Stop al “caporalato”. Finalmente “reato” il mercato delle braccia?

C’è da vergognarsi per l’Italia delle notti delle ville del premier (“serve sobrietà” attacca la Cei) ma c’è anche un’altra Italia che fa ugualmente ribrezzo e non indigna come dovrebbe. E’ l’Italia del lavoro nero e grigio , del lavoro irregolare, addirittura del cancro del “caporalato”. L’apporto del lavoro sommerso al Pil italiano supera il

C’è da vergognarsi per l’Italia delle notti delle ville del premier (“serve sobrietà” attacca la Cei) ma c’è anche un’altra Italia che fa ugualmente ribrezzo e non indigna come dovrebbe.

E’ l’Italia del lavoro nero e grigio , del lavoro irregolare, addirittura del cancro del “caporalato”. L’apporto del lavoro sommerso al Pil italiano supera il 17%, contro una media dei paesi avanzati dell’Europa a 15 del 4%. L’agricoltura e l’edilizia, in particolare, insieme al settore dei servizi sono le più colpite dalla presenza di lavoro nero e grigio, di evasione ed elusione fiscale e contributiva e, non a caso, di una maggiore incidenza di infortuni gravi e mortali.

Il quadro che fa la CGIL (Fillea e Flai) è più che allarmante.

“Il settore edile – scrivono le categorie della CGIL -sta rispondendo alla crisi con un aumento di illegalità, che va dall’evasione contributiva all’uso improprio dell’apprendistato e al sottoinquadramento, fino all’utilizzo dei ‘muratori-partita Iva’ e al ricorso al lavoro nero”.

Nei cantieri italiani le stime Fillea “parlano di 400mila lavoratori irregolari e di un moltiplicarsi dei mercati delle braccia in tutto il territorio nazionale, sempre più controllati e gestiti dai caporali della criminalità organizzata, l’unica ‘impresa’ che cresce in tempo di crisi e si nutre dell’assenza del suo nemico, la legalità”.

Nell’agricoltura, “a distanza di un anno dalla clamorosa rivolta di Rosarno, siamo costretti a constatare che non è servita a modificare lo stato delle cose e che in Italia si continua a sfruttare quanto e come prima. Oggi come ieri, le aziende si servono di lavoro nero durante la raccolta del pomodoro nella Capitanata e in Basilicata, nelle grandi campagne ortofrutticole a Villa Literno, Castelvolturno e nella Piana del Sele, nell’Agro Pontino, nella raccolta delle patate a Cassibile ma anche nel profondo nord, nelle aziende della macellazione del modenese, nei campi di meloni nel mantovano, nelle cooperative di Cesena, nei meleti in Trentino”.

“A nulla servono – concludono Flai e Fillea – iniziative come il piano straordinario di vigilanza per l’agricoltura e l’edilizia in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, avviato la scorsa estate dal governo. Quel piano prevedeva una sinergica attività ispettiva delle forze dell’ordine, dell’Inps e dell’Inail e aveva l’obiettivo di controllare un massimo di 10mila aziende in territori dove solo di aziende agricole ce ne sono 600mila”.

Di fronte a tutto ciò parte la campagna nazionale «Stop caporalato» della Fillea-Cgil e della Flai-Cgil, con una proposta di legge per inserire nell’ordinamento penale il reato di caporalato. Un comportamento criminale attualmente punito in caso di flagranza soltanto con una sanzione amministrativa di 50 euro per ogni lavoratore ingaggiato. Senza parole.