Al PalaSharp in diecimila: Libertà e Giustizia con Eco, Saviano e Zagrebelsky

E’ stata un successo la manifestazione di Libertà e Giustizia di sabato 5 febbraio al PalaSharp. Oltre diecimila persone all’interno della tensostruttura alla periferia di Milano – che a breve verrà smantellata – per ascoltare Umberto Eco, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky. E anche molti altri naturalmente: un rito laico, per chiedere le dimissioni di Silvio


E’ stata un successo la manifestazione di Libertà e Giustizia di sabato 5 febbraio al PalaSharp. Oltre diecimila persone all’interno della tensostruttura alla periferia di Milano – che a breve verrà smantellata – per ascoltare Umberto Eco, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky.

E anche molti altri naturalmente: un rito laico, per chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio. Una materializzazione, una incarnazione di quella che spesso si chiama “società civile”, ma che in realtà ha un altro nome: cittadini come voi.

Noi c’eravamo, e dopo il salto proviamo non tanto a raccontarvi il pomeriggio, quello potete leggerlo ovunque e la sostanza non cambia. Quanto perché è il momento di alzarsi e andarci alle manifestazioni così, già da domani ad Arcore, non di approvarle sprofondati in poltrona.

Arriviamo al PalaSharp verso le 14.30. Da fuori, sembra che non ci sia nessuno e ironizziamo sulle presenze. Ironizziamo perché ci ricorda la tristissima Festa Democratica dalla quale eravamo passati nel settembre scorso. Invece, ci sbagliavamo e parecchio: erano già tutti dentro.

Erano tutti già dentro al PalaSharp, mezz’ora prima che anche solo iniziasse il quarto d’ora accademico dal quale poi si è dispiegato il pomeriggio di Libertà e Giustizia. Erano già tutti dentro. Ad aspettare, a essere seduti prima che si officiasse il rito, la liturgia laica, la messa senza sacramenti.

Chi c’era? Erano diecimila persone come voi, solo che loro magari si trovavano a Milano, si trovavano più vicino a un punto nel quale potevano esprimere – anche solo mettendo le terga su un sedile lontano decine di metri da chi parlava – quello che pensavano. In generale, non servono azioni complesse: basta alzarsi.

Ho passato qualche minuto a osservare il pubblico del pomeriggio di Libertà e Giustizia: ed erano le persone che potreste vedere il sabato quando fate la spesa, un giorno qualunque che dovete passare in banca, una mattina mentre siete fermi in macchina in colonna. Solo erano lì un sabato invece che incolonnati altrove.

Troviamo posto in alto: il palcoscenico da quella distanza è minuscolo. Dopo l’apertura di Sandra Bonsanti, presidentessa di Libertà e Giustizia, parla Gustavo Zagrebelsky:

«Se si trattasse soltanto della forza compulsiva e irresistibile del richiamo sessuale nell’età del tramonto della vita non avremmo nulla da dire. Qui invece c’è una questione politica perché le notti di Arcore sono il simbolo di una realtà che ci riguarda tutti e che ci preoccupa. La richiesta di dimissioni del presidente del Consiglio non è un accanimento contro una persona. Sappiamo bene che il potere che egli rappresenta ha nella nostra società radici lontane e profonde ma sappiamo anche che, per ora, quel sistema di potere -ha concluso- è incarnato in modo eminente proprio da lui»

Zagrebelsky è piacevole da leggere, ma da ascoltare non è esattamente trascinante. Dopo di lui interviene telefonicamente Paul Ginsborg, poi l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro con una registrazione, e dopo ancora Roberto Saviano.

Per Saviano, c’è l’applauso più caldo del pubblico, ci sarà la standing ovation quando se ne andrà. Saviano in questa circostanza è in parte anche anagraficamente una figura cristica in mezzo a uomini e donne che sono decisamente più in là con gli anni di lui (Eco, Zagrebelsky, Bonsanti). Trentenne, quando Cristo fu crocifisso a trentatré anni: chiaro che inconsciamente sia riconosciuto anche dal pubblico come un Redentore. Pensateci.

Parla Saviano:

“La speranza – aggiunge Saviano – è di poter immaginare che dopo una giornata così, in cui ci siamo incontrati e tirati su, ci sia la possibilità di cercare la priorità dell’unità, di allontanarsi dall’aberrazione del frammento. E’ il momento di fare qualcos’altro e questo qualcos’altro non può prescindere dal cercare di raccontare all’altro, a chi diffida da te, a chi ti sente ipocrita, che ti confonde con i regimi totalitari. Questa è la vera sfida, la rivoluzione sarà attuata nella misura in cui sarà possibile parlare come se non fossimo due paesi diversi”

Dentro a queste breve estratto di quanto ha detto Saviano c’è tutto il pomeriggio del PalaSharp. Ok, siamo qui: ci stiamo contando, siamo tutti d’accordo. Bene: e adesso che si fa? Chiediamo le dimissioni a Berlusconi. Eh certo, lui è lì che aspetta che noi gli diamo il lasciapassare. “Diecimila persone chiedono di dimettermi? Sì, ora vado”.

Ovviamente non farà nulla del genere, almeno fino a quando la piazza non diventerà veramente una piazza importante. Una piazza che mette in imbarazzo per i numeri di persone, una piazza viva, attiva, aggressiva. Quello di oggi è il punto di partenza, non è nessun punto di arrivo di nessun tipo.

Dopo Saviano, interviene Umberto Eco. L’intervento migliore del pomeriggio. Eco è in forma. E se gli altri ospiti, compreso Saviano, erano andati fin troppo in punta di forchetta usando tutte le armi della retorica tranne l’ironia, l’autore de Il Nome della Rosa, sa come usare anche quell’arsenale.

«Credevamo che il nostro presidente avesse in comune con Mubarak solo una nipote, invece ha anche il vizietto di non voler dare le dimissioni». Con questa battuta Umberto Eco ha aperto il suo intervento al Palasharp. Una rappresentanza di dignità, questo è il ruolo che il popolo del PalaSharp dovrebbe interpretare secondo il semiologo: «Sotto il fascismo tutti i professori universitari furono obbligati a prestare giuramento tranne 11. Questi pochi non lo fecero, persero il posto ma salvarono l’onore dell’università». E per Eco chiedere le dimissioni oggi di Berlusconi significa salvaguardare il proprio onore: «Pochi mesi fa all’estero mi rivolgevano sorrisi di solidarietà, ora invece – ha raccontato – ci guardano male e chiedono “ma perché voi non dite nulla?” Perché fa più rumore un reggiseno che cade di un articolo di fondo»

Il resto del pomeriggio lo potete leggere davvero ovunque: vi segnalo questo pezzo de La Stampa, molto equilibrato. Qual è la morale di fondo? La morale di fondo è una sola. Se pensate che ci siano dei buoni motivi per chiedere le dimissioni di Berlusconi in queste settimane avete delle occasioni per farlo vedere.

Alzatevi dalla sedia, dalla poltrona, dal divano, scendete in piazza e non fate i rivoluzionari da tastiera: domani dalle 12 alle 18 c’è la manifestazione del Popolo Viola milanese ad Arcore – e noi saremo anche lì – sabato prossimo, 12 febbraio, la manifestazione del Popolo Viola in moltissime città d’Italia. Se non v’importa nulla, state a casa. Ma se credete, andateci: che lamentarsi e basta serve a niente.

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