Che aria tira nel Pd, a pochi giorni dall’assemblea del 14 marzo

Dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti, il Partito democratico si prepara ad eleggere un nuovo segretario. Ecco in quali condizioni

Le dimissioni di Zingaretti, la “visita” inaspettata e poco gradita delle Sardine al Nazareno, i dubbi di Enrico Letta e il crollo dei sondaggi. Non è un buon periodo per il Pd, che si avvia all’Assemblea del 14 marzo per scegliere il nuovo segretario, un traghettatore che porti il partito alle primarie e al congresso del 2023. In mezzo, anche la perdita di “peso” nel nuovo esecutivo di Mario Draghi dopo l’uscita di scena di Giuseppe Conte e la fine del governo giallorosso. Come arriva il primo partito del centro-sinistra italiano alla “deadline” di domenica? Non benissimo, diciamo.

Le dimissioni del segretario

Il punto di partenza, o forse di arrivo, è da datare al 4 marzo. Quel giorno, a sorpresa, Nicola Zingaretti, segretario e Presidente della Regione Lazio, aveva annunciato sul suo profilo Facebook le dimissioni da capo politico del Partito democratico: “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni“.

Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di…

Posted by Nicola Zingaretti on Thursday, March 4, 2021

Per questo, ha proseguito Zingaretti, “per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili. Io ho fatto la mia parte, spero che ora il Pd torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli. A tutte e tutti, militanti, iscritti ed elettori un immenso abbraccio e grazie“.

Inizialmente si pensava che avrebbe potuto ripensarci, anzi proprio il dietrofront sembrava l’ipotesi più concreta. Non è stato così: ospite a Non è la D’Urso, su Canale 5, Zingaretti ha confermato la propria scelta: “il Pd non è un partito del leader ma con un leader. Noi siamo tanti, domani rinnovo la tessera del Pd, non scompaio con le mie idee. Noi resteremo a fare politica con le nostre idee“. Sempre in quel contesto, il segretario uscente ha dichiarato di non volersi candidare a sindaco di Roma e che tornerà a tempo pieno ad occuparsi della Regione Lazio, di cui è presidente dal 2013. Nessuno, nemmeno i suoi collaboratori più stretti, erano stati avvisati preventivamente della sua decisione.

L’alleanza con i 5 stelle

Tra i punti critici che hanno portato in molti, sia nella dirigenza che nella base del partito, a criticare la strategia di Zingaretti, c’è quello dell’alleanza con il Movimento 5 stelle. La forza politica che, all’indomani delle elezioni del 2013, aveva spettacolarmente detto di no a Pierluigi Bersani per poi allearsi, dal 2018 in poi, praticamente con qualsiasi partito. Zingaretti è stato, insieme a Luigi Di Maio, il fautore del governo giallorosso (Pd-5s) presieduto da Giuseppe Conte, quello che ha preso il posto dell’esecutivo gialloverde (grillini-Lega) e che ha gestito il primo anno di pandemia.

In molti non digeriscono la propensione a quella che è stata chiamata “alleanza strutturale” con i pentastellati: un’unione non costruita solo per guidare il governo nazionale, come successo per il Conte II, ma da riproporre anche altrove, come nel caso delle elezioni comunali o regionali. Proprio il 9 marzo, in un’intervista rilasciata a Repubblica, la sindaca di Torino Chiara Appendino aveva lanciato l’idea di rendere il capoluogo piemontese (in vista delle amministrative 2021) il “laboratorio” dell’intesa 5s-Pd-Leu per arginare il centrodestra. Un connubio che, alle amministrative 2020, aveva dato buoni risultati in 6 comuni, tra cui Matera.

Tra i principali sostenitori di questa intesa, nell’area dem, c’è Dario Franceschini, ministro della Cultura sia nel Conte II che nell’esecutivo Draghi. Per Franceschini, addirittura, l’alleanza tra le due forze è “inesorabile“. Zingaretti, però, è stato accusato di aver sostanzialmente rinunciato alla vocazione maggioritaria del partito per seguire – e favorire – i 5 stelle. Tra i principali oppositori interni ci sono i cosiddetti “ex renziani“, da Luca Lotti a Lorenzo Guerini.

La “visita” delle Sardine

A movimentare le acque al Nazareno ci hanno pensato una ventina di “Sardine“, che il 6 marzo hanno “occupato” la sede del Pd a Roma per esprimere il loro dissenso dalla direzione presa dal partito.

Queste le parole di Mattia Santori, fondatore del movimento nato, nell’inverno 2019, per sostenere il candidato dem Stefano Bonaccini nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna (contro la candidata della Lega Lucia Borgonzoni):

Ci siamo stancati di una politica fatta sugli schermi e con decine di comunicati. Noi ci mettiamo il corpo e la faccia. Noi facciamo parte di un campo progressista e chiediamo che si apra una fase Costituente, non per il Pd o per le Sardine, ma per migliaia di persone che da anni aspettano. Noi tutti in 15 anni, i partiti, le associazioni, i cittadini, non siamo riusciti a costruire una alternativa, e questo perché siamo tutti innamorati delle nostre etichette e delle nostre sigle. L’alternativa ci sarà comunque, spetta al Pd decidere se esserci o no. Serve una proposta politica credibile, e non spetta a noi farla, ma spetta ai partiti politici.

