Riforme, Napolitano benedice i 35. L’Italia dei “saggi” o dei “furbi”?

Saranno indubbiamente anche “saggi”, i 35 nominati dal premier Letta e presentati ieri a Napolitano per elaborare una proposta di riforma della Costituzione, ma anche espressione dell’immortale manuale Cencelli.

Come dire, un Franco Frattini per te (Berlusconi) e un Luciano Violante per l’altro (Pd), un Valerio Onida per il direttore d’orchestra (Napolitano) in mezzo a uno squadrone di “professoroni” di ben16 università diverse spalmate oculatamente anche sul piano geografico, fra nord, centro e sud. Esperti di giurisprudenza chiamati ad occuparsi di riforme costituzionali di certo, non guastano, anche se va ricordato che fra i Costituenti di questa nostra Costituzione c’erano fior di esperti (giuristi ecc.) ma anche contadini, operai, artigiani, analfabeti.

C’è, soprattutto, una questione di sostanza democratica e più ancora di sostanza politica. Affidare un cambiamento profondo della Costituzione ad esperti di diritto non eletti democraticamente non è un po’ come mettere il carro davanti ai buoi, delegittimando di fatto la politica (il Parlamento) cui sarebbe spettato il compito di definire quanto meno i binari su cui far poi intervenire gli esperti in veste di consulenti?

Criticare a priori non è giusto, ma non si può non ricordare il fallimento degli altri saggi nominati da Napolitano, chiamati a surrogare certi vuoti dei partiti, ma raccogliendo solo un pugno di foglie secche.

Invece di sommare squadre di saggi, non era allora meglio dare il via a una vera e propria Costituente con i partiti, la politica, il Parlamento impegnati alla luce del sole, mettendoci la faccia e esprimendo a tutto tondo il ruolo istituzionale per cui sono stati eletti? Si dirà: non ci sono le condizioni politiche.

In tal caso il nodo non sarà sciolto e il lavoro dei “saggi” non supererà l’imbuto (o il tranello?) della politica, con le due Camere del Parlamento – cui spetta la parola finale – pronte a impallinare il documento dei 35+40 (l’altra commissione precedentemente nominata).

Insomma, non (solo) di questione tecniche trattati, bensì di (irrisolti) nodi politici. Il rischio, molto elevato, è che ancora una volta la montagna partorisca il classico topolino. Con l’Italia sempre più imbrigliata nel groviglio di un sistema paralizzante al limite dell’autolesionismo e con gli italiani sempre più delusi e in brache di tela.