Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Proteste in Medio Oriente: una svolta epocale? In questi giorni il paragone più in voga è con il crollo del Muro di Berlino. L’ondata di proteste che ha fatto cadere i regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto e sta travolgendo tutto il Medio Oriente è vista da molti commentatori come

Proteste in Medio Oriente: una svolta epocale? In questi giorni il paragone più in voga è con il crollo del Muro di Berlino. L’ondata di proteste che ha fatto cadere i regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto e sta travolgendo tutto il Medio Oriente è vista da molti commentatori come una svolta epocale negli assetti della regione, in grado di ridisegnare di colpo assetti geopolitici dati per consolidati e immutabili.

In questo senso il paragone con la caduta dei regimi comunisti dell’Est può essere calzante, ma le similitudini si fermano lì. I regimi che sono crollati e quelli che ora vengono bersagliati dai manifestanti (dallo Yemen al Bahrain all’Iran) non fanno parte di un unico blocco e sono molto diversi tra loro.

Senza contare che, escluso l’Iran, buona parte dei governi che vengono contestati sono alleati di lungo corso degli Stati Uniti e si collocano o si sono collocati a fianco delle cosiddette “potenze occidentali” nel contrasto al fondamentalismo islamico e al terrorismo.

E’ il caso dello Yemen, il cui presidente Saleh compare più volte nei cablo divulgati da WikiLeaks mentre chiede fondi agli Usa per contrastare il terrorismo in casa propria.

E’ stato il caso di Hosni Mubarak, rapidamente scaricato dalle cancellerie occidentali, ma utile fino all’altro ieri per tenere a bada i Fratelli Musulmani e il fondamentalismo islamico in un Paese che riveste interessi vitali per l’Occidente. Non per nulla Israele ha mantenuto un atteggiamento di prudente cautela nell’esprimere le proprie considerazioni sulla transizione in atto nel Paese confinante: una transizione che per Tel Aviv significa incertezza sulle relazioni con un vicino che, per anni, ha rappresentato uno dei pochi alleati arabi nella regione.

Al di là dà delle collocazioni geopolitiche diverse, sfumate o opposte, il tratto in comune dei Paesi che vengono investiti dalle proteste di piazza è di essere governati da regimi autocratici, molto spesso corrotti e gestiti da élite familiari al potere da molti, troppi anni.

In questo scenario l’Iran si distingue per essere pressoché l’unico Paese non allineato nell’orbita statunitense o filo-occidentale e il cui regime non serve per tenere a bada gli islamisti, dal momento che già si tratta di una dittatura islamica.

Quello che non hanno in comune i regimi contestati lo hanno, in parte, i contestatori: l’uso massiccio di Twitter, Facebook, sms e altre forme di social media è stato fondamentale per diffondere le proteste e organizzare i raduni dei manifestanti in quasi tutti i Paesi coinvolti. Un fatto che ha mandato in visibilio tutti coloro che da anni vedono nel web 2.0 un alfiere di democrazia e diritti civili e ha riempito le pagine di molti giornali.

Messaggi via social network come Twitter sono anche un mezzo che il Dipartimento di Stato Usa ha utilizzato e sta utilizzando per incoraggiare le rivendicazioni di diritti civili in Iran e altri Paesi non mediorientali come la Cina.

E qui torniamo al paragone con il crollo del Muro di Berlino; la caduta dei regimi dell’Est aveva, in qualche modo, spiazzato l’Occidente che non si aspettava un così rapido tracollo dell’ “Impero del Male” e che forse non lo auspicava in tempi troppo brevi.

La sensazione è che, sotto questo aspetto, la storia si stia ripetendo. Se ora gli Usa cavalcano le proteste che scuotono i regimi mediorientali è perché non possono fare diversamente, pena perdere la propria immagine di paladini della democrazia a livello globale.

Ma siamo sicuri che, come tutte le superpotenze, gli Stati Uniti non preferissero uno status quo turbolento (ma ormai conosciuto) al salto nel buio nelle relazioni internazionali che il crollo dei regimi mediorientali sta prospettando?