Il sit-in è servito, perché le Sardine si sono fermate nella sede del Pd per ore, accolte dalla presidente Valentina Cuppi. “Credo che l’iniziativa delle Sardine vada accolta con entusiasmo perché è una proposta combattiva e costruttiva” è stato proprio il commento di Cuppi, e anche Zingaretti ha apprezzato, parlando delle Sardine come “energia positiva“. Le cose sono cambiate nuovamente il 9 marzo: sempre a Repubblica, Santori ha parlato del Pd come di un “partito tossico”, al quale non si iscriverà nonostante “il grido d’aiuto” lanciato da Zingaretti. Una definizione che, a molti, non è andata giù, da Piero Fassino a Giuditta Pini.

I dubbi di Enrico Letta

In questo scenario poco sereno, da giorni rimbalzano le voci che vogliono Enrico Letta come nuovo segretario. Ex vicesegretario dem, parlamentare e Presidente del Consiglio, Letta si è “ritirato” nel 2015 a Parigi per dirigere la Scuola di politiche e affari internazionali a Sciences Po. Rimasto ormai da anni ai margini della vita politica italiana e del suo ex partito, con cui non ha rinnovato la tessera, Letta ha smentito quasi subito queste indiscrezioni: “Faccio un’altra vita e un altro mestiere“.

La smentita è servita a poco, perché le voci non si sono spente affatto, anzi. Come riporta l’Ansa, Letta potrebbe cambiare idea e tornare in campo, a sette anni dalla “congiura” renziana che gli costò il posto di Presidente del Consiglio. Soprattutto, l’ex premier si sarebbe detto “preoccupato” dalla situazione interna del partito che ha contribuito a formare nel 2007. Per lui si sarebbero già espressi esponenti importanti del Pd come Franceschini e Andrea Orlando, vicini anche al segretario uscente. E forse proprio questa “continuità” con Zingaretti potrebbe sì portare alla sua nomina, ma anche creargli problemi e contrasti già dal primo giorno. E infatti Andrea Romano, esponente di Base riformista e vicino a Lotti e Guerini, ha dichiarato che “Non commento alcun nome, prima vengono i criteri e poi i nomi. Prima di parlare di nomi, auspico che il segretario sia una figura nella quale tutto il Pd si possa riconoscere, in una fase così complessa non si può giocare con divisioni o forzature“.

Il crollo nei sondaggi

Nel 2013, con Bersani, il Partito democratico raccolse il 25% delle preferenze (il 29% considerando la coalizione del centrosinistra); un anno dopo, alle europee, i dem sfondarono la soglia del 40%, apice e punto dal quale iniziò il declino del Matteo Renzi segretario. Nel 2016, il referendum costituzionale voluto dall’allora numero uno del Nazareno fu nettamente bocciato dagli elettori (vinse il No col 59,1%), una sconfitta che portò Renzi a dimettersi e a lasciare Palazzo Chigi a Paolo Gentiloni. Due anni dopo, nel 2018, il Pd raccolse il 18% alla Camera e il 19% al Senato, uno dei punti più bassi della sua storia.

Almeno fino ad ora. Perché, come riporta il sondaggio dell’istituto Swg per il Tg La7, il Pd sarebbe sceso addirittura al quarto posto tra i partiti italiani, dietro Lega, M5s e FdI, con una percentuale di poco superiore al 16,5%. A contribuire a questa flessione, per un partito non già in perfetta salute, proprio le dimissioni di Nicola Zingaretti.

Meno ministri e nessuna donna

C’è poi il tema della perdita di “peso politico” dei dem nel passaggio dal Conte-bis al governo Draghi. Naturale, quando la coalizione dell’esecutivo si allarga da tre a nove forze, che gli spazi si restringano. Però passare da nove ministeri (tanti erano durante il secondo governo Conte) a tre porta con sé qualche strascico. E se, tra questi, il partito teoricamente più progressista d’Italia non propone nemmeno una donna, l’alzata di scudi è inevitabile. Il 16 febbraio la Conferenza della Donne del Pd ha chiesto la convocazione urgente della direzione Nazionale del partito, sottolineando come

L’assenza di ministre del Pd nel governo Draghi ha sollevato una forte reazione negativa tra le nostre iscritte e nostri iscritti e tra le nostre militanti e i nostri militanti. Ha determinato una caduta di autorevolezza nei rapporti con le associazioni e l’intera società. Per la distanza tra le affermazioni e la pratica e perché ha proiettato l’immagine di un partito non in sintonia con la realtà del paese fatta di donne e uomini

Insomma, per il partito democratico e per il nuovo segretario ci sarà davvero tanto da fare e tante gatte da pelare. Buona fortuna, servirà.

 

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