Le ronde: funziona la giustizia fai-da-te?

In molti comuni, soprattutto del nordest, stiamo assistendo alla nascita di comitati decisi a portare avanti una politica di sicurezza molto personale: il pattugliamento diretto e organizzato da parte dei cittadini di alcune zone della propria città al fine di contrastare il crimine.Nell’analizzare questo fenomeno è interessante notare, come al di fuori del nostro paese

di marco10

In molti comuni, soprattutto del nordest, stiamo assistendo alla nascita di comitati decisi a portare avanti una politica di sicurezza molto personale: il pattugliamento diretto e organizzato da parte dei cittadini di alcune zone della propria città al fine di contrastare il crimine.

Nell’analizzare questo fenomeno è interessante notare, come al di fuori del nostro paese e specialmente in ambito anglosassone, questo tipo di pratiche siano già diffuse. In particolare negli USA l’idea del controllo diretto dei cittadini sulla città è diffusa fin dagli albori della nazione nella figura dei cosiddetti “community watchmen”.

C’è anche da dire, tuttavia, che il ricorso a queste figure negli Stati Uniti è da ricondurre ad un retaggio culturale legato in origine ad un’ assenza di organi di polizia a livello statale che quindi richiedeva strumenti alternativi per il mantenimento dell’ordine.

Alcuni studiosi americani, ad esempio Wilson e Kelling, hanno studiato approfonditamente il fenomeno delle ronde cittadine e il dato che emerge nella maggior parte dei casi è che la loro presenza ha un’influenza minima sui tassi di criminalità nella zona. Detto altrimenti, la loro utilità in termini di riduzione dei reati è pressoché nulla. Le ronde sono quindi inutili?

A dire il vero, continuano i due criminologi, a dispetto della loro effettiva efficacia, le ronde sono un forte elemento di rassicurazione per la cittadinanza, perché danno l’idea, seppur non confermata dai dati, di un territorio maggiormente controllato e protetto. Tuttavia l’elemento centrale della loro analisi è che i cittadini che eseguono questi pattugliamenti non sono membri delle forze dell’ordine, intese come istituzioni legali preposte al mantenimento della sicurezza, pertanto possono cadere in contraddizioni e pericoli se possibile maggiori dei quelli che vorrebbero attenuare.

In primo luogo le ronde sono formate per lo più da semplici cittadini che quindi non hanno la formazione, le competenze e l’autorità (anche legale) che invece spetta ai legittimi tutori della legge. Questo comporta ad esempio che la loro effettiva capacità di azione sia pressoché nulla o addirittura controproducente. Ad esempio il concentrare la propria azione verso i singoli spacciatori ha solo il risultato di cambiare la geografia dello spaccio e non combatterlo seriamente. Inoltre, come ribadiscono Wilson e Kelling, il rischio che una caccia al delinquente si trasformi in una caccia al diverso è sempre in agguato, specialmente quando il controllo è effettuato da persone non qualificate ed è conseguenza di prese di posizione politiche o emotive.

In secondo luogo è importante ragionare sulla natura della paura del crimine. Spesso questa è associata non solo all’esperienza diretta di episodi criminali ma anche, e in certi casi soprattutto, alla presenza di fenomeni di degrado e disordine urbano non risolvibili certo con questo strumento.

In conclusione possiamo quindi dire che l’attivismo civico e la voglia di contribuire al mantenimento dell’ordine della propria città non deve mai travalicare quelle che sono le proprie competenze: il cittadino non è un poliziotto.

Per cui, invece delle ronde, sarebbe più sensato da parte delle amministrazioni e dei comitati promuovere serie politiche che rendano, attraverso iniziative o riqualificazioni strutturali, alcune parti della città più “vive” e integrate nel tessuto urbano, diminuendo così la marginalità che è uno dei principali canali di diffusione dei comportamenti criminali. Da parte dei cittadini invece sarebbe auspicabile una collaborazione più attiva con le istituzioni e le forze dell’ordine che si traduca innanzitutto in un senso civico sviluppato attraverso una corretta educazione al rispetto dell’altro e del bene comune.