una frase divenuta poi famosissima, che letteralmente significa “c’è una rosa primigenia prima del nome, ma a noi restano solo i nomi”, e che, al di là del dibattito filosofico che si porta dietro tra realisti e nominalisti — è, come si dice, una storia proprio lunga — e che ha a che fare con quello che viviamo tutti i giorni attaccati alla macchina senza sosta dell’informazione. Ci sono infatti quasi sempre delle notizie a precedere le parole chiave che usiamo nel giornalismo, ma spesso — lasciamo a voi decidere quanto spesso — più le usiamo e più ci dimentichiamo di cosa c’era dietro a quelle parole.

La parte positiva di questa dinamica è sana: dare un nome a qualcosa significa farla esistere in maniera più precisa e, nel mondo dell’informazione online, che quelle parole trasforma in keyword e in hashtag, significa creare dei nodi attorno ai quali permettere al flusso infinito di informazioni che produciamo di raggrumarsi e prendere senso, legandosi a un contesto. È il caso di Covid-19, per esempio, che da quel giorno di un anno fa divenne una delle parole più cercate su Google probabilmente di sempre anche se non ne ha oscurato il significato

Ma ci sono altri casi in cui, l’invenzione di un nome, di un’etichetta o di una sigla, ha un effetto negativo sulle discussioni intorno a un argomento. Un po’ come nell’usurata ma efficace metafora del dito e della luna, ci sono casi in cui la parola-dito prende il sopravvento e ci fa perdere di vista o fare confusione sulla dinamica luna. È il caso per esempio dell’etichetta Post Truth, che anche se oggi in molti si sono dimenticati essere esplosa da un giorno all’altro.

Anche se in fatti il primo uso dell’espressione risale al 1992, quando, secondo l’Oxford Dictionary, il termine fu usato per la prima volta sulla rivista The Nation da Steve Tesich per parlare della copertura mediatica dello scandalo Iran-Contra, il termine, in italiano tradotto Post Verità, divenne di massa nel 2016, in seguito, in fondo, a una strategia di marketing.

Sì, esattamente una strategia di marketing, quella che a partire dal 2004 ogni anno fa l’Oxford Dictionary lanciando la “parola dell’anno”, una trovata geniale per far parlare di se che ormai si è tramutata in una tradizione per i media di tutto il mondo, ad ogni annuncio rilanciano la scelta e accumulano click. È una cosa comune, è la stessa che sta alla base della scelta della persona dell’anno da parte del Time, o delle X persone da tenere d’occhio nel nuovo anno di cui abbiamo parlato qualche settimana fa.

Una tradizione che ha in questo caso funzionato molto bene, quantomeno fintanto che il mondo dell’informazione non si è trovato di fronte all’infodemia — un’altra parola inventata che è diventata una keyword – tanto che quest’anno sai cosa è successo alla parola dell’anno? Che l’Oxford Dictionary non l’ha scelta, o meglio, ne ha scelte un po’ e ci ha fatto una lista usando come claim dell’operazione “Words of an Unprecedented Year”, le parole di un anno senza precedenti.

Ma cosa dobbiamo imparare da questa storia? Che dietro i nomi che il giornalismo usa e fa diventare dei ritornelli ci sono sempre delle cose o delle dinamiche e essendo quelle la cosa più importante, dobbiamo sempre stare attenti a ricordarci quali sono. Qualche esempio in cui non siamo stati abbastanza attenti e ci siamo ritrovati ad aver sostituito delle dinamiche importanti con delle parole o delle sigle vuote? Pensa ai due casi, molto diversi tra loro, della parola Spread e della sigla PACS.

Nel primo caso, una parola inglese esistente, Spread, che significa “differenziale”, associata continuamente al differenziale tra i tassi di interesse tedeschi e italiani, ormai da dieci anni si è sostituita alla dinamica economica tanto che se chiedete in giro che cosa significa in pochi se lo ricordano.

Nel secondo, invece, una sigla presa in prestito da una legislazione straniera — in questo caso quella francese – è stata usata per la prima volta nel 2002 per denominare un diritto per cui una parte della società italiana si sta battendo da anni — il riconoscimento giuridico di una unione di fatto che non sia il matrimonio e che possa allargarsi anche alle coppie dello stesso sesso — con il solo effetto, a livello di comunicazione, di far dimenticare all’opinione pubblica quale fosse il diritto del quale si parlava e far diventare il dibattito un tifo tra Pro e Contro. L’assurdità, in questo caso, è che abbiamo continuato a cambiare sigla per anni per parlare sostanzialmente della stessa cosa, ma che quella cosa, alla fine, l’abbiamo ottenuta solo dopo quasi quindici anni.

Questa è la nuova puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a fixingnews@blogo.it.

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