A Gerusalemme dilaga la violenza di Israele

Circa 300 palestinesi sono rimasti feriti a causa della violenta reazione delle autorità israeliane all’occupazione della Moschea di Al-Aqsa

Le violenze che da giorni hanno come teatro Gerusalemme non nascono per caso. Si inseriscono, ovviamente, nel lunghissimo conflitto arabo-israeliano, nella cinquantennale occupazione da parte di Tel Aviv dei territori della Cisgiordania, controllata dal 1967 al termine della guerra dei sei giorni. Quel conflitto, tra le altre cose, portò anche alla “riunificazione” di Gerusalemme, controllata da allora, anche nella parte Est, dalle autorità israeliane. Per questo, ogni 9 e 10 maggio, i nazionalisti festeggiano il Yom Yerushalaim, il Giorno di Gerusalemme. Anche quest’anno, la manifestazione non è mancata, ma i disordini non sono nati solo per questo.

Più che tornare indietro di 54 anni, bisogna fare un salto di tre mesi per comprendere le ragioni del malcontento palestinese di questi giorni. Il 16 febbraio la Corte distrettuale di Gerusalemme ha decretato lo sfratto di 4 famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah, quartiere della parte est della Città Santa a maggioranza musulmana.

Non una zona qualunque della città, ma un luogo in cui  28 famiglie di profughi palestinesi di Haifa e Yafa, nel 1956, si recarono dopo aver dovuto abbandonare le proprie case nel 1948, anno di fondazione dello Stato di Israele. Allora, la Cisgiordania (e Gerusalemme Est) era sotto il controllo amministrativo della Giordania, e le autorità del Regno decisero di costruire le case per gli sfollati proprio lì, a Sheikh Jarrah. In cambio, dopo tre anni di residenza, le famiglie avrebbero dovuto rinunciare allo status di rifugiati e avrebbero ricevuto gli atti fondiari.

Tutto cambiò proprio nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni e l’occupazione della Cisgiordania. Gli occupanti israeliani, infatti, iniziarono a rivendicare quei terreni e a costruire colonie sempre più invasive nei territori palestinesi. Famiglie sfrattate, palazzi distrutti e sostituiti con costruzioni più moderne (per gli israeliani), muri di confinamento all’interno degli stessi territori della Cisgiordania sono all’ordine del giorno ormai da più di mezzo secolo. Dalla parte dei coloni, non sorprendentemente, c’è anche il diritto: secondo la legge dello Stato di Israele, infatti, gli israeliani possono sempre rivendicare i terreni presumibilmente appartenuti ai propri avi, mentre la stessa cosa non possono fare i palestinesi.

Così, coloni israeliani hanno iniziato anche a rivendicare i terreni su cui la Giordania ha costruito abitazioni per i palestinesi, anche a Sheikh Jarrah. Gli sfrattati hanno fatto ricorso alla Corte Suprema israeliana, che avrebbe dovuto pronunciarsi oggi. La tensione palestinese per l’importanza della decisione, e la contemporanea festa di Gerusalemme per i nazionalisti ebraici non ha fatto altro che accendere la miccia. Ieri, per evitare disordini, le forze dell’ordine israeliane hanno impedito alla manifestazione di passare per i quartieri musulmani, barricando la Porta di Damasco che dà accesso al mercato arabo. Da sempre, i palestinesi ritengono la manifestazione una provocazione, ma le precauzioni non sono bastate.

A far scattare le violenze è stata l’occupazione (pacifica) da parte di alcuni fedeli musulmani della Moschea di Al-Aqsa, situata nella Spianata delle Moschee. Le forze dell’ordine israeliane sono intervenute con la violenza, sia all’esterno che all’interno della moschea (dove erano in corso le preghiere) per sgomberare l’area, utilizzando lacrimogeni, granate e proiettili di gomma. Queste violenze, secondo la Ong Mezzaluna Rossa palestinese, hanno causato circa 300 feriti tra i palestinesi, di cui 7 gravi. Gli arabi hanno risposto con un lancio di pietre, e 21 poliziotti israeliani sarebbero rimasti feriti. I disordini sono proseguiti anche al di fuori della Spianata delle Moschee, e ci sono video che mostrano la rabbia israeliana: in uno di questi, un automobilista investe violentemente un manifestante palestinese con la propria macchina.

I razzi di Hamas

Come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, il gruppo terroristico palestinese di Hamas ha reagito alle violenze della polizia israeliana lanciando sette razzi verso Gerusalemme direttamente dalla Striscia di Gaza. Uno di questi è stato intercettato dai sistemi di difesa di Tel Aviv, gli altri non hanno causato particolari danni.

Poco prima dei lanci, Hamas aveva posto un ultimatum a Israele intimando di liberare la Spianate delle Moschee e di mettere fine alle violenze. Il lancio dei razzi è stato poi definito “una risposta all’aggressione e ai crimini contro la Città Santa e alle prevaricazioni contro il nostro popolo nel rione di Sheikh Jarrah e nella moschea al-Aqsa. Questo è un messaggio che il nemico deve ben comprendere. Se voi continuerete, anche noi proseguiremo. Se vi fermerete, ci fermeremo“.

Perché non si può parlare di “scontri”

Nella trattazione dell’argomento, forse avrete notato, non abbiamo mai usato la parola “scontri“. Lo abbiamo fatto per una ragione molto precisa: uno scontro sottintende un confronto ad armi pari, una reciprocità di intenti. Le immagini di Sheikh Jarrah e della Spianata delle Moschee ci dicono invece altro. Ci parlano di un’aggressione, da parte di un’esercito di occupazione, su dei civili in preghiera, le cui uniche armi sono le proprie mani, qualche pietra e qualche bottiglia. Quello a cui stiamo assistendo è l’ennesimo atto della violenza spregiudicata di Israele nei confronti di un popolo che soffre da quasi 80 anni. È aggressione indiscriminata, non scontro.

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