Egitto, Tunisia, Iran: quale strategia degli Stati Uniti in Medioriente?

Un mese fa la Tunisia, settimana scorsa l’Egitto, ora i moti si spostano in Algeria, Yemen e addirittura Iran. Sembra uno scenario fantapolitico, eppure sta accadendo: una specie di vento di rivoluzione che attraversa gli stati del nordafrica e arriva fino allo stato degli Ayatollah. Sarebbe però ingenuo pensare solo a moti spontanei – che

Un mese fa la Tunisia, settimana scorsa l’Egitto, ora i moti si spostano in Algeria, Yemen e addirittura Iran. Sembra uno scenario fantapolitico, eppure sta accadendo: una specie di vento di rivoluzione che attraversa gli stati del nordafrica e arriva fino allo stato degli Ayatollah. Sarebbe però ingenuo pensare solo a moti spontanei – che sono avvenuti in maniera massiccia – e stop.

Dietro a questo vento c’è un cambio di strategia di quella che resta la prima superpotenza militare al mondo: gli Stati Uniti. Come interpretare altrimenti la pressione dell’amministrazione americana per dei cambiamenti osteggiati per trent’anni, soprattutto in Egitto, dove dal 1975 sono stati riversati 25 miliardi di dollari per sostenere il dittatore – ormai ex – della patria Mubarak?

A riprova evidente le parole di Hillary Clinton:

Il dipartimento di stato è impegnato a sfruttare il nostro potere civile per promuovere gli interessi degli Stati Uniti e contribuire a creare un mondo in cui più persone in più paesi possano vivere in libertà, godere di opportunità economiche ed esprimere le loro potenzialità

Le uniche parole convincenti paiono “interessi degli Stati Uniti”, ma sembra molto confuso il modo in cui i nordamericani hanno deciso di procedere. Sovvenzionare per trent’anni Mubarak per la protezione di Israele non ha portato nessun beneficio alla popolazione egiziana, anzi povertà torture e dittatura.

Perché, si chiedono i critici come David Rieff, gli Stati Uniti non hanno preteso dall’ex rais maggiore attenzione ai “temi sensibili” interni visto la pioggia di soldi di cui regolarmente lo ricoprivano? Il potere per farlo l’avevano, eccome.

Mubarak – è chiarissimo – è sempre stata un’ipoteca degli Stati Uniti sul Medioriente. Basta andare a vedere le parole di Obama in un incontro con il rais del 2009:

I am grateful to President Mubarak for his visit, for his willingness to work with us on these critical issues, and to help advance the interest of peace and prosperity around the world.

Gratitudine e amicizia. Cosa è cambiato nel frattempo? Ieri la Clinton ha espresso il suo appoggio alle proteste in Iran – un manifestante morto – affermando che

gli Iraniani hanno diritto alle stesse possibilità che si sono aperte in Egitto

Fin troppo chiaro, e ha continuato in maniera anche più pesante:

What we see happening in Iran today is a testament to the courage of the Iranian people, and an indictment of the hypocrisy of the Iranian regime – a regime which over the last three weeks has constantly hailed what went on in Egypt

Il governo iraniano, che ha appoggiato in funzione anti-Israele le rivolte delle settimane passate, viene accusato di ipocrisia in quanto usa la mano pesante verso il dissenso interno. Ma la situazione in Iran è radicalmente diversa da Egitto e Tunisia, e questo lo sa anche l’amministrazione americana.

Se ricordate bene, diverse volte negli ultimi anni le proteste hanno sferzato lo stato iraniano – l’onda verde e il clamore in tutto il mondo per i manifestanti uccisi e torturati – ma il regime, forte anche di un consenso popolare notevole, ha sempre represso nel sangue i moti senza perdere credibilità, almeno a livello interno.

Queste sono ore caldissime, ma sembra difficile le proteste questa volta possano avere un effetto migliore. Resta da capire in tutto questo come intendano muoversi gli Stati Uniti, e perché dopo decenni di miliardi di dollari spesi a sovvenzionare dittatori come Mubarak siano passati ad appoggiare opposizioni o comunque cambiamenti di sistema politico.