Chi e dove può produrre vaccini in Italia?

L’Italia sta cercando di intraprendere la tortuosa via della produzione interna di vaccini: chi potrebbe farlo? Il punto della situazione

L’Italia sta faticosamente cercando di avviare un processo di produzione di vaccini all’interno dei confini nazionali. I ritardi nelle consegna da parte dei fornitori messi sotto contratto dall’UE sta inevitabilmente rallentando la campagna di vaccinazione nel Bel Paese e soprattutto dietro la spinta della Lega di Matteo Salvini, il governo Draghi sta sondando il terreno per la produzione in Italia delle dosi. Giovedì della settimana c’è stato un primo vertice al Ministero per lo sviluppo economico tra il neo-ministro Giancarlo Giorgetti, il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi e il commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Il successivo step è stato un nuovo vertice al Mise mercoledì scorso, ma la strada è inevitabilmente in salita.

È stato lo stesso Scaccabarozzi a puntualizzare alcuni aspetti della situazione: l’Italia ha bisogno di vaccini subito, se vuole provare a vincere la battaglia del virus rapidamente e salvare al contempo l’economia. L’attuale situazione infrastrutturale, invece, non consentirebbe di avere i primi vaccini italiani per integrare quelli che arrivano dai vari contratti prima di 4-6 mesi, ovvero verso il finire dell’estate. Se poi se ne volesse produrre in grandi quantità, i tempi si allungherebbero fino a 12 mesi, a cui potrebbero aggiungersene 6 per il know how. Il gioco varrebbe la candela?

Produzione vaccini italiani: il problema dei bioreattori

Il nodo della questione è rappresentato dai cosiddetti bireattori, ovvero quei macchinari che sono fondamentali per la produzione dei vaccini (servono sostanzialmente per isolare le cellule e metterle in coltura per farle crescere e moltiplicare) e che rappresentano un grosso ostacolo in termini di tecnologia, costi e tempistiche. Diciamo che se l’Italia avesse voluto produrre realmente i vaccini, avrebbe dovuto cominciare a lavorarci già nella prima ondata della pandemia del 2020, in modo tale da giungere al 2021 pronta ad una vaccinazione di massa che avrebbe contestualmente salvato salute ed economia.

Durante l’incontro tra Giorgetti e le altre parti in causa è emersa la volontà di sondare il terreno per individuare aziende in grado di disporre di bireattori o di accoglierne di nuovi in modo da produrre vaccini. Sarebbero già stati individuati siti in Lazio, Veneto e Puglia, ma la situazione è in divenire, con proposte che giungono al Mise praticamente a cadenza quotidiana. Al momento, possiamo però già elencare alcuni siti interessati.

Chi potrebbe produrre dosi in Italia oggi

Fidia Farmaceutici (Abano Terme, Padova), è in grado di produrre vaccini anti-Covid. Gsk (Rosia, Siena), è in grado di produrre e infialare dosi del vaccino Johnson & Johnson. Reithera (Castel Romano, Roma) può produrre AstraZeneca, Johnson & Johnson o Gamaleya, ma è anche impegnata nella validazione del vaccino italiano Grad-Cov2. Irbm (Pomezia, Roma), ha già contribuito allo sviluppo del vaccino AstraZeneca. Thermo Fisher Scientific (Ferentino, Frosinone), ha macchinari per produrre sia vaccini adenovirali sia a Rna messaggero. Novartis, ha già dato disponibilità alla produzione di vaccini di terzi nel proprio stabilimento di Torre Annunziata.

A queste aziende si affianca inevitabilmente una tecnologia che è in grado di produrre nello stesso arco di tempo di altre case farmaceutiche, il 190% di farmaco in più. E’ stata ideata dall’ingegnere nucleare Giuseppe Falvo D’Urso Labate in collaborazione con gli scienziati di Cellex. Come spiegato dallo stesso ingegnere a Open, attraverso un nuovo brevetto, al posto dell’utilizzo delle pale all’interno dei bireattori, ci si basa sul pompaggio di un fluido consente di mantenere le cellule sospese in coltura aumentandone la crescita e la moltiplicazione. Sarà questa nuova tecnologia la svolta per la produzione di vaccini in Italia?

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