Di cosa parliamo quando parliamo di cancel culture

Se ne parla tanto, e se ne scrive altrettanto. Ma esattamente, cos’è la cancel culture? E quali sono i problemi che solleva?

“Cancel culture” è stata la parola dell’anno 2019 secondo il Macquarie Dictionary, e periodicamente se ne riparla. Vengono scritti articoli e fiumi di parole sull’argomento – sempre di più.
Ma di cosa cosa parliamo, esattamente, quando parliamo di cancel culture?

Cos’è la cancel culture

Partiamo dalla definizione. Per cancel culture si intende “l’insieme di comportamenti collettivi tesi a eliminare dal loro ambiente lavorativo quei personaggi accusati di comportamenti immorali”.
Questi ultimi possono riguardare, ad esempio, atteggiamenti razzisti o sessisti, fino alle vere e proprie molestie – con una particolare attenzione verso la cosiddetta sexual misconduct. I più denunciati sono commenti o atti di natura sessuale, tra due individui con uno squilibrio di potere (ad esempio un datore o datrice di lavoro e un impiegato/impiegata), indesiderati dal soggetto “debole”, che tuttavia lascia correre per paura di ritorsioni, come, appunto, la perdita del posto di lavoro.
Non a caso, si è iniziato a parlare seriamente di cancel culture con la diffusione negli USA (e non solo) del movimento #MeToo, e la conseguente denuncia di casi di molestie e violenze sessuali verificatesi in contesti lavorativi.

Perché se ne parla tanto – anche in Italia

Si parla di cancel culture, “banalmente”, perché il mondo sta cambiando, diventando sempre più multiculturale ed autoconsapevole.
Ci sono atteggiamenti che non vengono più tollerati né giudicati tollerabili – soprattutto se si parla di disuguaglianze -, ed è naturale si presti maggiore attenzione a tematiche che, fino a qualche anno fa, venivano date per scontate.
Cancel culture e politicamente corretto esistono, ma non sono per forza e sempre un male, specialmente se e quando consentono di aprire dei dibattiti su temi fino ad oggi ignorati.

Tuttavia nel corso degli ultimi tempi, soprattutto qui in Italia, in cui il multiculturalismo non è sentito come in USA, il concetto di cancel culture è stato amplificato e distorto, fino a raccogliere sotto la propria ala anche tutte quelle censure, o “cancellazioni” che vengono effettuate per motivi, si direbbe, di “sensibilità” collettiva (spesso giudicata eccessiva).
Il classico “non si può dire più nulla”.

Dobbiamo però parlarci chiaramente. Nella maggioranza dei casi si utilizza la parola “censura” totalmente a sproposito, e si parla di “cancellazioni” che, di fatto, non sono mai avvenute.

Prendiamo le (non) notizie sulla presunta rimozione dai cataloghi online di film come Via col Vento o Dumbo, a causa di stereotipi razzisti presenti al loro interno.
Le vicende vengono decontestualizzate, gonfiate, esagerate all’estremo: nei casi citati infatti, i lungometraggi non vengono né tagliati, né tantomeno rimossi dalle piattaforme che li ospitano – né vengono ritirati dai negozi. Semplicemente, all’inizio del film viene mostrato un disclaimer che avverte lo spettatore della presenza di stereotipi che possono risultare offensivi nei confronti di culture o minoranze. Nessuna cancellazione. Nessuna censura.
Di casi analoghi ce ne sono parecchi.

Il problema della stampa

Perché accade ciò?
Se escludiamo le motivazioni puramente propagandistiche, i motivi sono essenzialmente due.

Il primo: il tam-tam mediatico che si crea ad ogni rilancio di notizia, la cui fonte diventa sempre più sfumata.
Il classico sassolino che, passando di bocca in bocca, diventa una montagna. Non dovrebbe accadere, soprattutto per quanto riguarda le testate più importanti e autorevoli. Eppure accade.

Il secondo: parlare di “censura”, di “cancellazione”, di “dittatura del politicamente corretto” è sicuramente più allettante di un’analisi ponderata, fretta e accurata sul tema. Fa engagement, porta commenti, rilanci, condivisioni, click.
E, quindi, introiti.

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