Doping | Niente più squalifiche per uso di cannabis tra gli sportivi

La Wada ha alzato la soglia di positività alla marijuana a 150 nanogrammi per millimetro.

Il “doping ricreativo” ossia l’uso di spinelli non sarà più pesantemente punito dalla Wada, l’Agenzia Mondiale Antidoping. Già da sabato scorso, infatti, è in vigore una nuova regola secondo cui è tollerata la presenza nel sangue degli sportivi di Thc (tetraidrocannabinolo), principio attivo che caratterizza la cannabis, fino a 150 nanogrammi per millimetro e non più 15 (soglia in vigore dal 1999).

Per aumentare la soglia massima consentita di positività alla cannabis la Wada non ha nemmeno aspettato la conferenza mondiale antidoping in programma a Johannesburg dal 12 al 15 novembre, quando sarà riscritto il Codice antidoping. Grazie a questa novità ci potranno essere fino all’80% di positività alla cannabis punibile con la sospensione e soprattutto i laboratori saranno molto meno impegnati in analisi di questo tipo che rubano risorse e tempo prezioso alla lotta al vero doping, quello che dà reali benefici durante la gara e causa più danni in seguito.

La marijuana, infatti, non è poi così d’aiuto alle prestazioni degli atleti, visto che può avere effetti molto diversi da persona a persona e in molti casi può appannare i riflessi, dare sonnolenza o far diventare paranoici.

Finora la media delle squalifiche per uso di cannabis si aggirava intorno ai due mesi e le punizioni venivano inflitte solo se la sostanza veniva trovata nel sangue in seguito ai controlli effettuati dopo le gare, mentre nei campioni ottenuti con controlli a sorpresa il Thc non veniva nemmeno cercato. Con una aumento così consistente della soglia di tolleranza, i casi punibili diminuiranno drasticamente, tanto che alcuni considerano questa scelta una sorta di liberalizzazione della marijuana che potrà essere consumata anche il giorno prima della gara.

Insomma, la decisione della Wada non va analizzata da un punto di vista morale ed etico, ma va vista come una soluzione pragmatica per concentrare le risorse e gli sforzi sulla lotta  contro le sostanze proibite veramente pericoloso e che hanno una effettiva influenza sulla prestazione degli atleti.

Tra i grandi nomi di sportivi coinvolti in sospensioni in seguito a uso di cannabis impossibile dimenticare Michael Phelps, le cui foto nel 2009 fecero il giro del mondo e il nuotatore dovette scontare una sospensione di tre mesi inflittagli dalla sua federazione. In quel periodo non c’erano nemmeno gare e la pena fu vista come un giudizio morale su un personaggio molto seguito dalla gente e dai giovani.

Il canadese Ross Rebagliati, invece, dovette addirittura restituire l’oro vinto a Nagano nel 2008 nello snowboard. Tra gli altri utilizzatori di cannabis ricordiamo anche il pallavolista Giba, beccato nel 2003 quando giocava a Ferrara, il cestista Carmelo Anthony che nel 2004, quando era a Denver, riuscì a dimostrare che la marijuana in suo possesso era di un amico, il velista Simon Daubney che nel 2007 quasi rischiò di far perdere la Coppa America ad Alinghi. Proprio nel caso di Daubney si parlò per la prima volta di “doping ricreativo”.

Il judoka Delpopolo è stato escluso dalle Olimpiadi di Londra per la sua positività, mentre tra i tanti calciatori trovati positivi, l’ultimo è stato Cissé che a gennaio ha rimediato una squalifica di due mesi.

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