Il fatto quotidiano e Cesare Battisti: Massimo Fini in difesa del Brasile

Se io fossi nei panni delle autorità brasiliane non consegnerei Cesare Battisti all’ItaliaQuesto l’incipit di un articolo a firma Massimo Fini su Il fatto quotidiano di oggi, un inizio che più chiaro non si può. L’intellettuale di destra, spesso e volentieri controcorrente dice la sua sul caso Battisti e – è il caso di dirlo


Se io fossi nei panni delle autorità brasiliane non consegnerei Cesare Battisti all’Italia

Questo l’incipit di un articolo a firma Massimo Fini su Il fatto quotidiano di oggi, un inizio che più chiaro non si può.

L’intellettuale di destra, spesso e volentieri controcorrente dice la sua sul caso Battisti e – è il caso di dirlo – non le manda a dire ad un governo di un paese “il cui presidente del Consiglio dichiara quasi quotidianamente, anche in sedi estere, che la magistratura è il cancro della democrazia italiana, che all’interno della magistratura esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi, che i giudici sono antropologicamente dei pazzi”. Provocazione?

Neanche troppo, difatti le parole di Fini appaiono di pura logica e ragionevolezza. Di fronte ad un Paese in cui la giustizia è una banderuola, un’arma da usare a proprio piacimento, oppure – Berlusconi docet – un potere da disarmare se diventa qualcosa davanti al quale rendere conto. Fini ci va giù molto pesante anche nel paragone del caso Sofri con quello di Battisti.

Difatti, sostiene il giornalista, a differenza di Battisti, che ha potuto usufruire di soli tre gradi di giudizio, una personalità come Sofri ha avuto tutte le garanzie del caso, ha scontato sette anni su ventidue, scrive su Repubblica e Panorama ed è ritenuto da tutti innocente. Si chiede Fini, perché Battisti ha avuto un trattamento diverso?

La chiosa finale è più feroce e amara che mai, ma difficilmente non condivisibile:

è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.