Esteri, dove va la Turchia? Conversazione con Rosa Galli Pellegrini

Il 2010 è stato un anno denso di avvenimenti per la Turchia. Il più importante è stato senz’altro il referendum dello scorso 12 settembre, che ha ratificato una serie di importanti modifiche costituzionali, con un conseguente ridimensionamento del potere dei militari nella politica turca. Ma il 2010 è stato anche l’anno della (almeno apparente) frattura

Il 2010 è stato un anno denso di avvenimenti per la Turchia. Il più importante è stato senz’altro il referendum dello scorso 12 settembre, che ha ratificato una serie di importanti modifiche costituzionali, con un conseguente ridimensionamento del potere dei militari nella politica turca.

Ma il 2010 è stato anche l’anno della (almeno apparente) frattura diplomatica con Israele, dopo la morte di tre cittadini turchi a seguito dell’assalto delle forze speciali di Tel Aviv al traghetto Mavi Marmara. L’anno che sta per concludersi ha visto anche un rinnovato attivismo turco in politica estera, con il Governo Erdogan che ha più volte spalleggiato il programma nucleare iraniano . E, parlando di Erdogan, non si può dimenticare la notizia, diffusa lo scorso marzo dal quotidiano turco Taraf, di un tentato colpo di Stato militare per far cadere il governo del partito filoislamico Akp.

Tra i tanti avvenimenti che hanno spesso visto la Turchia al centro di questioni di portata internazionale, rimane ancora l’irrisolta questione curda, con la guerra a bassa intensità tra Pkk ed esercito di Ankara che continua a incendiare il sud-est del Paese. Di questi argomenti abbiamo voluto parlare con Rosa Galli Pellegrini, che della Turchia ha una conoscenza diretta…

Rosa Galli Pellegrini è nata ad Istanbul, città in cui è vissuta a lungo. Dopo aver insegnato letteratura francese moderna e contemporanea al’Università di Cagliari e Genova, è attualmente professore ordinario in pensione. Ha pubblicato numerosi saggi sulla letteratura francese e sui viaggiatori francesi in Turchia, ha tradotto racconti e poesie dal turco ed è lei stessa autrice di tre raccolte di poesia. Viaggia spesso per convegni e per turismo in Turchia.

Rosa Galli, qual è stata la reazione della società turca all’esito del referendum del 12 settembre, che ha ridimensionato il potere dei militari nella vita politica del Paese?

Premesso che le mie risposte si basano sulle mie impressioni di viaggiatrice e non si appoggiano a nessuna fonte né ufficiale né ufficiosa, è impossibile rispondere a questa domanda senza prima definire cosa si intende per “società turca”. Come ogni paese, anche la Turchia è un insieme di gruppi sociali: politici, etnici ( più di 70 etnie diverse!), geografici, generazionali, economici… Sono gruppi molto diversi tra di loro su tutti i piani della convivenza e sono difficilmente classificabili come appartenenti ad una realtà nazionale unitaria, più di quanto sia possibile immaginare nei paesi europei. E questa premessa vale anche per le risposte ai quesiti successivi.

In modo approssimativo posso dire che ho recepito grande preoccupazione all’esito del referendum fra gli intellettuali e i pochi esponenti di “sinistra” (cioè non allineati al governo attuale) che hanno ancora voce in capitolo. La distribuzione geografica dell’esito del referendum (grandi città, città turistiche, città dell’Anatolia orientale, città recentemente e fortemente urbanizzate da popolazioni rurali, es. Istanbul) è un chiaro segnale delle posizioni culturali (e pertanto politiche) della nazione.

Qual è l’atteggiamento prevalente della società turca nei confronti dei militari e del sistema di potere kemalista?

Difficilmente si può parlare oggi di un “potere” kemalista. Esistono ancora delle posizioni politiche che si rifanno ad una politica passatista e nazionalista, specialmente nelle classi abbienti medio borghesi.

Crede che ci siano le condizioni per cui il peso dei militari in Turchia possa ulteriormente ridursi negli anni a venire?

Questa è una domanda a cui mi è impossibile rispondere. E difficilmente prevedibile da chicchessia, a meno che non abbia la sfera di cristallo.

Quali sono state le reazioni diffuse nella società turca alla notizia di un tentato colpo di stato militare, diffusa lo scorso gennaio dal quotidiano Taraf?

Chi legge i giornali è rimasto abbastanza incredulo, chi non li legge ( la maggioranza della popolazione) non ne ha saputo nulla.

Cosa pensano i turchi dello scandalo Ergenekon, che vedrebbe una cospirazione dei militari contro il Governo Erdogan?

Gli ”illuminati”, e sono in pochissimi, pensano che sia una bufala di governo a sostegno di repressioni ingiustificate. La maggioranza del Paese non ne sa nulla.

Crede che attualmente in Turchia la laicità dello Stato sia in pericolo? O meglio, crede che l’Akp possa essere un pericolo per la laicità dello Stato?

Può essere un “pericolo” (anche qui bisogna mettersi d’accordo su cosa è pericoloso e per chi) “on the long run”. Per ora la situazione è abbastanza sotto controllo.

Parliamo della questione curda: secondo lei esistono sbocchi pacifici al conflitto che dagli anni’80 infiamma il sud-est della Turchia? Chi dovrebbe fare il primo passo?

Lo chieda alle Potenze occidentali. Per i turchi, ovviamente e comprensibilmente, non c’è una”questione curda”: ci sono i curdi di nazionalità turca.

L’adesione della Turchia all’Unione Europea, di cui si parla da anni, continua a rimanere lettera morta. Qual è il sentimento diffuso dei turchi verso l’atteggiamento di Bruxelles? E, soprattutto, alla maggioranza dei turchi interessa far parte della UE?

Il buon senso sta prevalendo e il paese si rende conto delle difficoltà in cui si troverebbe la popolazione con l’entrata in vigore dell’Euro. Le faccio un esempio: un docente universitario di prima nomina guadagna all’incirca l’equivalente di 600 euro mensili. Oggi, per la maggior parte della classe media turca, il costo di un viaggio turistico in Europa è un lusso che non ci si può permettere.