Finanziamento ai partiti: vera abolizione o legge truffa?

Per il governo è un grande taglio ai costi della politica, per Grillo una truffa

di guido

Ieri, è cosa nota, il consiglio dei ministri ha varato un disegno di legge che, se approvato così com’è dal Parlamento, porterà in tre anni all’abolizione dei rimborsi pubblici ai partiti, sostituiti da una serie di agevolazioni e sgravi fiscali sui contributi volontari. Se da un lato c’è chi – il premier Letta in primis, ovviamente – annuncia trionfante un primo passo contro i costi della politica, dall’altra parte c’è chi mette in dubbio l’efficacia di questo provvedimento. E poi c’è uno schieramento trasversale Pd-Pdl che si lamenta perché così i partiti “rischiano di morire”. Ma chi ha ragione?

Cominciamo col dire che, trattandosi di un ddl e non di un decreto legge, niente di quanto scritto è definitivo: toccherà al Parlamento emendarlo e modificarlo in modo anche sostanziale – a meno che il governo non ponga la fiducia – e non è ancora dato sapere quando inizierà l’iter in Aula. Un ritardo della discussione potrebbe far slittare tutto.

Detto questo, da un lato i partiti dovranno rinunciare ai rimborsi elettorali erogati finora (e che, sia pure decurtati, continueranno a ricevere per i prossimi 3 anni), ma dall’altro godranno di condizioni agevolati, pur sempre a spese dello Stato. Per questo Beppe Grillo ha parlato di legge truffa, arrivando a ipotizzare che, sommando tutte le agevolazioni previste dalla legge, i partiti potranno incassare persino cifre più alte rispetto a quelle odierne. Infatti, in linea teorica, la cifra nelle casse dei partiti potrebbe passare dagli attuali 160 milioni di euro a un massimo di 330 milioni. Sotto accusa la frase del ddl riguardante il 2 per mille ai partiti:

In caso di scelte non espresse, la quota di risorse disponibili […] è destinata ai partiti ovvero all’erario in proporzione alle scelte espresse

Era lecito pensare che il calcolo si facesse sul gettito totale Ire, ma ieri pomeriggio il ministro Quagliariello ha chiarito che esiste un tetto di 61 milioni di euro, non espresso nel ddl, ma non è stata una precisazione convincente.

A parte questo, oggi sul Corriere Sergio Rizzo evidenzia come, sia pure in modo diverso, anche il nuovo ddl stabilisca un “finanziamento pubblico”

Gli sgravi fiscali non sono forse una forma di finanziamento pubblico, sia pure indiretto? Si tratta di denari che lo Stato non incassa consentendo ai partiti di avere donazioni da imprese o privati cittadini. Dunque è come se quei soldi lo Stato li desse alla politica.

E fa notare come le agevolazioni per i privati che fanno donazioni ai partiti siano dodici volte maggiori rispetto a chi fa beneficenza: per 20.000 euro donati a un partito se ne possono detrarre 6.500, per altrettanti donati a un’associazione benefica appena 542.

D’altra parte, all’interno dei partiti c’è del malumore e della preoccupazione, soprattutto perché non è quantificabile la cifra che arriverà dal 2 per mille. Come ricorda Rizzo, già negli anni ’90 all’indomani del referendum sul finanziamento ai partiti si era provato a varare un 4 per mille, ma l’esperimento era fallito. D’altronde, a giudicare dall’affluenza elettorale, è difficile pensare che gli italiani siano ansiosi di devolvere parte delle loro tasse alla politica. Ecco quindi che tornano in ballo le quote non espresse e l’eventuale tetto. E se sarà legge truffa o taglio dei costi si deciderà in Parlamento.

Foto © Getty Images

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